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Le nuvole dei mercati, la grandine del governo

08/09/2011

Il mondo della finanza appare spesso di difficile comprensione, riservato agli addetti ai lavori, lontano dalle cure quotidiane della gente comune. Ma la finanza condiziona pesantemente il modo in cui viviamo, come ormai hanno imparato le famiglie, che prima hanno visto falcidiati i loro risparmi dalla crisi finanziaria e ora vedono minacciato il loro standard di vita dal taglio dei servizi e dall’aumento delle tariffe necessari per salvare i bilanci pubblici. Non lasciamoci ingannare da espressioni come “i mercati ci chiedono...”, “i mercati ci attaccano…”, ecc. I mercati non sono come le nuvole che portano sole o pioggia senza che noi possiamo farci nulla. Sono fatti di persone, che si muovono all’interno di un contesto di regole costruito dai governi, spesso troppo ubbidienti alle sollecitazioni che provengono proprio dal mondo della finanza. E’ tempo di cercare di capire i meccanismi di funzionamento della finanza, e far sentire la propria voce nei momenti in cui se ne ridiscutono le regole. E’ tempo di uscire dal comparto isolato delle ‘politiche per le donne’. Queste ultime, anche se terribilmente importanti per la vita di tutti i giorni – e per questo oggetto di interesse speciale qui a InGenere – si trovano però ad essere decise di rimessa quando la dimensione della torta da spartire è già stata definita altrove, oppure quando c'è la triste gara sul cosa tagliare di più e prima nella spesa pubblica. Non si può giocare solo di rimessa. E’ tempo di far proprie battaglie da cui troppe donne ancora si sentono o si tengono lontane, dimenticandosi che non c’è potere più di quello finanziario ancora saldamente in mano maschile. Cosa abbiamo da dire sulla nuova regolamentazione dei mercati finanziari, sull’indebitamento pubblico o sulle strategie per uscire dalla crisi? Ad inGenere intendiamo tenere la barra del timone dritta su questi quesiti nei prossimi mesi, poiché è su questi temi che si gioca la fattibilità di molte politiche sociali.

 

Iniziamo dal tormentone dell’estate: la manovra finanziaria necessaria per rimettere in ordine i conti dello Stato italiano. I dettagli sono cambiati continuamente in un grottesco crescendo estivo, che ha finito per alimentare ancor più la speculazione e i suoi danni; ma la direzione della manovra era chiara fin dall'inizio: soprattutto tagli, nessun provvedimento per favorire la crescita; mentre il versante del prelievo fiscale è stato alla fine appesantito, e di molto, dall'aumento dell'Iva, altro provvedimento a carattere regressivo, destinato a colpire maggiormente i redditi più bassi. Perché siamo arrivati a questo punto?

 

La condizione dell’Italia è diversa da quella di altri paesi occidentali, nei quali i governi si sono dissanguati per salvare un sistema finanziario messo in ginocchio da comportamenti speculativi spesso fraudolenti, emersi con la crisi degli ultimi anni. Da noi interventi a favore delle banche non hanno superato lo 0,1% del Pil , contro il 17.2% in Gran Bretagna e una media del 4,8% per l’Unione Europea nel suo complesso. (Escludendo l’estensione dell’assicurazione dei depositi bancari che in Italia già c’era e che è stata quasi ovunque aumentata. In Irlanda questo ha voluto dire contrarre un impegno che, in caso di fallimento di tutte le banche , sarebbe quasi due volte il Pil!)

 

Fondi pubblici effettivamente impegnati a favore delle banche (in % Pil)

 

 

 

Da: Paul Van Der Noord 'Turning the page? Eu fiscal consolidation in the wake of the crisis' (2011) http://www.euroframe.org/index.php?id=150

 

 

 

Più che di trasferimenti al settore finanziario la crisi italiana si alimenta dell’alto livello del debito pubblico che ha raggiunto un rapporto con il Pil del 120 per cento (sulle cause della crescita del debito pubblico in Italia, si veda la scheda sintetica nel nostro glossario). Con due conseguenze importanti e pesanti:

 

a) una redistribuzione del reddito a favore delle famiglie più ricche, che possiedono i titoli del debito pubblico e ricevono interessi pagati con i soldi dei contribuenti. Questi interessi sono tassati meno del reddito da lavoro. In buona sostanza un debito elevato comporta un trasferimento a chi consuma ricchezza (il ‘rentier’, spesso diventato tale anche evadendo o eludendo il fisco) da parte di chi produce ricchezza;

 

b) l’erosione progressiva della possibilità di finanziare politiche sociali.

 

Quando è scoppiata la crisi a livello mondiale, a causa del suo debito molto alto, l’Italia non ha potuto adottare nessuna politica fiscale a sostegno del reddito per contrastarne gli effetti. Quando poi il vento dell'austerity di bilancio ha soffiato su tutte le capitali europee, la pressione sull'Italia perché ponesse mano al risanamento dei conti pubblici è stata particolarmente forte e crescente; e si è scontrata con una già elevata pressione fiscale - su chi le tasse le paga - che ha raggiunto il livello di paesi con ben altri sistemi di welfare. La decisione politica di non colpire redditi e ricchezze finora poco o nulla tassati, ha lasciato il taglio dei servizi come la sola opzione di tutti i provvedimenti che si sono succeduti a partire dalle legge finanziaria del dicembre 2010.

