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Scene da una patrimoniale

11/02/2011

Verso la fine dell’anno il rapporto debito pubblico sul Pil si collocherà intorno al 120%; sarà cioè tornato, in pratica, ai livelli di 16 anni fa. Il rapporto era sceso fino al 103,8% nel 2004, ma dal 2001 l’avanzo primario diminuiva fino ad azzerarsi; pertanto nei due anni successivi il 2004 il rapporto risale al 106,6%. La prima finanziaria del governo Prodi lo riduce al 103,6% (2007), ma con lo scoppio della crisi il debito sale velocemente, per via di un maggior deficit, ma soprattutto di un forte calo del Pil.

 

 

 

Avere un debito del 120% è come andare in barca con l’elefante: ci costa un’ottantina di miliardi. E’ evidente che, obblighi europei a prescindere, è necessaria una discesa del rapporto a livelli più ragionevoli. Esiste una aritmetica piuttosto semplice per quanto riguarda la dinamica del rapporto debito-Pil. Se prescindiamo dalle vendite di patrimonio pubblico (dove potremmo dire che il più lo “abbiamo già dato”) per mantenere invariato il rapporto dobbiamo calcolare l’avanzo primario necessario. Si prende la differenza tra costo del debito e tasso di crescita, e la si moltiplica per il livello percentuale del debito. Pertanto se fissiamo in un punto e mezzo percentuale la differenza, l’avanzo primario (differenza tra entrate ed uscite sul Pil) necessario a stabilizzare il debito è pari ad 1,8%. Se vogliamo diminuire il debito di tre punti percentuali, dobbiamo portare l’avanzo primario al 4,8%. Per arrivare al 60% dobbiamo tenere l’avanzo primario a questo livello e stringere la cinghia per venti anni (ipotizzando che la differenza tra costo del debito e tasso di crescita si mantenga invariata).

 

 

 

Di recente Giuliano Amato ha ripreso una proposta avanzata in precedenza da Carlo De Benedetti, e cioè un’operazione drastica di dimezzamento del debito attraverso un’imposta straordinaria sul patrimonio. Proposta ripresa da Veltroni nel suo Lingotto II. Si tratta di un vecchio tema di economia pubblica, che risale ai tempi di David Ricardo. Il grande economista sosteneva: a) che debito pubblico ed imposta straordinaria sono equivalenti; b) che in realtà il debito pubblico è peggio, perché dà un’illusoria sensazione di ricchezza. Egli proponeva quindi la riduzione fino ad eliminazione del debito (il Regno Unito si era indebitato per le guerre contro Bonaparte), ricorrendo all’imposta straordinaria.

 

 

 

Supponiamo di seguire David Amato (e David Veltroni) nella sua proposta: preleviamo con l’imposta metà del debito, che così si riduce al 60%. Quale è adesso l’avanzo primario necessario a mantenere il rapporto a questo livello? Moltiplicando 1,5 per 0,6 otteniamo 0,9%. Per venti anni dunque avremo 3,9 punti percentuali di Pil (poco meno di 60 miliardi) che possiamo usare per diminuire le imposte o aumentare le spese (in ricerca e sviluppo, in infrastrutture ecc….). Ma dobbiamo affrontare un costo immediato di circa 900 miliardi.

 

 

 

Cosa conviene? Rimanere in barca con l’elefante per venti anni, o buttarlo a mare subito, insieme ad una considerevole fetta della ricchezza immobiliare e finanziaria delle famiglie italiane? Si intuisce subito che la scelta non è facile, che ci sono aspetti distributivi tra generazioni e all’interno di ciascuna generazione. Ma un punto fondamentale è il seguente: che cosa succede alla differenza tra costo del debito e tasso di crescita? Se effettuiamo un prelievo di quella entità, dobbiamo chiederci che cosa possa succedere ai consumi. Se prevediamo una diminuzione, pensiamo che le esportazioni possano compensare il calo? Se no, avremo un calo degli investimenti, e la differenza tra costo del debito e tasso di crescita potrebbe aumentare, e l’avanzo primario dovrebbe salire. D’altra parte possiamo pensare che, essendo il prelievo concentrato sulla metà più ricca della popolazione, il calo dei consumi sarebbe limitato, e che invece il costo del debito scenderebbe, perché il debito italiano diventerebbe più sicuro e lo spread sui titoli tedeschi si azzererebbe; quindi l’avanzo primario potrebbe ridursi (quasi) a zero.

