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Libia, la tragedia degli idrocarburi

24/03/2011

Un despota che ha in mano tutta la ricchezza. Export al 90% da idrocarburi. Le potenze esterne, che acquistano gas e petrolio, e muovono il tiranno. Un copione già scritto, nelle storie delle "hydrocarbon societes"? Chiunque vinca, tornerà una dittatura del petrolio? Forse non è detto, stavolta

In Libia siamo in piena tragedia. Tutto sta andando come altre volte, secondo copione. Per citare il generale Mini, Repubblica del 19 marzo, i soldati o, meglio le armi indirizzate in un punto dello spazio e del tempo, vengono chiamate a riempire il vuoto della politica. È inutile, forse anche per i giornalisti (che devono però sforzarsi di farlo), certo per chi se ne stia a casa sua, cercare di capire ora, quando la parola è alle armi, quali possano essere gli sviluppi immediati. È già molto se ne capiscono qualcosa gli attori diretti; sul campo e nelle stanze dei comandi militari e del potere politico. Chi può intervenire, agendo o comandando, ha modo di trovare riscontri sia pure incerti; chi è spettatore impotente può solo manifestare le proprie convinzioni. O cercare qualche caratteristica generale oltre il fumo, la nebbia, della battaglia, per indirizzare i propri comportamenti futuri.

La crisi della democrazia in Italia non sta solo nella trasformazione delle elezioni nella scelta di un despota che, dopo aver nominato la maggioranza del Parlamento, modifica le leggi nel suo interesse, si appropria dello stato e privatizza i beni pubblici. Sta anche nella totale incapacità, anche del despota, di decidere in modo pubblico, pubblicamente argomentabile, sulla pace e la guerra. È vero che a sostegno della decisione si è espresso il capo dello stato; che il parlamento discuterà. Ma forse neanche il presidente della Repubblica e il parlamento sanno bene che cosa hanno deciso o decideranno. Non c’è uno stato di guerra dichiarato da un presidente e da un parlamento, che poi demandano alle autorità militari le decisioni opportune per vincerla, la guerra. È la macchina militare, internazionale, dai confini incerti, con diverse regole, che viene spinta a prendere in mano la situazione; e lo fa più come un’Idra dalle sette teste, che come un Leviatano che già buono non era. L’onnipotente presidente del Consiglio non ha retto un minuto sulla sua politica; né per porre condizioni rigide e proporre vie di uscita all’alleato Gheddafi, che forse è più realista di quanto non si dica, né per sostenerne le ragioni. Può fingere di decidere e seguire la corrente solo perché un'incerta consociazione lo appoggia.

Dall’altra parte del mare, dove stanno i protagonisti e le vittime della tragedia, la situazione è ancora più caotica. Che cosa era la Libia fino a ieri?

John Davis, in Libyan Politics. Tribe and Revolution, 1987, ha introdotto, sulla scia della società idraulica di Wittfogel, il concetto di hydrocarbon society. Nelle società idrauliche l'indispensabile regolazione delle acque impone un governo centralizzato, che ha poteri assoluti ma, se vuole sopravvivere, deve far funzionare l’irrigazione, i trasporti, la distribuzione del cibo a chi coltiva la terra, la difesa. Nelle società degli idrocarburi il rapporto è rovesciato. Una potenza esterna, che acquista il gas e il petrolio, mette in mano al despota l’intera ricchezza del paese. Il despota è tale proprio perché ha in mano tutta la ricchezza e può usarla per comprarsi i sudditi e pagare il lavoro servile a stranieri senza diritti. La difesa è garantita dall’acquisto di armi e di mercenari o dalla potenza che compra il gas e il petrolio e installa una propria forza soverchiante nello stato in questione o in stati confinanti. Sono società degli idrocarburi quelle in cui più del 90% delle esportazioni (o del Pil, in alcuni casi – i numeri di Davis sono un po’ disomogenei) è rappresentato da idrocarburi.

Il Medio Oriente è pieno di società, di stati del petrolio o funzionali agli stati del petrolio; di giacimenti fatti stato, come il Kuwait, l’Arabia saudita, Oman, gli Emirati arabi uniti; di basi militari fatte stato, come il Bahrein; o di stati-Las Vegas, come il Dubai. E, del resto, il mondo è pieno di paradisi fiscali fatti stato, perché, come sostiene Tremonti da venti anni (La fiera delle tasse, 1991), i ricchi possano comprarsi le tasse, come qualsiasi altra merce, dove costano di meno.

La Libia non è stata sempre una società del petrolio. Gli occupanti italiani, nello scatolone di sabbia, non lo avevano trovato. Quando Evans Pritchard scrisse I Senussi di Cirenaica (1949), che raccontava la storia della confraternita religiosa, fondata nella prima metà dell’800, la cui lealtà interna fu una delle risorse della resistenza all'occupazione italiana, il petrolio non c’era; e molti vecchi importanti firmavano con l’impronta del pollice. All’epoca della debole monarchia senussa di re Idris, fine anni ’50, il petrolio era stato trovato dagli inglesi. I contratti libici, per la debolezza della monarchia, erano tra i peggiori. La percentuale delle royalties era la più bassa del Medio Oriente e, particolare forse irrilevante ma che mi aveva colpito molto, le compagnie calcolavano sui bilanci la depletion allowance, l’ammortamento per lo svuotamento del giacimento, come in Texas, dove però le concessioni si compravano. Come sottrarre ad un affitto l’ammortamento dell’immobile, anziché aggiungercelo. I singoli funzionari libici si vendicavano facendo pagare la tangente su qualsiasi cosa.

