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Lezioni europee. Firenze e il 14 novembre

17/11/2012

3.000 persone a Firenze 10+10, centinaia di migliaia che il 14 novembre hanno partecipato a scioperi e manifestazioni in 28 paesi europei. La protesta in Europa inizia a muoversi

La protesta europea muove i primi passi tutta insieme. Prima le 3.000 persone arrivate all’incontro Firenze 10+10 (8-11 novembre) dai quattro angoli d’Europa. Poi lo sciopero indetto dalla Confederazione europea dei sindacati il 14 novembre, con astensioni dal lavoro in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo e manifestazioni in tutti i paesi d’Europa. Una protesta che in Italia ha incontrato una grande mobilitazione degli studenti e che è stata affrontata – proprio come a Genova nel 2001 – con un’ingiustificabile violenza della polizia.

L’incontro di Firenze 10+10 è stato un miracolo rimasto a metà. Il risultato importante e imprevedibile è stato l’arrivo alla Fortezza da Basso di moltissime esperienze europee. Per la prima volta indignados ventenni, giovanissimi degli “occupy” di Londra e Francoforte, femministe radicali e gruppi dell’est Europa si sono incontrati con i movimenti che dieci anni fa nello stesso luogo avevano costruito il primo Forum sociale europeo, all’insegna della critica alla globalizzazione liberista, della solidarietà e della pace. A Firenze 10+10 si sono ritrovati studenti e precari italiani ed europei, settori di sindacato, ambientalisti e no-tav, gli economisti di dieci paesi diversi che hanno lanciato la Rete europea degli economisti progressisti, la coalizione AlterSummit che unisce 80 organizzazioni sindacali e di movimento di tutta Europa.

Tutti capaci di intensificare il lavoro comune a scala europea all’interno delle singole reti tematiche, un processo che è diventato la nuova modalità di azione e mobilitazione in un quadro in cui l’identità europea è ormai data per scontata. Capaci di dialogare sull’austerità, la democrazia, i diritti e i beni comuni, ma con molta voglia di affermare il proprio punto di vista parziale, con poca capacità di ascolto e con pochissimo interesse a costruire una visione comune. È questo il miracolo mancato a Firenze.

Di qui l’assenza di un documento finale che definisca i tratti comuni del movimento, spieghi l’”altra Europa” che si vuole, avanzi richieste di cambiamento al di là dello slogan “La nostra democrazia contro la vostra austerità”. Accordo solo sulla mobilitazione contro il vertice europeo a fine marzo 2013 – tutta da definire su obiettivi e modalità – e presa d’atto delle iniziative che vari gruppi hanno in cantiere, una nuova edizione di “Blockupy” a Francoforte, l’AlterSummit di inizio giugno ad Atene. Nessun nuovo appuntamento che dia seguito al dialogo di Firenze 10+10, nessun percorso per un’alleanza sociale con un progetto di cambiamento.

Pochi giorni dopo, la protesta di 50 sindacati in 28 paesi europei, con centinaia di migliaia di persone coinvolte, sulla base di un documento di dura critica delle politiche di austerità (qui le informazioni: www.etuc.org). È stata la prima volta che la Confederazione europea dei sindacati ha sentito la necessità di una mobilitazione transnazionale, ancora timida nell’organizzazione, ma significativa nella presa di distanza dai governi e nell’urgenza di una protesta comune a livello europeo. Le manifestazioni sindacali sono state un’occasione per riaggregare soggetti sociali e vittime della crisi, per creare uno spazio di opposizione fin qui frammentato dai mille modi in cui la crisi colpisce. In Italia, la grande partecipazione degli studenti è stato un elemento nuovo di grande importanza, che non può essere cancellato dall’attenzione mediatica sugli scontri, né soffocato dalle cariche della polizia.

A sei anni dall’inizio della crisi, con la periferia europea fatta a pezzi dall’austerità, le proteste iniziano a incontrarsi e a muoversi insieme. Il problema è andare oltre la frammentazione che si è vista a Firenze e l’esitazione che ha segnato la protesta sindacale. Servono nuove occasioni d’incontro tra sindacati e movimenti impegnati sulla crisi europea, è necessaria un’allenza sociale tra lavoratori, giovani, senza lavoro, migranti e associazioni, serve guardare oltre i confini nazionali, “sbilanciarsi” sui contenuti di una possibile alternativa comune.

Quella che non c’è (più, o ancora) di fronte alla crisi europea è una visione della politica come spazio del cambiamento. Lo sapevamo da tempo. La politica – e la democrazia – è stata azzerata dai meccanismi di decisione dell’Europa, dall’inconsistenza di partiti e parlamenti. Non si è rinnovata con le proteste di questi anni, spesso chiuse in lotte di resistenza nazionali. Non si poteva chiedere a quattro giorni di discussione “dal basso” e a una giornata di sciopero di ridare un senso alla politica e ricostruirla a scala europea, ma proprio questo è il vuoto che la proposta di un’alternativa alla crisi dell’Europa liberista deve riempire.

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