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Serve un'imposta di solidarietà generazionale

31/01/2014

Un intervento che possa sostenere una politica intergenerazionale seria deve puntare su un contributo non solo dai pensionati più abbienti ma da tutti coloro che superano una determinata soglia di reddito

Anche dopo la ferma posizione assunta dalla Corte costituzionale, che ha dichiarato contrari al dettato degli articoli 3 e 53 della Costituzione i prelievi solidaristici sulle cosiddette “pensioni d’oro”1, non si sono fermate le iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e le proposte per riproporre il tema.

Il problema tuttavia risulta mal posto e non centra il nocciolo duro della questione, che è invece quello di un intervento di una vera e propria politica redistributiva, mirata a ridurre e prevenire fratture e ritardi generazionali. Non si tratta dunque solo e soltanto di un prelievo solidaristico (aiutiamo i più bisognosi), ma di un prelievo a natura perequativa, volto a sgravare coloro che senza colpa si trovano nella posizione di sopportare oneri eccessivi. Un prelievo che in altri miei lavori ho appunto chiamato Imposta di solidarietà generazionale o Generation Gap Tax (GGT) 2.

Sulla sostenibilità etica ed economica di questi prelievi ho già scritto e dunque a tali lavori rimando 3, così come credo sia stato ampiamente dimostrato che i maggiori beneficiari dei consumi nel corso degli ultimi decenni, ma anche i maggiori interessati al mantenimento dell’attuale sistema pensionistico 4, siano i nati che tra il 1945 e il 1965 (i cosiddetti baby boomers 5). Tra questi vi sono coloro che hanno usufruito di pensionamenti anticipati in tale periodo, coloro che sono giunti all’età della pensione poco prima della attuale crisi , infine, coloro che hanno visto aumentare la loro ricchezza. Non vi sono quindi dubbi che il prelievo a fini garantistici debba essere ricercato in tale fascia di età.

Naturalmente, non è possibile immaginare un prelievo che vada a colpire indiscriminatamente tutta la popolazione oltre una certa fascia di età, dovendo fare salva, anche in questo caso, la tutela della fascia più debole (i superanziani, che tra l’altro sono i principali fautori del “miracolo italiano” del dopoguerra e dunque del successo economico dei baby boomers), anch’essa, come i giovani, ai margini della vita lavorativa. Un intervento generalizzato inoltre provocherebbe una nuova contrazione dei consumi e quindi andrebbe a ridurre il beneficio che questa politica fiscale vuole assicurare.

Sono quindi da escludere prelievi, ancorché una tantum, su coloro che percepiscono una pensione al limite della soglia di povertà o poco sopra. Il prelievo deve essere progressivo e proporzionale al superamento di un certo numero di volte la soglia minima predeterminata.

Esemplificativi, per fissare il termine del problema, sono i calcoli fatti da Tito Boeri e Tommaso Nannicini sui dati resi disponibili dall’Inps per il 2012 6. Gli autori immaginano tre opzioni. La prima prevede un piccolo prelievo per tutti i pensionati a partire da 2.886 euro lordi mensili con aliquote dal 2 al 5 per cento e interessanti poco più di 800.000 pensionati (cioè soltanto il 4,8 per cento dell’attuale esercito dei 16,5 milioni di pensionati secondo i dati Inps 2012). Per tale primo scaglione il prelievo sarebbe quindi di 67 euro al mese e il gettito complessivo previsto di poco superiore ai 900 milioni di euro. La seconda opzione prevede una aliquota più progressiva (dall’1 per cento al 10 per cento) e una asticella di imponibilità più alta (3.367 euro lordi mensili), con un prelievo mensile, per la prima fascia, di 39 euro al mese e un gettito complessivo di poco inferiore al 900 milioni di euro.

La terza opzione, infine, prevede un prelievo di molto a pochi, con aliquote che si spingono sino al 15 per cento, ed un gettito complessivo tuttavia inferiore agli 800 milioni di euro.