Il colpo di stato militare dei liberi ufficiali di Gheddafi, come descritto nei libri di allora, non fu entusiasmante neppure nell’immediato, ma ebbe rapporti col nasserismo e un'ideologia – la terza via tra capitalismo e comunismo – che un italiano è portato a chiamare fascismo. Ma non bisogna esagerare nel prendere sul serio lo stato delle masse. I comitati che costituiscono la base della jamahiriya non hanno mai avuto giurisdizione sul petrolio. Davis ci racconta dell’aumento pervasivo dell’istruzione, delle milizie che si aggiungono all’esercito, della possibilità di informarsi con la radio ad onde corte che prende tutte le emittenti arabe, anche a Kufra, della trasformazione della società tradizionale. Non parla di indipendenza economica dei comitati e di produzione di ricchezza. Nel 1987 la Libia era diventata pienamente uno stato del petrolio.

Il Colonnello aveva mantenuto un rapporto con i poteri tradizionali. Igor Man, a suo tempo, scrisse che la moglie principale di Gheddafi era di famiglia senussa. Bernardo Valli ce lo ha confermato in questi giorni, informandoci che il responsabile della repressione a Bengasi, che è stata la causa immediata della rivolta, è stato il cognato del Colonnello, di famiglia senussa. Le parentele conteranno anche in Libia, come in Italia; forse più che in Italia. Ma il petrolio paga le scuole, i consumi, il lavoro di quel residente su tre che era straniero e che in questi giorni ha cercato di tornare a casa.

Ma allora, ci si può chiedere, chiunque vinca la guerra civile non può che trovarsi in mano l’intera ricchezza del paese e non può che diventare, a sua volta, un despota? Forse alcuni dei contendenti mirano proprio a questo. Certo non tutti, come sostiene Farid Adly sul manifesto del 5 e del 24 marzo. Ma, anche contro la volontà degli insorti, se restano gli stati del petrolio, gli stati base militare, gli stati-Las Vegas, può finire così, chiunque vinca, anche perché le grandi potenze vogliono che finisca così. Sarebbe la conferma della separazione delle popolazioni più numerose dalla ricchezza e di tutti dalla libertà.

Forse però sono in azione forze che possono far sperare in esiti diversi, contro la volontà della grandi potenze, soprattutto se vincono gli insorti. Sono forze sociali e culturali che, già ora, scavalcano i confini degli stati. Sono transnazionali i lavoratori, che provengono sempre dagli stati popolosi e poveri; sono transnazionali i giornalisti e i commentatori delle radio e delle televisioni; è transnazionale qualunque visione strategica interna al Medio Oriente che non si limiti alla difesa di un despota al potere. Certo i ragazzi di piazza Tahrir, di piazza delle perle, o i rivoltosi siriani, i ribelli tunisini, istruiti, disposti a lavorare, non hanno come massima aspirazione una vita da muratore o da facchino, irregolare, in Italia o in Francia. Ma anche i giovani cittadini degli stati del petrolio possono avere aspirazioni maggiori dell’essere l’equivalente del sindaco di Bari o del vincitore di un premio di poesia estivo sulla costa adriatica. E poi il petrolio finisce. Se uno è giovane e istruito, il problema se lo pone. Forse Al Jazeera è riuscita a fare ciò che non è riuscito a Nasser. Forse c’è la possibilità non di uno stato degli arabi ma di un commonwealth arabo, e berbero, e di tutti gli altri che vivono lì. Jeff Halper, del Comitato contro la distruzione delle case dei palestinesi in Israele, ha proposto un commonwealth per uscire dal più tragico e sanguinoso, o almeno del più noto, dei conflitti del Medio Oriente. Per ora l’internazionalismo ha giocato solo per salvare i ricchi, come nel salvataggio del Dubai con i soldi dell’Oman; o con le truppe saudite in Bahrein. Ma persino in Arabia saudita qualcuno può chiedersi se non sia più conveniente, per la propria sicurezza, investire in Egitto i 30 miliardi usati per comprarsi il consenso dei sudditi a casa propria. Prima o poi, se non viene proprio tutto giù, i lavoratori stranieri dovranno tornare in Libia. Se ci tornassero con qualche diritto, questo cambierebbe non solo la Libia, ma il Mediterraneo e l’Europa.

Bisogna aggiungere che l’India non l’ha liberata solo Ghandi, ma anche Lord Mountbatten; che l’Europa orientale non l’hanno liberata solo i cittadini che votavano con i piedi, ma anche Gorbaciov. Nulla può avvenire se il detentore della forza di ultima istanza, Barak Obama, in questo caso, non lo lascia avvenire. E non è detto – lo sostiene, forse, anche Farid Adli – che i missili americani, orribili come tutti i missili, vadano contro questa prospettiva.

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