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Le fandonie sui lavoratori troppo protetti

11/04/2012

In Italia i lavoratori sono meno protetti che in Francia e Germania. L'accanimento sull'art.18 è inutile e solo simbolico. Il vero problema è la scarsa produttività del sistema

Il Governo ha approvato il testo del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro da presentare alle Camere. La sostanza delle variazioni apportate all’assetto del mercato è relativamente limitata e non va sempre nel senso di un miglioramento. Salvo alcuni effetti di breve periodo auspicabilmente positivi derivanti dall’introduzione dell’Aspi, l’altra principale modifica, quella dell’art.18 potrebbe portare essenzialmente ad un aumento del contenzioso, peggiorando i rapporti di lavoro. Sembra quasi che le ragioni della riforma siano essenzialmente di natura cosmetica (abbattimento di simboli che denoterebbero l’attuale presunto ingessamento del mercato del lavoro italiano). Una ventata di liberismo, da lungo tempo auspicata dalla grancassa mobilitata dal più becero capitalismo nostrano e stranamente sostenuta e utilizzata in alcuni ambienti accademici, doveva essere il suggello della positiva novità apportata dal governo Monti alla licenziabilità dei lavoratori a tempo indeterminato.

È strano però che questa ripetizione di falsità che accreditano l’idea di lavoratori italiani eccessivamente protetti non regga il confronto dei dati. A parte il fatto che ormai 3/4 dei nuovi lavori sono di carattere temporaneo e assolutamente non protetti, ciò che accomuna l’Italia a pochi altri paesi europei, quella che è stata per anni la stessa giustificazione di questa anomalia, ossia l’esistenza di lavoratori a tempo indeterminato eccessivamente protetti, è infondata. Infatti, l’indice di protezione contro i licenziamenti dei lavoratori permanenti elaborato dall’Ocse è in Italia inferiore da tempo a quello dei nostri principali concorrenti, in primis Francia e Germania (in una scala di crescente protezione, 1,69 contro 2,60 e 2,85, rispettivamente, nel 2008) (cfr. Figura 1).

Figura 1 - Protezione dell’occupazione in alcuni paesi dell’Unione Europea 2008

Scala da 0 (restrizione minima) a 6 (restrizione massima)
Protezione dei lavoratori permanenti contro i licenziamenti individuali

Fonte: OECD indicators on Employment Protection (Version 2 - Last updated 24-09-2010)

Si sono perciò preferiti target simbolici rispetto ad obiettivi reali, eludendo il principale problema del quale soffre il nostro sistema economico, quello della bassa crescita della produttività. Per ciò che si è appena detto, questo problema non può avere fondamento in una scarsa collaborazione dei lavoratori dovuta alla loro elevata protezione. La scarsa dinamica della produttività non è imputabile a lavoratori fannulloni perché protetti, semplicemente perché la nostra legislazione non protegge i lavoratori più di quanto essi non siano protetti all’estero; anzi, li protegge di meno. Ciò a cui essa va invece imputata è l’incapacità della nostra classe dirigente, sia imprenditori sia politici. I primi hanno seguito strategie aziendali di breve respiro, che sono risultate negative per il nostro sistema economico (scarsa innovazione tecnologica e organizzativa e mancato riposizionamento della specializzazione produttiva). I secondi hanno peggiorato la performance del settore pubblico, contribuendo negativamente ai fattori esterni all’impresa che influenzano la produttività.

Ma il paese sembra avere le energie per rinascere. Si tratta soltanto di individuare le modalità per valorizzarle, anziché farle retrocedere nella spirale che ha operato a partire dagli anni Novanta, per gli effetti prodotti sulle strategie aziendali dalla tregua salariale, prima, e dall’’invenzione’ di soluzioni di ripiego come quella del lavoro temporaneo, nonché per le conseguenze negative della ridotta efficienza del settore pubblico. Partendo da produzioni mature, con limitati incrementi di produttività che ‘giustificano’ una bassa dinamica salariale e, negli intendimenti dell’attuale governo, con liberalizzazioni tendenti a ridurre le presunte incrostazioni del mercato del lavoro, ma che abbassano ulteriormente i salari si riducono ulteriormente le spinte alla crescita della produttività e si rimane confinati entro le nicchie delle produzioni mature.

La ricetta non può dunque essere il liberismo, ma proprio quella di un’appropriata concertazione tra le forze sociali più produttive e il policy maker, criticata invece da Monti in molteplici dichiarazioni, che ne ha enfatizzato alcuni aspetti deteriori della pratica italiana. Il Presidente ne ha però dimenticato le potenzialità e, al tempo stesso, ha sottovalutato i danni della soluzione alternativa, fondata su un liberismo spinto, specialmente se applicato ad un mercato, quello del lavoro, nel quale l’oggetto del lavoro non riguarda cose, ma coinvolge la vita, le aspirazioni e i sentimenti di persone. Dopo le mancate concertazioni sulla riforma delle pensioni, sugli ammortizzatori sociali e soprattutto sui criteri di licenziabilità dei singoli lavoratori, appare estremamente difficile poter contare sulla collaborazione del movimento dei lavoratori per affrontare eventuali ulteriori sacrifici, qualora non si riuscisse a contenere le bramosie degli speculatori internazionali, dei corrotti della politica e degli evasori-elusori fiscali.