In linea con quest’ultimo approccio (tanto a pochi), sebbene con sistema di calcolo del prelievo differente, è il disegno di legge disposizioni in materia di pensioni superiori a dieci volte l’integrazione del trattamento minimo Inps (noto come disegno di legge Meloni e depositato dalla predetta e altri deputati alla Camera dei deputati il 23 giugno 2013 7), che andrebbe a riparametrare la pensione soltanto a coloro che hanno usufruito del sistema retributivo e che rappresentano ad oggi una quota parte d 188.140 pensionati con oltre 4.810 euro di reddito pensionistico, gravante per poco più del 6% della spesa complessiva per pensioni dello Stato (dati Inps 2012).

Tutte queste proposte tuttavia, ancorché sensate e fondate su un alto senso di equità, si scontrano con due obiezioni di fondo. La prima, di natura costituzionale, è che la oramai consolidata e recentissima posizione della Corte costituzionale lascia pochi spazi agli attacchi a quelli che vengono definiti diritti acquisiti. Dunque sia la proposta di Boeri e Nannicini che quella dell’on. Meloni presentano profili di illegittimità costituzionale. La seconda, di natura economica, è che le forze (politiche e mediatiche) necessarie per condurre in porto questa battaglia non sono dimensionate ai benefici in termini di maggiore gettito che si potrebbero attendere da tale manovra, perché gravanti su un esiguo numero di contribuenti. Sotto questo profilo è poco efficace la proposta dell’on. Meloni.

I conteggi sopra richiamati ci dicono infatti che un intervento che possa sostenere una politica intergenerazionale seria deve puntare ad allargare al massimo la base dove operare il prelievo e quindi andare a colpire (sebbene in misura progressiva) anche coloro che ancora sono in età lavorativa e le fasce di reddito pari e superiori a 3.000 euro mensile.

Per fare questo bisogna ribaltare i termini del problema. Il contributo non va chiesto solo ai pensionati più abbienti, ma a tutti coloro che superano una determinata soglia di età e reddito.

Per ogni aliquota fiscale dunque, a parità di reddito, si dovrebbe prevedere una addizionale sui contribuenti fiscalmente più maturi e uno sgravio per quelli delle fasce di età in ingresso e in uscita dal mondo del lavoro: a mio modo di vedere è questa la componente perequativa della proposta Generation Gap Tax 8.

Considerando un coefficiente superiore a 1 per la fascia di età che va da 40 a 75 anni e inferiore a 1 per i più giovani e i più anziani, l’impatto sulle attuali aliquote previste dalla legge di stabilità italiana per il 2013 avrebbe questi risultati: relativamente allo scaglione tra i 55.001 e i 75.000 euro di reddito imponibile, la relativa aliquota del 41 per cento sarebbe aumentata al 47,1 per cento per un contribuente di 50 anni e al 53 per cento per un contribuente di 60 anni. Il maggiore gettito derivante da questi prelievi sarebbe tutto convogliato agli under 40 nei primi due scaglioni (quello sino a 15.000 euro e quello tra 15.001 euro e 28.000 euro), con riduzioni anche del 50 per cento dell’aliquota per gli under 25. Di fatto questo porterebbe i giovani con un reddito di ingresso (sia da lavoro autonomo che dipendente) in una fascia praticamente di esenzione, e quelli del secondo scaglione, cioè con reddito sino a 28.000 euro, in una fascia con una aliquota media inferiore al 15 per cento.

Poiché è tuttavia necessario non solo colmare la attuale frattura, ma anche attenuare i crescenti oneri per sostenere l’adattamento e la mitigazione, si può immaginare una ulteriore funzione ridistributiva che controbilanci tale onere; è questa la componente della sostenibilità della Generation Gap Tax.

Immaginando dunque un moltiplicatore maggiore a 1 per gli over 40 anni (diciamo 1,1) e pari a 1 per tutti gli altri, un contribuente sessantenne pagherà quindi, per lo scaglione tra i 55.001 e i 75.000 euro una aliquota del 58,3 per cento. Aliquote maggiori per coloro che si posizionano nell’ultimo scaglione, in seno al quale andrebbe prevista una nuova progressività 9.

