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Con l'euro, senza l'euro, contro l'euro?

03/08/2012

L'uscita dal tunnel non c'è stata. Restano i dilemmi del "calabrone" euro, che non poteva volare e molti vogliono continuare a far volare. Alternative di cui valutare le conseguenze politiche, oltre che economiche

Il tanto atteso “sblocco” della situazione europea non c’è stato. Nel presentare la recente decisione di non variare i tassi, il governatore della Bce Mario Draghi ha riconosciuto che la presenza di premi al rischio estremamente elevati per alcuni paesi e la conseguenze segmentazione dei mercati finanziari mina l’efficacia della politica monetaria. Ha altresì affermato che la Bce prenderà in considerazione le misure necessarie per affrontare il problema (leggi, acquisto di bond sul mercato secondario) ma ha anche segnalato che si tratta di direttive che andranno poi concretizzate in un disegno preciso nel prossimo mese. Inoltre ha sottolineato sia il disaccordo tedesco, sia il richiamo al consolidamento fiscale per quanto riguarda i paesi in difficoltà. Significativa in tal senso l’affermazione in conferenza stampa secondo cui in presenza di insostenibilità fiscale per i paesi delle periferia, l’unica opzione sul campo per attivare un intervento - della Banca Centrale o dei due Fondi di Stabilità – è una richiesta formale del Paese e una accettazione della conditionality che a tale intervento è usualmente associata [1].

Il problema della stabilità dell’euro è tutt’altro che risolto, in sostanza, e alcune domande più di fondo si pongono.

Nel discorso di Londra di Mario Draghi del 26 luglio, che tanto ha fatto esultare i mercati, c'erano un paio di passaggi che a mio avviso non sono stati sufficientemente discussi. Innanzitutto, il presidente della Bce afferma che l’euro ha le caratteristiche di un bumblebee (un calabrone) che riesce a volare, anche se non dovrebbe. In secondo luogo, prima di affermare che farà di tutto per salvare l’euro, vuole rimarcare l’investimento politico fatto nella moneta unica.

Krugman, che è lettore attento, riprende entrambi i punti in un suo recente editoriale sul NY Times. Traducendo in un linguaggio più chiaro, afferma che l’euro è stato un errore (punto 1), ma sostiene che un suo fallimento comporterebbe un colpo all’unificazione politica (punto 2).

È davvero così?

Sulla creazione dell’euro, giacché pensare a un controfattuale (cosa sarebbe successo senza l’euro) a questo livello di aggregazione è francamente complicato, si può dare una risposta dal punto di vista strettamente economico, con riferimento alla definizione di un’area monetaria ottimale. Senza entrare troppo nel tecnico, è oramai palese che le economie dell’area euro mostrino persistenti elementi di diacronia nell’andamento del ciclo e che non abbia quei requisiti di mobilità e flessibilità che sarebbero richiesti in teoria. Detto in altri termini, a fronte di differenze di competitività, eliminata la variabile del cambio come meccanismo di ripristino dell’equilibrio esterno (e inesistente un meccanismo fiscale di compensazione tra aree), non resta che un aggiustamento sul lato dei prezzi (inclusi i salari). I fattori devono essere mobili a sufficienza da andare dove sono più produttivi e i prezzi devono dare i segnali corretti.

I problemi sono due: la mobilità interna del lavoro è molto bassa, visti i costi di aggiustamento molto alti legati a differenze linguistiche, culturali e amministrativo-burocratiche, ma soprattutto, esiste un problema opposto legato ai capitali. Mentre i capitali si sono mossi dal centro alla periferia, come racconta il modello standard, l’afflusso di capitali non ha portato a crescita della produttività nella periferia (promuovendo convergenza nella competitività), ma ha finanziato bolle speculative che hanno poi portato alla crisi [2].

È evidente che i requisiti di mobilità dei fattori si possono anche modificare endogenamente, ma visto il tempo trascorso dalla creazione dell’euro e visti gli orizzonti temporali su cui è necessario risolvere i problemi, si può affermare abbastanza tranquillamente che questa opzione non è sul tavolo in questo momento.

Atteso che in punta di teoria l’euro non era sostenibile, rimane da esplorare il secondo punto.

L’euro va difeso?

Krugman e Draghi dicono di sì, mentre in ambito eterodosso si amplia sempre di più la schiera di chi risponde negativamente [3].

