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La rotta d'Italia

La disoccupazione crea disoccupazione. Intervista a Luciano Gallino

16/02/2013

La rotta d’Italia. Quattro milioni di senza lavoro, decine di miliardi di reddito perduto, la crisi che non finisce mai, disoccupazione che crea disoccupazione. Ma altre politiche sono possibili, per il lavoro, la spesa pubblica, il welfare

Appese alle pareti della casa di Luciano Gallino, le foto della moglie Tilde mescolano molteplici piani attraverso giochi di specchi, spingendosi oltre la percezione di un istante e cogliendo la sfuggente complessità d’insieme. È uno sforzo, questo, che si ritrova poco più in là, negli scaffali ricolmi di libri del professore, perché afferrare la complessità, arrivare al cuore delle cose, necessita di uno studio meticoloso e incessante. E spiegarla, poi, richiede un impegno altrettanto esigente, senza sosta, né risparmio: un impegno generoso, che passa per conferenze in Italia e all’estero, interviste e un nuovo libro per raccontare cos’è accaduto e come mai la gente continua a farlo accadere. Nel contesto odierno, dominato da semplificazioni populistiche e una visione neoliberista talmente radicata e potente da riuscire nel paradosso di gestire l’incendio dopo aver appiccato il fuoco, la voce di Luciano Gallino è un punto di riferimento prezioso per tracciare la rotta da seguire.

Una rotta che nasce dalla necessità del lavoro. “In Italia, ci sono circa quattro milioni di persone fra disoccupati e non occupati. Di conseguenza, una ricchezza pari a decine di miliardi l’anno non viene prodotta e non diventa domanda, commesse per le imprese, consumi. Il risultato è che la disoccupazione crea disoccupazione”.

Per creare occupazione bisogna seguire l’esempio di Roosevelt. “Con il New Deal, lo Stato si è impegnato a creare direttamente occupazione e in alcuni mesi furono assunti milioni di persone”. Un New Deal italiano permetterebbe non solo di creare ricchezza, ma anche di risolvere annosi problemi. A cominciare dal suolo. “Il dissesto idrogeologico riguarda più di un terzo del Paese. È un campo in cui i soldi si trovano sempre a posteriori, quando sono stati distrutti o allagati interi quartieri o quando ci sono frane, morti. Allora sì che si trovano i miliardi per riparare i danni. Sarebbe meglio spenderli prima, oculatamente, in opere da individuare”.

Prioritaria è anche la terribile situazione delle scuole. “Il 48% delle scuole italiane non ha un certificato che assicuri che l’edificio è a norma dal punto di vista della sicurezza statica. È possibile che i ragazzi italiani vadano in scuole metà delle quali non è a norma dal punto di vista della sicurezza? Non si tratta di pavimenti sconnessi o rubinetti che perdono, o servizi inadeguati, ma di muri, tetti, fondamenta, che bisognerebbe rivedere e rimettere a norma”.

La miopia riguarda anche il potenziale punto di forza dell’Italia. “Il degrado del nostro immenso patrimonio culturale è per molti aspetti sotto gli occhi di tutti. Negli anni si è puntato a migliorare i punti di ristoro nei musei, insistendo sulla fruibilità da parte di pubblici sempre più vasti, invece di intervenire sulla catalogazione digitale, sulla tutela effettiva, sulla custodia. Un’azione mirata può creare centinaia di migliaia di posti di lavoro”.

C’è poi il problema della riconversione del modello produttivo. “Il modello produttivo attuale è finito nell’estate del 2007. È impensabile che i posti di lavoro che si sono persi in questi anni siano ricostituiti, ripercorrendo lo stesso modello produttivo. Processi come l’automazione e la razionalizzazione hanno soppresso quote impressionanti di posti di lavoro e molte imprese si dirigono sempre di più verso Paesi in cui i salari, le condizioni ambientali o fiscali sono più favorevoli. Occorrerebbe pensare a forme di ecoindustria, cercando di evitare errori e compromessi che hanno, in alcuni casi, caratterizzato lo sviluppo di nuovi settori, come ad esempio si è visto con la creazione di parchi eolici”.

Una riconversione che riguarda anche l’agricoltura. “Anche qui, l’epoca in cui la lattuga del Cile o i pomodori di un altro Paese facevano 10 o 20 mila km prima di arrivare sulla tavola di qualcuno probabilmente è finita. Il costo dei carburanti, degli aerei e della logistica stanno in qualche modo imponendo forme di consumi agricoli, consumi alimentari che non saranno a km zero, ma certamente non a km 10 mila o 20 mila, come è stato invece per molti anni. Il ministero dell’agricoltura dovrebbe occuparsi della riduzione dei km che pomodori, lattuga e formaggi e altro percorrono prima di arrivare sulle nostre tavole”.