Di conseguenza, la politica fiscale che abbia l’ambizione di ridurre il gap generazionale dovrà puntare da un lato ad assicurare maggiori opportunità ai giovani e dall’altro a sostenere questi ultimi, in capo ai quali gravano i maggiori oneri di una economia ecosostenibile.

La comunicazione degli obiettivi di questo strumento è cruciale. Si deve, infatti, ben spiegare come tale prelievo non rappresenta una semplice redistribuzione tra “deboli” (giovani e pensionati), ma la condizione necessaria per assicurare sostenibilità al sistema del welfare e sostenibilità nel suo complesso a qualsiasi politica economica futura.

 

1 Vedi Sentenza Corte Costituzionale 116/2013 depositata il 5 giugno 2013, nella quale si è ribadito che la pensione deve essere considerata un reddito differito e come tale già maturato in occasione delle prestazioni lavorative e quindi non assoggettabile a contributi di solidarietà con effetti “retroattivi”. In quella sede, come noto, è stata dichiarata la illegittimità costituzionale dell’art. 18, comma 22-bis, del decreto legge n. 98 del 2011 successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 111 del 2011 e prevedente un taglio a tutte le pensioni pubbliche e private superiori a 90.000, 150.000 e 200.000 euro lordi annui rispettivamente del 5%, 10% e 15% sino al 31 dicembre 2011.

2 Vedi “Un’imposta di solidarietà tra generazioni”, intervista a cura di Salvia L., Corriere della Sera, 5 giugno 2013; per la proposta integrale originaria vedi Monti L., “Spunti per una politica di solidarietà generazionale”, in AmministrazioneInCammino, Roma, giugno 2013;

3 Ho provato a raccogliere i fondamenti teorici economici ed etici a sostegno di questa tesi in Monti L., Teoria e principi di Politica Economica Intergenerazionale. Le basi per un progetto europeo, Luiss University Press, Roma, 2013.

4 Giova anche ricordare che la spesa corrente italiana in pensioni incide generalmente sul PIL per una percentuale più che doppia rispetto alla media dei Paesi Oecd (nel 2011 il 7% del PIL, rispetto al 14,1% registrato in Italia).

5 Per tutti vedi Willet D., The Pinch. How the baby boomers took their children’s future - and why they should give it back, Atlantic Books, Londra 2010, di cui si condivide l’esame ma non le conclusioni. Ritengo infatti non vi siano le basi scientifiche per ricondurre alla generazione dei baby boomers tutte le responsabilità dell’attuale stato delle cose.

6 Boeri T., Nannicini T., “Quanto può restituire il pensionato d’oro”, in www.lavoce.info.

7 Vedi Atti parlamentari, disegni di legge e relazioni, Camera dei deputati, XVII Legislatura n. 1253/2013

8 Monti L., “Spunti per una politica di solidarietà generazionale”, cit.

9 Invocata da più parti per dare un maggiore senso di giustizia fiscale. Vedi in proposito e da ultimo Rapporto Sbilanciamoci! 2013, pag. 39, scaricabile da http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/2013-ecco-la-vera-agenda-15684, che per i redditi superiori ai 200.000 euro immagina una aliquota del 70%. In tale ultima ipotesi tuttavia andrebbe prevista la non applicabilità della GGT che avrebbe una finalità non più perequativa ma espropriativa.


 

 

 

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Commenti

L'imposta generazionale uno strumento, non lo strumento

La mia proposta non ha certo la pretesa di rappresentare l’unica soluzione per ridurre il divario tra coloro che tutto hanno ( in termini di ricchezza e di opportunità per il futuro) e coloro che si trovano oggi senza lavoro e prospettive. Necessaria quindi la lotta all’evasione fiscale, la tassazione delle rendite finanziarie e una ferma lotta alla politica dell’austerità ad oltranza. Ho però il timore, anzi la certezza che questo non possa bastare a ridurre il divario, anzi il ritardo generazionale accumulato da coloro che hanno la sventura di presentarsi nel mondo del lavoro solo adesso.
Con l’occasione voglio anche porre fine ad un equivoco. L’imposta generazionale da me prospettata potrebbe colpire si una larga fascia della popolazione, ma come ho avuto modo di chiarire in altri miei scritti sull’argomento:
a) È ampiamente progressiva e quindi toglie poco ai molti e tanto ai pochi
b) Le risorse rinvenienti dal prelievo non sarebbero incamerate dallo Stato ma controbilanciate da sgravi per i giovani che vengono a trovarsi direttamente o in nuclei familiari con redditi nelle fasce e più basse.