Opererei una distinzione. Se compariamo tra loro “equilibri” economico-istituzionali, in principio una maggiore unione politica è possibile con o senza euro. È possibile pensare a processi di maggiore integrazione su singole materie (si veda quest'articolo di Bruno Frey), così come è possibile pensare a un’unione politica che lasci le monete nazionali come valvola di sfogo in presenza di shock asimmetrici (il già citato articolo di Pitagora). All’opposto, è anche possibile pensare a un’unione politica, con euro, ulteriore centralizzazione dei capitali e che lasci che gli aggiustamenti avvengano sul lato del lavoro - presumibilmente con politiche di redistribuzione e sostanziale mezzogiornificazione della periferia -, oppure con sostanziale convergenza tra aree attraverso aggiustamenti sul lato della produttività - ma viste le differenze di velocità tra i tempi di movimento della finanza e quello di azione di politiche cha agiscono sulle capabilities (capitale umano, conoscenze tecnologiche, capitale organizzativo), mi sembra improbabile senza una qualche forma di controllo sui movimenti del capitale.

Dire che in astratto diverse configurazioni sono possibili è esercizio interessante ma anche poco soddisfacente: da un punto di vista dinamico, bisogna saper chiarire se esiste un sentiero sufficientemente stabile che ci porti dalla situazione presente all’equilibrio finale indicato (in questo caso quello senza euro).

La risposta è a mio avviso negativa, per due ordini di motivi. Innanzitutto c’è un punto politico. In presenza di svalutazioni non si può negare che molte economie della periferia riprenderebbero fiato nel medio termine (un punto senz’altro positivo), ma questo trasferirebbe appoggio nell’opinione pubblica alle forze anti-europee che in questi anni hanno giocato a mettere nello stesso calderone la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, e il progetto europeo tout court. Molte di queste forze hanno già ottenuto un incremento del loro peso elettorale, e alcune di esse potrebbero essere presto al governo (come potrebbe avvenire in Italia il prossimo anno). Con un significativo spostamento del peso elettorale verso il blocco euroscettico, dubito che poi si possa immaginare un percorso di convergenza politica verso una maggiore integrazione europea.

Il secondo punto è di carattere più economico. Anche se, ripeto, la svalutazione ridarebbe fiato all’economia, a breve termine i costi potrebbero essere molto pesanti. (a) Poiché non è più vero che la maggior parte del debito è detenuto all’interno del paese, una svalutazione generebbe la sanzione di mancato accesso ai mercati finanziari. Anche se quest’ultimo statisticamente si è significativamente ridotto negli ultimi decenni, si tratta comunque di due anni circa [4]. (b) Si innescherebbe una fuga di capitali che indurrebbe a misure drastiche di consolidamento fiscale; (c) un intervento diretto dello Stato nel sistema bancario si renderebbe inevitabile. A fronte di ciò, si configurerebbe una manovra piuttosto pesante, simile a quella del 1992 appunto.

Inoltre, e in parte a causa di tutto ciò, si avrebbe un’altra conseguenza. Se uno osserva i dati sull’andamento dell’indice di Gini per il reddito disponibile netto delle famiglie in Italia, si scopre che esso è rimasto sostanzialmente piatto ad un livello molto alto negli ultimi ventanni circa, non riuscendo a invertire il pesante incremento (cioè la crescita della disuguaglianza) avvenuta con un balzo molto concentrato in occasione della crisi del 1992. Siamo sicuri che a livello sociale questo paese possa affrontare altra disuguaglianza?

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Note:

 

[1] Vedere http://www.ecb.eu/press/tvservices/webcast/html/webcast_120802.en.html in particolare al minuto 43:43.

[2] Frenkel, R., Rapetti, M. (2009) A developing country view of the current global crisis: what should not be forgotten and what should be done. Cambridge Journal of Economics, 33(4), 685-702, in italiano si veda anche Brancaccio, E. (2008) Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista. Studi Economici, 96(3), 109-128

[3] Vedasi ad esempio: http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/La-fine-di-una-moneta-14384, http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/08/articolo/5225/, http://www.emilianobrancaccio.it/2012/07/17/gli-intellettuali-di-sinistra-e-la-crisi-della-zona-euro/

[4] Panizza, U., Sturzenegger, F., Zettelmeyer, J. (2009) The Economics and Law of Sovereign Debt and Default. Journal of Economic Literature, 47(3): 651-698; Richmond, C, Dias, D.A. (2008). “Duration of Capital Market Exclusion: Stylized Facts and Determining Factors.” http://personal.anderson.ucla.edu/christine.richmond/Marketaccess0808.pdf.