 

 

 

Non voglio entrare nel merito, perché confesso che non ho argomenti convincenti né in un senso né nell’altro; d’altra parte è difficile che una risposta possa venire dai normali modelli econometrici, di fronte ad una manovra di quella entità. Vorrei però sottolineare alcuni punti che mi sembrano particolarmente carenti negli interventi sulla stampa quotidiana. Innanzitutto l’imposta straordinaria alla Amato va distinta dall’imposta ordinaria tipo l’imposta di solidarietà francese. Quest’ultima è un’imposta che i contribuenti più ricchi (il 2% circa) versano ricorrendo al loro reddito, senza intaccare i risparmi accumulati, o vendere qualche immobile, cosa invece che avviene nel caso dell’imposta straordinaria. L’imposta francese serve a correggere una struttura di prelievo fiscale che presenta un grado di progressività nettamente più basso di quello degli altri paesi europei. Nel caso dell’imposta straordinaria invece per pagare l’imposta è necessario attingere ai risparmi finanziari e/o vendere qualche terreno o fabbricato.

 

 

 

Proprio questo fatto però ha la conseguenza che gli incassi dell’imposta straordinaria non avverranno certo in un solo anno, ma saranno necessari dai quattro ai cinque anni. Ciò si è verificato ad esempio nell’esperienza italiana sia del 1919 che del 1948; il picco del gettito è avvenuto tra la fine del secondo e l’inizio del terzo anno. Pertanto la discesa del debito non avviene in un solo colpo, ma nell’arco di un quinquennio. Questo fatto rende più difficile il problema della reazione dei consumatori; è ben difficile cioè che, almeno nella fase iniziale, i consumatori possano reagire riprendendo il livello dei consumi precedente, o addirittura aumentandolo. E’ nettamente più probabile che la propensione al risparmio aumenti, e che quindi l’effetto sulla crescita del Pil sia negativo. Insomma l’introduzione di un’imposta straordinaria non significa che immediatamente dopo le imposte ordinarie possano essere diminuite o le spese aumentate. Il periodo di purgatorio si prolungherebbe per qualche anno.

 

 

 

Vi sono poi un paio di problemi di carattere tecnico-amministrativo, ma con risvolti politici,; il primo è il seguente: l’unica imposta (ordinaria) sugli immobili esistente è l’Ici. I valori su cui si applica l’Ici sono calcolati come multipli delle rendite catastali. Il rapporto tra i valori così calcolati e quelli correnti di mercato è non solo piuttosto basso (mediamente un terzo) ma anche molto variabile; a parità di prezzo di mercato due immobili possono avere rendite catastali, e quindi valori ai fini Ici, notevolmente diverse. Ora questo significa che su seimila miliardi stimati come valore complessivo, per ricavarne seicento basta un’aliquota del 10%, ma se i valori catastali ammontano a duemila, allora l’aliquota dovrebbe triplicare. Più alta è l’aliquota, maggiori sono le sperequazioni tra proprietari; può accadere che l’imposta gravi di più su case nuove costruite in periferia che in quelle vecchie al centro. Si tenga presente poi un livello di esenzione per valori inferiori ad una certa soglia è necessario, e questo riduce da un lato la base imponibile e dall’altro aumenta le possibili sperequazioni. Sarebbe quindi necessario abbandonare le rendite e considerare i valori correnti di mercato; questo è quello che accade in molti paesi, dalla Francia agli Usa. E’ in grado la nostra macchina amministrativa di effettuare questa operazione, ammesso che ci sia la volontà politica di farlo?

 

 

 

Il secondo consiste nel fatto ben noto che ingenti capitali, prevalentemente derivanti da evasione fiscale, sono depositati in varie banche estere. Una parte, ma non tutti, sono stati oggetto dell’ultimo scudo fiscale, ma, una volta scudati, sono ritornati all’origine o, forse sono stati nascosti più accuratamente. Esistono poi immobili (o imbarcazioni più o meno grandi) per i quali sono state costituite slr per sfruttare vantaggi fiscali; se l’imposta straordinaria, come è stato in passato, colpisce solo le persone fisiche, una notevole quantità di patrimonio può sfuggire all’imposizione. Poiché una buona parte deriva da evasione, si presenta il problema equitativo, che diventa problema politico, che l’imposta venga vissuta dai non evasori, cioè dai lavoratori dipendenti di ceto medio-alto, come l’ennesima beffa ai loro danni.

 

 

 

Questo tipo di problemi si presentano anche con un’imposta ordinaria sul patrimonio alla francese; è ben noto che la capacità amministrativa in Francia è nettamente superiore alla nostra. La loro capacità di affrontare le manovre elusive dei contribuenti più ricchi è notevole; eppure recentemente il caso di Madame Bettencourt ha scosso l’opinione pubblico d’oltre alpe. La signora è, per via ereditaria, la maggiore azionista dell’Oréal; per via di una complicata storia di famiglia è risultato che avesse occultato al fisco francese una fetta del suo patrimonio, prima che Sarkozy ponesse un limite all’imposta di solidarietà. Non c’è bisogno di descrivere la tipica reazione dei possessori di una casa d’abitazione, di una casa per le vacanze e di qualche risparmio, cioè benestanti che non si sentono però nella stessa classe delle Madame Bettencourt.