Per creare occupazione, l’ideale sarebbe un’agenzia centrale. “So che a molti sale la temperatura quando sentono parlare di Stato che occupa le persone. Bisognerebbe creare un’agenzia centrale che determina i limiti e che incassa i soldi da varie fonti, magari appunto dallo Stato stesso o da una rivisitazione degli ammortizzatori sociali. L’assunzione diretta può essere affidata ai cosiddetti territori, al non profit, al volontariato, ai servizi per l’impiego, alla miriade di entità locali, comprese piccole e medie imprese”.

L’occupazione diretta servirebbe molto di più dei soliti incentivi. “Una miriade di rapporti e documenti testimoniano che, se voglio creare un posto di lavoro, è molto più conveniente dare mille euro al mese a uno che lavora piuttosto che trasformarli in sconti fiscali, contributi alle imprese, nel caso assumano qualcuno. L’assunzione diretta ha un effetto immediato sulla persona e sull’economia, perché il giorno dopo che ho versato a qualcuno mille euro di stipendio, quello li spende contribuendo così al lavoro di qualcun altro. L’incentivo all’impresa, lo sgravio fiscale, la riduzione del cuneo fiscale e altre cose del genere hanno, invece, effetti molto più ritardati”.

E sotto attacco finirebbero ancora i meccanismi di protezione sociale. “Quando si parla di riduzione del cuneo fiscale, si ha in mente la riduzione dei contributi per le pensioni, la sanità e altro. La riduzione dei contributi implica che qualcuno pagherà ticket sanitari più elevati, magari a fronte di mezzi familiari scarsi, o che subirà un’ulteriore riduzione della pensione. Si annuncia di ridurre il cuneo fiscale, ma non si precisa come si recuperano quei contributi che vengono a mancare”. Un modo sottile per continuare a prosciugare il welfare.

Ma come finanziare gli interventi proposti? Per capirlo, bisogna ragionare su vari aspetti. Innanzi tutto il ruolo della Banca Centrale Europea. “Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera. Non vuole essere una polemica contro l’euro, perché le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle. Resta, però, il fatto che, mentre la Federal Reserve può creare quanto denaro vuole, noi non possiamo prendere in prestito soldi direttamente dalla Banca centrale per creare occupazione”.

Il problema è che i soldi ci sono, ma non arrivano a destinazione. “Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012, la BCE ha prestato alle banche 1.100 miliardi di euro, con un interesse dell’1%. E li ha prestati senza chiedere nulla. Alla fine, si è scoperto che soltanto un rivoletto di quei 1.100 miliardi è finito alle imprese, al lavoro, all’economia reale”. E allora? “Allora, è davvero politicamente impossibile pretendere in sede europea che la BCE presti soldi soltanto se questi vengono destinati, attraverso le banche, all’economia reale e se le imprese e le società non profit che li prendono a prestito firmano l’impegno scritto di creare occupazione?”

Un altro aspetto importante riguarda la cassa integrazione. “La cassa integrazione ha superato il miliardo di ore. È denaro che è sacrosanto spendere per sostenere le famiglie, per porre un argine alla disperazione. Tuttavia, invece di pagare 750 euro al mese con il vincolo di non fare nessun altro lavoro, si potrebbe pensare di aggiungere 300/ 400 euro a quei 750 e convertirli, così, in un salario pagato dallo Stato: lo scopo sarebbe quello di far assumere da imprese non profit, imprese private, servizi per l’impiego, comuni e regioni le persone in cassa integrazione che sono disposte a fare altri lavori. In questo modo, si produrrebbe ricchezza e molti soggetti da passivi diverrebbero attivi. Pensiamo ai benefici economici che si genererebbero attraverso i cosiddetti moltiplicatori”.

Le risorse potrebbero essere ricavate, poi, dal rivedere spese apparentemente insensate. “L’idea di comprare un cacciabombardiere, che pare pure pessimo dal punto di vista strategico e militare, impegnando circa 15 miliardi, a fronte dello scandalo disoccupazione, a me pare uno scandalo per certi aspetti altrettanto grave”.

Infine, sul piano del fisco, non si può prescindere dall’economia sommersa. “L’economia sommersa c’è da ogni parte, ma in Francia, Germania, Gran Bretagna, è tra il 5 e il 10% del Pil, mentre in Italia è al 22% del Pil. Tra l’altro, con la crisi, i tagli alle pensioni e le riforme cosiddette del mercato del lavoro, l’economia sommersa ha fatto ulteriori passi avanti e fornisce incentivi molto convincenti a chi deve fare i conti con ogni singolo euro per arrivare alla fine del mese. Ridurre l’economia sommersa al livello di Francia o Germania significherebbe, per lo Stato, incassare almeno 60 o 70 miliardi l’anno di maggiori imposte di vario genere, dall’Iva alle imposte dirette”.