 

 

 

 

 

 

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Commenti

Con l'euro, contro l'euro

Innanzitutto voglio ringraziare Bogliacino perche' nel suo post espone le sue tesi mettendole a confronto con quelle di altri. Cio' da la possibilita' anche ai non addetti ai lavori di poter capire meglio il problema di cui si parla. Per quanto mi riguarda non ho molto da aggiungere a quanto e' stato gia' detto, mi piacerebbe anzi che questa tematica cosi' fondamentale per la vita delle persone venisse dibattuta ancora piu' a fondo, in particolare nell'analisi di cosa potrebbe comportare un'uscita dall'euro e soprattutto come "ammorbidire" gli effetti nefasti.
Una cosa infatti mi sembra mancare nell'articolo (mi si perdoni se mi fosse sfuggita): si parla infatti delle gravi conseguenze in caso di uscita dell'Italia da questa infernale moneta, in particolare per i lavoratori. Ora a me sembra fuor di dubbio (e mi posso sbagliare) che la gente accetterebbe "volentieri" i sacrifici se sapesse che tra uno-due anni si potrebbe star meglio. Oggi invece penso che tutti sappiamo con certezza che tutti i sacrifici che possiamo fare non ci porteranno altro che peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita: ci affameranno! E questo e' un dato di fatto. Allora far sacrifici per morire o far sacrifici per risollevarci?
En passant: se la memoria non mi faglia, la manovra di Amato fu di 90.000 miliardi di lire, cioe' 45 miliardi di euro. Penso che quest'anno (da giugno 2011 ad oggi) l'abbiamo ampiamente superata e di molto, e magari fosse finita!

Come uscire dall'euro

Tra le pagine 180 e 184 del volume "Oltre l'austerità", scaricabile dal sito di Micromega, Sergio Levrero descrive i provvedimenti, volti ad evitare possibili situazioni di scarsità di liquidità, fallimenti bancari e difficoltà per i debitori interni, che un governo dovrebbe prendere per un'uscita dall'euro più o meno ordinata. Si tratta di provvedimenti non straordinariamente complessi, che la popolazione, dopo aver subito lo shock montiano, accetterebbe, credo, senza troppi problemi.
Ovviamente ciò richiederebbe un cambio di paradigma economico - incluso il nuovo matrimonio tra Tesoro e Banca d'Italia - che sarebbe osteggiato in maniera feroce dalla stampa padronale e dai loro cani da guardia, ma, data la crescente ostilità popolare nei confronti di tutto ciò che le politiche di austerità hanno provocato, non sarebbe impossibile se se ne cominciasse a parlare da subito! Dal PDmenoL non può venire nulla (mi piace ricordare, come fece A. Bagnai qualche tempo fa in un suo post, che gli schizzi di sangue dei lavoratori sul grembiule rosa del macellaio si notano meno...) ma mi stupisco di come anche a sinistra non si riesca ad innescare un dibattito su un tema di cui si sta ormai impossessando la destra

post crisi

A Tommaso Sinibaldi (intanto grazie per il commento): A breve termine ci sarebbe una fuga di capitali e la risposta a questo è ovviamente un picco nei tassi, a questo si aggiungerebbe l'aggiustamento sui bilanci da fare sul sistema bancario (svalutazione più fuga di capitali). Tanto per intenderci il sistema bancario andrebbe nazionalizzato. E anche se si interviene solo con politica monetaria, in parte o in toto verrebbe sterilizzata.

Che poi i capitali ci tornerebbero è ovvio e lo dico anche io: una stima media del tempo per il rientro io l'ho fatta guardando chi ha fatto i conti in letteratura (referenza nel testo). Se ci sono stime migliori ben vengano, ma dati alla mano...

Fondine e comprensione

Passo sopra i pochi lusinghieri apprezzamenti alla mia capacità di comprensione dei testi, non mi tangono. La frase di cui dovrei vergognarmi è di uso comune, in tante varianti. So bene che l'ha "inventata" Goebbels, ma non per questo è meno efficace.
Tommaso Sinibaldi ha sapientemente descritto cosa succederebbe sui mercati in caso di uscita dell'Italia dall'euro. Accecati dall'anglo-chic noi chiamiamo "spread" quello che gli spagnoli correttamente chiamano "premio di rischio" nel senso descritto da Sinibaldi, la cui esposizione non richiede ulteriori spiegazioni.
Cosa accadrebbe alla distribuzione del reddito in Italia (alla "quota salari" per dirla alla Brancaccio) in caso di uscita dall'Euro? E' stato oggetto di un intenso ed interessantissimo dibattito tra Bagnai e Brancaccio: il primo sostiene che i costi della permanenza nell'Euro sono talmente insostenibili per le classi subalterne che uscire converrebbe comunque; il secondo ritiene che l'uscita dall'Euro deve essere accompagnata da misure atte ad impedire quel che accadde nel '92, ovvero: controlli dei capitali in uscita, controllo amministrativo dei prezzi ed una nuova "scala mobile".
Questo è ciò di cui vorrei sentir dibattere e parlare a sinistra, mentre con tutto il rispetto, di quel che Draghi dice, pensa, vuol fare o non fare non me ne può fregare di meno, si figuri se sono "complottista". Sono rancoroso? Forse, ma ho un sano odio di classe (sottolineo, odio) tale per cui non riesco proprio ad appassionarmi ai discorsi di quelli là, anzi mi fanno venire l'orticaria