 

Il procedere solo con tagli alla spesa senza nessuna politica per lo sviluppo apre il ben noto circolo vizioso: per quanti sacrifici si facciano, non si riesce a ottenere il risultato voluto. Se il Pil non cresce o addirittura diminuisce, per stabilizzare il rapporto debito/Pil saranno necessari ulteriori tagli sia nella spesa corrente che in quella in investimenti pubblici; ma i nuovi tagli a loro volta porteranno minore reddito, maggiore rapporto debito/Pil, ancora tagli in una spirale senza fine, mentre la ricchezza accumulata dalla proverbiale capacità di risparmio delle famiglie italiane si va lentamente esaurendo. La Banca di Italia, nell’ultima relazione annuale, ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà in cui si trovano le famiglie italiane mentre l'Istat registra che il 4,6 delle famiglie italiane è in condizioni di povertà assoluta, in leggero aumento a partire dal 2007 (nel Sud Italia sono il 6,7 per cento).

 

Il problema del debito va dunque affrontato non solo per rimanere all’interno della moneta unica, ma anche perché il suo finanziamento comporta una enorme redistribuzione del reddito dai produttori italiani ai rentier di tutto il mondo e toglie margini di manovra alla politica economica. Pagare gli interessi sul debito pubblico nel 2010 ci è costato il 4,9 per cento del Pil, percentuale destinata a salire per l'aumento dei tassi sul mercato.

 

Dunque, intervenire sul debito è necessario e urgente, anche e soprattutto dal punto di vista di chi ha a cuore le politiche sociali. Ma la soluzione del problema del debito deve chiedere il contributo di chi finora non ha mai pagato o ha pagato molto meno degli altri. L’offesa al principio di equità deve essere andata ben avanti se sono gli stessi ricchi (una parte di loro) a chiedere di essere tassati di più (o almeno una parte di loro, come mostra l’appello dei ricchi francesi e alcune dichiarazioni in Italia, da Montezemolo a De Benedetti). Le opzioni a disposizione sono diverse, e su alcune di esse finalmente cominciano a cadere dei tabù. E' il caso dell'imposta patrimoniale, che ha in sé un carattere di maggiore progressività e che, nel caso italiano, avrebbe anche il merito di poter raggiungere assets più difficili da nascondere del reddito; ed è il caso di quegli strumenti che mettano una parte del risanamento a carico di chi ha contribuito allo sfascio degli ultimi anni: uno di questi strumenti è l'imposta sulle transazioni finanziarie, sulla quale il dibattito è molto più aperto a livello internazionale che in Italia (si veda l'utile e recente riepilogo della discussione negli Usa fatto da Nancy Folbre). Ma c'è molto ancora da fare anche sul versante dell'eliminazione di privilegi attribuiti nel corso della nostra vita repubblicana – regioni a statuto speciale, esenzione dall’Ici delle proprietà della chiesa cattolica (la cui abolizione è stata proposta, in relazione alle sole attività commerciali, da due emendamenti e subito respinta nella discussione parlamentare della manovra). Per non parlare dei soliti costi della politica, che sono costituiti soprattutto dagli infiniti piccoli e grandi finanziamenti che ciascun centro di potere politico deve elargire per la propria sopravvivenza. E soprattutto, ogni riduzione della spesa e ogni aumento di imposta deve essere valutato nelle sue ricadute sulle tante disuguaglianze della nostra società, a partire da quella tra uomini e donne. Il bilancio di genere non è mai stato tanto necessario quanto ora.

 

E’ vero che politiche di austerità, specie se intraprese simultaneamente da tutti i governi europei (e ora anche dagli Stati Uniti), rischiano di farci precipitare in una recessione ancora più disastrosa di quella che abbiamo appena sperimentato. Ma la solidarietà europea, per poter funzionare, richiede che tutti facciano la propria parte. Non possiamo nasconderci dietro un dito: possiamo pretendere la solidarietà europea, se contemporaneamente mettiamo ordine a casa nostra. Solo così potremo vincere l’opposizione esterna a una politica coordinata di sostegno della domanda – finanziata ad esempio con l'emissione di eurobonds - necessaria per scongiurare una nuova recessione mondiale (1). E potremo cominciare a discutere sulla urgenza di intraprendere un diverso modello di sviluppo, e sulla necessità di spostare le risorse dal finanziamento delle infrastrutture fisiche verso le infrastrutture sociali, dalle autostrade ai servizi. Come ammoniscono ormai anche fonti non sospette (2), riforme volte a garantire una maggiore eguaglianza – di opportunità, di reddito, di genere – sono ormai necessarie per garantire la sostenibilità di lungo periodo.

 

(1) Sulla “rotta d'Europa”, si veda il dibattito su sbilanciamoci.info. Sul dibattito sugli eurobond, si veda l'articolo di Alberto Quadrio Curzio e Romano Prodi, “Eurobond per la nuova Europa

 

(2) Si veda il recente numero dell'Economist che ha suonato l'allarme sul possibile contraccolpo negativo per le “tigri asiatiche” della discriminazione di genere e le conseguenti scelte femminili che per la prima volta vedono una riduzione della nuzialità e fertilità.

Tratto da www.ingenere.it