poche speranze sul contributo di equità

Poche speranze sul contributo di equità
La proposta Boeri-Nannicini sul taglio delle pensioni e la successiva proposta Boeri-Patriarca F. e Patriarca S., sono sen’altro economicamente ed eticamente molto fondate ma ahimè, ribadisco, difficilmente compatibili con l’attuale posizione (a mio parere troppo conservatrice e anche anacronistica) della Corte Costituzionale. Quest’ultima, come noto, nell’ultima sentenza ha ribadito di voler ritenere il trattamento pensionistico come una retribuzione da lavoro differita; In sostanza corrispettivi che sarebbero maturati all’atto stesso della prestazione di lavoro e solo ora liquidati. Seguendo questo approccio, poco importa il titolo che si vuole dare al prelievo e all’oggetto del prelievo stesso (nell’ultima ipotesi di Boeri and co il surplus rispetto al quanto maturato secondo il principio contributivo). Con buona pace dei suoi sostenitori quindi, anche tali proposte sono destinate a cadere sotto la tagliola della Corte e di questo bisogna rendersene conto perché l’orientamento giuridico citato appare molto radicato (in tutti i sensi) e in tale ambito i ragionamenti economici non trovano asilo. Ecco perché ho cominciato a ragionare di maturità fiscale, con il coinvolgimento di tutti i contribuenti, siano essi lavoratori o pensionati. Altra strada, più lunga ovviamente, sarebbe quella di cambiare la Costituzione, o sperare in un cambio di orientamento della Corte. Queste due ultime ipotesi non mi paiono realistiche nel breve

Contributo sulle pensioni, eccellente analisi-proposta de LaVoce.info

Segnalo l’ultima proposta di Tito Boeri che:
- vale non 900 mln ma circa 4,2 mld;
- per evitare il rischio di incostituzionalità, chiede “un contributo di equità basato sulla differenza tra pensioni percepite e contributi versati”.

Pensioni: l’equità possibile
14.01.14
Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca
Niente scuse: è possibile chiedere un contributo di equità basato sulla differenza tra pensioni percepite e contributi versati, limitatamente a chi percepisce pensioni di importo elevato. Si incasserebbero più di quattro miliardi di euro, riducendo privilegi concessi in modo poco trasparente.
http://www.lavoce.info/pensioni-equita-generazioni-contributi/

Riporto il mio commento in calce:

Magnifico! Finalmente! Questa eccellente analisi-proposta innova anche la linea finora invero prudente de La Voce (cfr., ad esempio, questo articolo "Non per cassa, ma per equità" 30.05.13 di Tito Boeri e Tommaso Nannicini http://t.contactlab.it/c/1000009/3463/43382123/31426 , in cui si ipotizzava un risparmio di appena 1,45 mld).
Va rimarcata con forza l'improntitudine dei Mandarini di Stato nell'aver partorito ancora una volta una formulazione del contributo sulle pensioni d'oro passibile di giudizio d'incostituzionalità.

"Contributo sulle pensioni, eccellente analisi-proposta de LaVoce.info"
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2802017.html

generazione o specluazione?

Ma santo cielo. Le difficoltà per i più giovani, come per molti pensionati, non solo quelli che sono "poco sopra la soglia di povertà" nascono da uno spostamento di risorse dai salari (e le pensioni vengono proprio dai salari) ai profitti funzionali alla speculazione. Vengono dalle mancate tasse dei cosiddetti sgravi fiscali.
E adesso mettiamo pure le tabelle dei conti per continuare a far girare tra sostanzialmente dei poveracci gli stessi 4 soldi? Cioè accettiamo questa stessa logica, per cui si deve continuare a colpire il lavoro e non l'accumulo?
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