"...SANZIONE DI MANCATO ACCESSO AI MERCATI FINANZIARI ?..."

"...Una svalutazione genererebbe la sanzione di mancato accesso ai mercati finanziari...".Non credo. Nel caso di uscita dall'euro la nuova moneta dovrebbe da subito aderire pienamente ad un regime di cambi flessibili e il debito pubblico dovrebbe essere forzosamente convertito nella nuova moneta. In altri termini nessuna svalutazione "concordata" o "contrattata" : ci sarebbero dei tentativi in questo senso, ma per fortuna la loro riuscita sembra difficile ed improbabile. Dunque se la nuova moneta aderisse pienamente ad un regime di cambi flessibili accadrebbe probabilmente questo : dopo i primi giorni di forte flessione del cambio (overshooting) gli investitori esteri si accorgerebbero che i titoli italiani (svalutati per effetto della nuova denominazione, poniamo, del 20%) e con i già elevati rendimenti attuali, sarebbero un ottimo affare: La "speculazione" comincerebbe ad acquistarli : tutto ciò nell'arco di poche settimane o addirittura di pochi giorni. Non si dimentichi che l'attuale spread è soprattutto un "premio" a ciò che viene attualmente visto come un rischio di cambio (la dissoluzione dell'euro). Il giorno in cui il cambio fosse liberamente stabilito dal mercato (cambi flessibili appunto) tale premio non sarebbe più necessario e i capitali potrebbero rifluire. Conclusione apparentemente paradossale, ma in realtà realistica : i tassi di interesse nel paese uscente potrebbero diminuire : nessuna "manovra Amato" sarebbe necessaria.

fuffa e dintorni

guardi che lei l'articolo di Brancaccio o non lo ha letto o non lo ha capito. Bracaccio fa un punto uguale al mio (siccome è macroeconomista gli interessa la quota salari, io parlo di disuguaglianza ma la sostanza è la stessa) e inoltre sostiene che le tesi "andiamocene" è debole, che è esattamente la tesi che sento propagandare dai complottisti vari e gente che blatera di "fondine di pistola" (si vergogni tra l'altro, il riferimento è davvero inqualificabile). Brancaccio poi sostiene che minacciare di rovesciare il tavolo è una buona strategia per ottenere qualcosa. È un punto interessante e vale la pena discuterlo.

Questo è appunto il modo di discutere, per chi ha voglia di sfogare il proprio rancore da questo momento non sono più disponibile, ma la rete è ampia e troverà sicuramente qualcuno che ha voglia di farlo

saluti

Della sinistra salottiera

Gentile autore, ovviamente l'espressione "sinistra salottiera" più che a lei personalmente fa riferimento ad un certo cotè di intellettuale che non riesce neppure a immaginare cosa significhi vivere nella crisi e che si sdilinqua in vani soliloqui o indossa sciarpe di cashemire mentre il popolo muore. Ho fatto recentemente un viaggio di lavoro ad Atene: ho visto scene a dir poco raccapriccianti che mai nella mia vita avrei potuto immaginare di vedere, mi sono ricordato della fame che mia madre mi raccontava aver patito durante la guerra, delle bucce di patate bollite per sopravvivere. Questa è la realtà. E ci mettiamo a parlare di Draghi, uno che ha lavorato alla Goldman Sachs? Appena sento questo nome ho una voglia irrefrenabile di mettere mano alla fondina della pistola.
Torniamo al tema: l'Euro è morto, lo tengono in vita artificialmente per completare l'opera di distruzione del modello sociale europeo (Draghi dixit). Una sinistra vera (non parlo ovviamente del PDmenoL) dovrebbe cominciare a lavorare su quelle cose che Brancaccio ha rigorosamente descritto in http://www.emilianobrancaccio.it/2012/07/17/gli-intellettuali-di-sinistra-e-la-crisi-della-zona-euro/. Il resto è fuffa, con tutto il rispetto.
P.S.: sono quadro in una società di servizi di consulenza aziendale, lavoro con tante piccole imprese che vedo quotidianamente affogare...