 

 

 

E’ chiaro che l’uovo di Colombo consiste nell’aumento dell’asfittico tasso di crescita dell’economia italiana. Un aumento da uno a due punti percentuali non solo avrebbe l’effetto diretto di diminuire la differenza tra costo del debito e tasso di crescita, ma avrebbe anche un effetto indiretto nello stesso senso attraverso la diminuzione dello spread dei nostri tassi rispetto a quelli tedeschi. Aspettando Godot, cioè l’emissione di euro-bond per finanziare gli investimenti, il problema è come realizzare una maggiore crescita. Ovviamente non con le “scosse” berlusconiane, che sono pura pubblicità. Si tratta di vedere come stimolare l’innovazione in quelle tre-quattromila imprese, soprattutto manifatturiere, che reggono l’export, alcune anche di piccole dimensioni, per ottenere aumenti di produttività, facendo anche crescere le loro dimensioni. Sono necessarie delle politiche industriali, di ricerca, di concertazioni tra imprese e sindacati, ed anche di ben calibrati stimoli fiscali. E naturalmente che il quadro macro sia più favorevole, e cioè che a livello europeo si attenui la pretesa di germanizzare l’intera area euro, e si riconosca un ruolo alle politiche di sostegno della domanda.

 

 

 

Come si vede, i temi sono complessi, e su di essi si può discutere a lungo; ma è necessario accennare alla questione del federalismo, anche perché la Lega e Tremonti cercano di accreditare l’idea che i problemi della finanza pubblica verranno risolti dal federalismo. Questo è un bluff, più insidioso delle recenti boutade del cavaliere.

 

 

 

Preliminarmente va fatta una considerazione statistica: se guardiamo la distribuzione per regioni della spesa pubblica pro capite monetaria, vediamo che – a parte le tre regioni speciali del nord – essa è distribuita in modo tendenzialmente uguale in tutte le regioni, mentre le entrate sono notevolmente differenziate per via delle forti sperequazioni del reddito. E’ ovvio che in queste condizioni, se vogliamo assicurare i livelli essenziali delle prestazioni di cui parla l’art. 117 della Costituzione, è necessario un ammontare rilevante di trasferimenti. Il problema è che, a parità di spesa monetaria, i servizi reali di cui usufruiscono gli abitanti del sud non sono affatto pari a quelli di cui usufruiscono gli altri cittadini del centro nord. Questo è il vero e centrale tema nel nostro paese; quello della Lega è invece riassumibile nello slogan: “i soldi nostri ce li teniamo noi”.

 

E’ paradossale che il federalismo comunale, in discussione nella commissione bicamerale, non abbia nulla a che vedere con il “vedo, pago, voto” caro a Tremonti (la votazione di quindici favorevoli e altrettanti contrari implica solo un allungamento dei tempi, perché è necessario passare per le Camere. Le dichiarazioni leghiste “ o passa o si va al voto” possono essere un bluff, oppure una scusa). I cittadini del Comune pagano per i servizi erogati e li giudicano promuovendo o bocciando il sindaco; in tale modo si attuerebbe un virtuoso processo di riduzione della spesa e delle entrate. In realtà le proposte di Calderoli consistono in compartecipazioni, nelle quali il ruolo del Comune è solo di ricevitore passivo, esattamente come nei trasferimenti che vengono aboliti, nella tassa di soggiorno, che per definizione non viene pagata dai residenti, e in una imposta immobiliare che, esente la prima casa, viene pagata da una piccola minoranza dei residenti. L’unica che rispecchia il criterio tremontiano è l’addizionale sull’Irpef; ma ha il difetto di scaricarsi in larga parte sui lavoratori dipendenti e pensionati.

 

 

 

Dal punto di vista della logica del federalismo il peccato originale, per demagogia, è stato l’eliminazione dell’Ici sulla casa d’abitazione. A questo proposito Pellegrino Capaldo ha proposto una tassazione straordinaria sugli incrementi di valore immobiliare collegandola con l’obiettivo di dimezzamento del debito. Insomma un’Invim (l’imposta comunale sul valore immobiliare abolita con l’introduzione dell’Ici) con un’aliquota alta in modo da raccogliere in pochi anni quei 900 miliardi necessari ad abbattere il debito. La ragione per cui l’Invim funzionava male dipende dal fatto che la base imponibile era data dalla differenza tra prezzo effettivo di vendita meno prezzo effettivo d’acquisto; il risultato era che ogni compravendita (o successione) dava luogo ad un contenzioso tra contribuente e fisco. E’ il problema dell’accertamento dei valori effettivi, problema che all’estero è stato risolto ma da noi no. Quanto detto sopra a proposito dell’imposta straordinaria vale quindi anche per questa proposta.