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Euro

Il problema è aver sovrapposto l'idea di Europa (che è molto antica e indistruttibile) con quella di Euro, cioè la rinuncia degli stati alla loro sovranità nazionale di emettere moneta a favore delle banche private. Così lo stato viene trattato come un soggetto privato, anzi più debito ha meglio è, perchè le banche fanno soldi prestando denaro. E non c'è debitore migliore di uno stato: ha una soglia di solvibilità altissima e pagherà sempre perchè può sempre (fino ad un certo limite) tassare i suoi cittadini. Se non rinegoziamo il fiscal compact ci ritroveremo a breve come la Grecia.

Lavoro, formazione e casa

Tre osservazioni puntuali:
1. Disoccupati e inattivi. Al 31.12.2012, i disoccupati ( che com’è noto non includono i CIG, che sono classificati occupati) sono 2.875.000; gli inattivi 15-64 anni sono 14,5 milioni, di cui 9,3 mln donne. [1]
2. Economia sommersa. “Sulla base del valore aggiunto dell’economia sommersa stimato dall’Istat otteniamo, per gli anni 2000-2011, un valore del sommerso pari in media a 238 miliardi di euro all’anno”. [2] Che fanno ascendere il valore dell’economia sommersa non al 22%, ma al 16% del PIL.
3. Agenzia centrale. Idea giustissima, perché affronta la variabile critica di qualunque riforma: la Pubblica Amministrazione italiana, forse la peggiore del mondo evoluto (solo il 5% trova lavoro con le agenzie), purché faccia capo ad un Sottosegretario di Stato di alto profilo operativo. Un’analoga proposta fu sommessamente avanzata 3 anni fa da PDnetwork, sulla base delle proposte PD di riforma della legislazione sul lavoro, in particolare, in questo caso, del DdL Ghedini-Passoni-Treu (maggioritario nel PD).
“- introduzione di un soggetto ad hoc, snello ed autorevole, che dia lavoro e formazione alle persone disoccupate ed inattive in cambio di un salario di cittadinanza, adeguatamente disciplinato; integrando nell'amministrazione, così come viene proposto dal DdL “Ghedini-Passoni-Treu”, artt. 12 e 13, e prospettato dallo studio della Commissione d'indagine sull'esclusione sociale [9], i preesistenti Uffici provinciali del Lavoro ed i servizi sociali degli Ambiti Territoriali, integrati da risorse umane specializzate, nonché l'ISFOL e Italia Lavoro;” [3]

[1] Occupati e disoccupati (dati provvisori al 31 dicembre 2012)
http://www.istat.it/it/archivio/81203
[2] "L’economia sommersa e il pareggio di bilancio"
http://sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/L-economia-sommersa-e-il-pareggio-di-bilancio-15772
[3] Lettera di PDnetwork alla Segreteria Nazionale ed ai Gruppi parlamentari del PD http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html

PS:
Noi stiamo vivendo una crisi economica epocale che sarà dura e lunga, una vera guerra economica che richiede interventi sia ordinari che straordinari, appunto da economia di guerra. Tali interventi, per evitare la rivolta sociale e per ragioni di equità dettati dalla nostra Costituzione, devono riguardare la crescita economica ed il welfare. Il reperimento delle risorse deve avvenire non per una sola via, ma attraverso un mix di misure che includano il patrimonio. Con risorse rivenienti necessariamente ANCHE da un’imposta patrimoniale si potrà finanziare: a) la crescita economica e l’occupazione, in particolare femminile e giovanile; b) ammortizzatori sociali universali; e c) provvidenze per la casa (è la casa che fa la differenza tra la sostenibilità economica con un reddito anche minimo e la povertà). Negli ultimi 20 anni, si sono costruiti, a causa del predominio degli immobiliaristi e dei costruttori, 1/10 di alloggi pubblici rispetto agli altri Paesi europei più evoluti; una casa ad affitto sociale (vale a dire 100-150 € al mese) può invece fare la differenza tra una esistenza difficile ma economicamente sostenibile e la povertà; occorre perciò varare un Piano Nazionale Pluriennale di Edilizia Residenziale Pubblica di Qualità (almeno 25.000 alloggi all’anno). I soldi vanno presi dai ricchi, gli unici che ora li hanno.