Euro e politica

Vedo che molti, a sinistra, non vedono più - o pensano che non ci sia mai stata - alcuna ambizione politica nel processo di unificazione monetaria europea. Anche questo è un effetto della crisi in atto. C'è chi - anche a sinistra, sì - continua a pensarla diversamente, ma non è questo il punto. Il punto, su cui l'articolo di Bogliacino giustamente comincia a ragionare, è: cosa succederebbe, oggi e nelle condizioni date, alle classi che hanno pagato per l'euro, nel caso del suo collasso? Bisogna invertire la rotta sì, ma non per andare verso un burrone.

Ok! Saverio.

Pienamente d'accordo con Saverio. Leggetevi Paolo Barnard dalla rete e capirete ancora meglio il dramma dell'€ e dell'eurozona in generale. Altro che sinistra, questa Europa è di ultradestra.

le verità in tasca...

... non ce le ha nessuno, quindi non si preoccupi.

le rispondo brevemente:
1) le previsioni politiche sono molto complicate. Ripeto, a bocce ferme l'unione politica è possibile con o senza euro. Il mio punto è un altro: non vedo come nella situazione attuale (con queste forze politiche, questa architettura istituzionale eccetera) si possa immaginare una transizione fuori dall'euro guidata da forze euroconvinte. Draghi ha ragione almeno su di una cosa: l'euro è stato un investimento di capitale politico
2) dall'inizio dell'euro la disuguaglianza non è variata. Se mi sta dicendo che a seguito di questa crisi si potrebbe accentuare l'inetrvento politico in funzione non egualitaria le rispondo che è possibile (vedasi il mio scritto sull'IVA), ma per le ragioni che espongo mi semrba di poter dedurre che l'intervento a seguito di un'uscita sarebbe MOLTO più pesante e con effetti di disuguaglianza più forti...

ok! Saverio

Completamente d'accordo con Saverio. Cercate e leggete Paolo Barnard dalla rete perchè i media, tutti seguaci neoliberisti, lo boicottano. Leggendo Barnard capirete ancora di più e meglio il dramma dell'€ e dell'eurozona in generale.

E se invece...

E se invece, la permanenza nell'Euro portasse a quegli effetti negativi?
Sull'analisi sono d'accordo, ma se invece proprio la permanenza nell'Eurozona (con il rischio di un'uscita disordinata o decisa dal Nord o da altri paesi):

1) ) rafforzasse - come è in effetti successo - gli euroscettici? Un'uscita concordata (utopia?) potrebbe ridurre le conseguenze politiche e anzi, dopo gli insuccessi e la titubanza degli anni passati, ridare credibilità ed autorevolezza alla politica degli europeisti;
2) aumentasse la disuguaglianza (come sostengono alcuni) fino a farla esplodere?

Lo chiedo da studente confuso, senza alcuna verità in tasca.

calma

Si rilegga l'articolo, poi con calma ne riparliamo. Contiene una risposta chiara alla questione se l'euro sia stato una decisione corretta o meno. Peró c'è un punto politico che va affrontato adesso che l'euro c'è. Fare la sparata non aiuta molto a prendere decisioni

cordiali saluti

ps mentre io non posso vedere chi è lei, lei può facilmente vedere la mia traiettoria, cliccando sul mio nome. Salotti nessuno tanto per intenderci...

L'euro è morto, ma gli hanno fatto la controfigura per farlo sembrare vito

Mi meraviglio come ci sia ancora chi pensa che si possa cambiare chissà cosa per salvare il "dead man walking" euro per salvare il "sogno" europeo. E' tanto difficile capire che non solo l'Euro ma l'intero processo di costruzione del Mercato Comune prima e dell'Unione Europea poi è stato basato su un preciso disegna conservatore e reazionario per abbattere, distruggere ed annientare i diritti dei lavoratori e ciò che essi hanno costruito con fatica, sudore e tanto sangue? E' davvero difficile capire che l'Euro è una perfetta arma di distruzione in mano alle classi dominanti, anzi a precise frazioni nazionali delle classi dominanti? E se la distruzione dell'Euro deve significare la fine dell'UE, beh, lo dico da comunista fin nelle viscere, che si fotta l'Europa! Ed è davvero disarmante vedere come l'intelligentsja "de sinistra" dei salotti buoni non sia capace di vedere una realtà così elementare: presto sentiremo di nuovo risuonare il passo dell'oca e la colpa, ancora una volta, sarà di una sinistra imbelle e salottiera. Abbiate il coraggio di pubblicarlo questo commento...