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Stranieri, la civiltà scritta sul suolo

28/11/2011

Negare lo "ius soli" è una follia. Non si tratta solo di democrazia e universalismo, ma del senso della nostra repubblica. Eppure continuiamo a comportarci follemente

Non dare la cittadinanza italiana ai figli degli stranieri nati in Italia è una follia. Lo ha detto il Presidente della Repubblica e non lo si potrebbe dire meglio.

È vero che la cittadinanza nazionale è un universalismo limitato, una barriera forse non necessaria tra gli uomini: lo ha sostenuto su Micromega Luigi Ferrajoli e lo pensano e sostengono molti giuristi. È vero che è necessario definire e proteggere anche i diritti degli stranieri: poco meno di vent’anni fa, quando si discuteva del più comprensivo disegno di legge sui diritti e i doveri dei migranti che sia stato tentato e abbandonato in Italia, la legge Contri, Stefano Rodotà propose un brevissimo emendamento alla Costituzione che sostituiva la parola “chiunque” alla parola “cittadino” in tutti i luoghi della Costituzione in cui si affermano i diritti politici – di riunione, di costituzione di un partito, ecc. E, anche per gli aspetti sociali, per lo statuto personale, per i rapporti interpersonali, in un mondo che si muove molto, i diritti e i doveri dei migranti, dei presenti in uno Stato di cui non sono cittadini, sono molto importanti.

Ma, fino che ci sono gli Stati, e i confini, e le differenze di norme penali, sociali, fiscali, in un mondo che si muove, soprattutto nei paesi di immigrazione, lo ius soli, la cittadinanza estesa a tutti i nati sul territorio nazionale – e, in tempi il più possibile brevi, a tutti gli stabilmente presenti, che lavorano, producono, pagano le tasse – è una necessità fondamentale, l’unico modo per mantenere un qualche senso alle parole democrazia e nazione. Non si tratta solo di mantenere almeno l’universalismo limitato, di estendere il diritto di voto a tutti quelli che delle decisioni politiche prese dai cittadini subiscono le conseguenze: la democrazia è democrazia dei presenti, si dice; o non è.

Non si tratta solo di democrazia e di universalismo. Se in un paese di emigrazione, in cui i figli di stranieri nati sul territorio nazionale sono pochi, i residenti non cittadini sono pochi, lo ius soli è un principio di civiltà, di rispetto della indivisibilità delle libertà e dei diritti, per un paese di immigrazione lo ius soli è anche un interesse sociale e nazionale; forse addirittura nazionalistico. Come si fa a mantenere una qualche rappresentanza sindacale significativa, a organizzare uno sciopero, se una parte importante e crescente dei lavoratori non ha il diritto di voto e, se perde il lavoro, rischia l’espulsione? I crumiri sono, in origine, nel nome, lavoratori nordafricani di una particolare etnia – i krumiri appunto – importati in Francia per rompere uno sciopero.

Come si fa a mantenere un qualche senso alla Repubblica fondata sul lavoro, alla identità nazionale, se una parte importante e crescente dei lavoratori e degli adolescenti, che parlano l’italiano con le cadenze dialettali giuste, che studiano la storia d’Italia, la letteratura italiana, scrivano e pubblicano in italiano, non sono italiani? Può sopravvivere uno Stato nazionale fondato sui meteci? Può sopravvivere un’Europa fondata sui meteci?

Un secolo fa, quando l’Italia era un paese di travolgente emigrazione, Robert Michels scrisse un saggio che segnò il suo spostamento a destra, L’imperialismo italiano, in cui giustificava la conquista della quarta sponda, la Libia, con la necessità di fornire lo spazio vitale ai lavoratori migranti su un più ampio territorio nazionale. Gli emigranti italiani, sosteneva, non erano solo poveri ma, a differenza degli emigranti svedesi, anche analfabeti. Erano braccia, non nazione. Se la povertà li spingeva all’estero non causava un’espansione ma una perdita. Perciò si chiedeva se l’imperialismo italiano, a differenza di quello tedesco, da lui avversato, non fosse volontà di potenza, ma necessità.

Aveva torto, non solo sui principi, perché non sta bene ammazzare gli altri e rubargli la terra perché se ne ha poca – in ogni caso ne avevano poca i cafoni che migravano; i baroni potevano cavalcarci dentro per giorni – ma perché gli svedesi alfabeti si sono perfettamente integrati in America; gli italiani analfabeti hanno fatto le little Italy, hanno conservato i dialetti, hanno conservato una identità, buona o cattiva che fosse. Dopo, solo dopo, naturalmente, sono arrivati i figli, la scuola, con l’inglese americano come unica lingua. I figli sono diventati anche loro americani. E, per legge, giustamente, lo erano dalla nascita.

Basta uno sguardo alle leggi vigenti per vedere che i paesi di immigrazione hanno lo ius soli. Quelli di emigrazione cercano di seguire all’estero i propri migranti.

Noi, al momento ci siamo comportati follemente. Diamo la cittadinanza ad argentini che dimostrino di avere un bisnonno italiano, che non sono mai stati in Italia, li facciamo votare per rappresentanti di area al Parlamento che non conoscono né l’Italia né i loro elettori, ma non diamo la cittadinanza ai bambini nati qui, da genitori che vivono, lavorano e pagano le tasse e i contributi assicurativi qui. Familismo legale recitava il titolo di un volumetto curato e introdotto da Giovanna Zincone. È una follia.

Non stupisce che Granata, che potremmo definire un nazionalista dal nome del partito di provenienza, abbia firmato col democratico Sarubbi un progetto di legge sullo ius soli. Né che Fini lo abbia pubblicamente sostenuto, pur senza impegnarsi troppo in pratica. Stupisce che non ci sia, anche al centro e a sinistra, la corsa a sostenere gli almeno quindici progetti analoghi che, con varia chiarezza e coerenza sono stati presentati e ripresentati in più di una legislatura; e desolatamente lasciati morire, anche con maggioranza di centro-sinistra. Non perché si possa pensare che i nuovi italiani voterebbero più a sinistra che a destra. Voteranno per chi vorranno. Ma su questa strada si costruiscono società di ceti, come in Medio oriente, non nazioni, debitamente interculturali e universalistiche, se ci riusciremo, come in America.

Vorrei aggiungere che neanche il localismo, il municipalismo, giustifica l’esclusione. Come possono funzionare Cuneo e Vicenza, o le città emiliane, dove la percentuale degli stranieri tra i neoassunti viaggia verso il 30-40% e i bambini figli di migranti nelle scuole di primo livello viaggiano verso un terzo, se non c’è inclusione? Le posizioni barricadiere della Lega si spiegano solo con la paura, col razzismo in senso stretto; e non vanno capite ma combattute.

Si può, si deve, discutere sui dettagli. Sull’impegno nelle scuole per la formazione civica, che è assolutamente carente, per tutti. Sulla scarsa competenza in italiano di italiani e non italiani. Sull’insegnamento della storia. Sull’insegnamento agli adulti, che è un problema sociale, come lo è stato durante la migrazione interna. Sulle modalità e i tempi per l’ottenimento della carta verde e della cittadinanza per gli adulti, ora assurdamente macchinosi e lunghi. Certo ora stiamo dando il peggio. Una norma inclusa nel pacchetto sicurezza, ignota ai più, che in nulla ha inciso sulla sicurezza, ha fatto crollare le cittadinanze per matrimonio. Una follia, anche questa, una follia.

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