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Commenti

Concertazione: metodo o fine?

"Tutto Ok. Ma debbo rilevare che il prof. acocella, delle due l'una, o ha la memoria corta oppure ha condiviso negli anni novanta la privatizzazione selvaggia di Telecom, Enel e di varie altre attività che avevano una partecipazione dello stato."

Caro Felice Di Maro, se avesse dato una svista al manuale di politica economica del prof. Acocella probabilmente si sarebbe accorto che diverse volte si dichiara l'inconsistenza degli studi che affermerebbero una forte correlazione tra maggiore produttività e privatizzazione dei settori soggetti a monopoli naturali, ossia alcune delle privatizzazioni di cui lei parla.
Io credo che per concertazione l'articolo intenda il "metodo", non il "fine". Perché se da una parte si sollecita il metodo della concertazione, dall'altra si suggerisce una qualche forma di responsabilità da parte del nostro "capitalismo più becero" nel non aver effettuato investimenti produttivi (infatti si sottolinea la scarsa produttività) e, aggiungo, nel non aver rinnovato il modello di organizzazione e di gestione delle imprese.

Ambiguità della concertazione

Ironia della storia: la parola "concertazione", che oggi, con l'aria che tira, sembra un azzardo dal sapore quasi bolscevico, in realtà è stato lo strumento con cui il (grande) capitale ha cercato consensi al di là della barricata. La concertazione, in altri termini, è il modo più indolore e, se vogliamo, "progressista", per raggiungere gli stessi obiettivi che si prefigge Monti: spostare ulteriormente l'ago della bilancia in favore del capitale. (Del tutto ovvio che Monti sia dove sia per garantire i creditori, non i debitori, no?) Del resto: quale deve essere il risultato della concertazione, se una parte è in grado di ricattare l'altra? Se negli ultimi vent'anni i redditi da capitale sono vertiginosamente aumentati rispetto a quelli da lavoro (non ho fonti precise, ma mi pare che questo sia un dato acquisito), qualcosa vorrà pur dire. Tornare alla concertazione non sposterebbe molto, quindi, i termini della questione. Da un certo punto di vista (ecco il paradosso), proprio l'arroganza ideologico-professorale di Monti e Fornero, che si traduce nella filosofia del "o mangi questa minestra o salti ecc." rimette sul tavolo ciò che la concertazione, per sua propria natura, ha il compito di nascondere: il conflitto di classe. Alla fine esistono pur sempre i lavoratori da una parte e i padroni dall'altra: ciò che succede oggi in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia lo rende di un'evidenza solare. E oggi più che ieri i "padroni" si possono chiamare capitalisti, visto che l'economia è ormai completamente finanziarizzata. Abbiamo dunque il coraggio di chiamare in causa il convitato di pietra, l'innominato e innominabile conflitto di classe. Il dibattito ne guadagnerebbe in chiarezza.

luk.colombo@gmail.com

La concertazione non è la strada giusta

L'articolo ben mette in evidenzia che in Italia lavoratori troppo protetti certo ci sono ma non fanno moda. L'Autore, offre dati di rilievo e scrive che "l’indice di protezione contro i licenziamenti dei lavoratori permanenti elaborato dall’Ocse è in Italia inferiore da tempo a quello dei nostri principali concorrenti,in primis Francia e Germania".

Tutto Ok. Ma debbo rilevare che il prof. acocella, delle due l'una, o ha la memoria corta oppure ha condiviso negli anni novanta la privatizzazione selvaggia di Telecom, Enel e di varie altre attività che avevano una partecipazione dello stato.

Prof. Acocella, Monti non è altro che il contunuum di Prodi. La crisi che stiamo attraversando è vero ha origini non italiane e non europee ma se siamo in condizioni così drammatiche, e tanto che è in discussione la spesa alimentare è perchè accademici come lei hanno pensato che la modernità aveva senso se in "concertazione" si privatizzava. Il risultato è che Il problema di fondo oggi è che uno Stato non può essere tale se dipende dai mercati finanziari.

Cosa dobbiamo fare? Intanto, sia chiaro e senza equivoci, con Monti siamo passati dalle mani del boia a quelle dell'assassino. E quindi dobbioamo resistere e progettare uno stato comunque diverso basato su una economia non dipendnte dai mercati finanziari. Le teorie le abbiamo, lei prof. Acocella le conosce bene e le insegna anche molto bene. C'è poco da fare siamo entrati con Monti in un tunnel buio e dobbiamo camminare a vista facendo piccoli passi.

Una buona regola è quella di fare quello che ha fatto lei con quest'articolo di presentare la tabella dell'Ocse sulla protezione dei lavoratori.

La invito a non pronunciare e a non a scriverla più la parola "concertazione". Tutti partiti, più o meno, che l'hanno praticata fanno parte della maggioranza che sostiene in parlamento il governo Monti, il governo più squallido dal dopoguerra ad oggi. Non dico in lezione, ma fuori aula lo spieghi ai suoi studenti come si possono fare scelte per fare in modo che a oagare la crisi non siano sempre i soliti noti. E, cioè quelli che già hanno problemi di spesa alimentare.