analisi articolo gallino

Caro Luciano,
ci conosciamo da molto tempo e sai che la stima nei tuoi confronti è enorme. Già dal primo incontro, quando facevo il tecnico della Commissione Industria della camera con Nesi, avevo compreso lo spessore delle cose che sostieni, Anche nel libro famoso di Leon "la domanda effettiva" ti incrocia sui modelli organizzativi dell'impresa.
ma detto questo, faccio fatica a seguirti. A prima vista le tue proposte sono tutte di buon senso, ma le implicazioni economiche ed occupazionali sono un po' diverse. indiscutibilmente dei lavori sarebbero creati, ma in misura inferiore a quelli che sarebbero creati in altre parti del mondo.
provo ad aprire una riflessione con te, perché sono sicuro che puoi comprendere.
Prova a immaginare un intervento diretto alla sistemazione del patrimonio edilizio e industriale. Via questa cosa si potrebbe agire su quasi il 40% di consumo energitico: cappotti per le case, vetri oscuranti, smart grid, cappotti per le case...e via dicendo. sono cose che conosci. Il problema è che oltre il 70% di quei beni e servizi sono importanti e tecncamente non possiamo produrli. credo che fare politica industriale e creare lavoro sia qualcosa di più. capisco l'emergenza, ma noi paghiamo un ritardo di anni nel studiare certe cose.
con affetto
Roberto

Quali i politici interessati?

Salve,
grazie alla sua analisi ed al suo progetto sul Lavoro mi sono avvicinatoo per la prima volta ad un movimento politico: "Cambiare si può". Confluito in termini di voti su Rivoluzione Civile, tranne la sua di indicazione di voto che fa riferimento a SEL, secondo quanto da Lei stesso affermato in una recente intervista pubblicata su MicroMega; mi domando se nel suo cammino ha trovato qualcuno dei politici interessato ad attuare il suo progetto che riguarda il Lavoro che condivido completamente. Me lo domando perchè io che abito qui a Bari e che ho seguito tutte le iniziative sul tema dell'amministrazione di Vendola, partecipando senza risultato ad alcune selezioni, ho verificato che non ha intaccato quasi per nulla sulla disoccupazione della mia Regione!
Sono un web developer di talento di 45 anni, ex collaboratore tecnico di ricerca al CNR (perito informatico ed IFTS) e l'unica attività che sono riuscito a trovare è come volontario on line per la realizzazione gratuita di due siti web per due fondazioni USA su una piattaforma USA di volontariato!
Se fosse possibile conoscere il nome di quei politici potenzialmente interessati ad attuare secondo la sua visione il progetto sul lavoro che lei propone Le sarei grato dal momento che credo che in Italia sia l'unica via d'uscita possibile (oltre al seguire l'esempio dell'Islanda: http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Come-l-Islanda-si-e-liberata-dalla-finanza-16760) per non finire come in Argentina in uno scenario ben documentato con questo audiovisivo: "Diario del saccheggio" di F. Solanas: http://ildocumento.it/economia/diario-del-saccheggio-2003.html
Grazie.
twitter: @cypherinfo

Aggiungo!!

La mobilità attuale delle nostre città costa alla comunità circa 30 miliardi di euro in termini di incidenti, manutenzione e costruzione infrastrutture, inquinamento atmosferico e psicofarmaci (siamo tutti stressati!!).
Basterebbe fare una buona politica di moderazione della velocità e incentivare una mobilità (immobilità!) sostenibile (mezzo pubblico) e leggera (a piedi e in bicicletta) per liberare risorse da destinare al lavoro.

Gallino-pensiero

"le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle".

Anche i più lucidi osservatori devono fare i conti col mainstream, a rischio di passare per ingenui come minimo.
Le scienze quando individuano un problema lo affrontano. E' troppo pretendere lo stesso metodo dagli "economisti" italiani? O dagli italiani stessi, orfani dei padri-economisti? Sì, perchè a certi livelli di esasperazione l'intelligenza si sposta dal tranquillo studio del professionista alla piazza, e non è mai un processo indolore.

Ed è troppo pretendere a certi livelli un minimo di precisione di linguaggio? Non esiste l'euro, esiste "questo euro", che è fatto di trattati imposti d'autorità, neppure democraticamente riconosciuta. Troppo scomodo parlarne?

Non siamo un paese qualunque, siamo il nucleo dei disastri dell'euro in termini non solo dimensionali, ma soprattutto strutturali. Non abbiamo pagato abbastanza per sconfessare i veri architetti idioti dell'euro?

Gallino.

Gallino: ovvero la 'LOGICA' ...
Questo è 'riformismo' !!!
Complimenti.