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Porto Rico, prossimo default

25/04/2015

Sdebitarsi/L’isola caraibica sull’orlo del crac. Servono 2,9 mld entro pochi mesi. E gli Usa non vogliono intervenire

C’è un piccolo Paese fortemente indebitato, che sta creando preoccupazioni a mercati finanziari e creditori. Le probabilità di un default sembrano ogni giorno più alte, ogni scadenza di pagamento è un’incognita. Il problema non è unicamente la massa del debito pubblico, ma quanto di questo debito è in mani estere: gran parte dei crediti sono detenuti da una potenza economica vicina e legata a doppio filo a quella di questo piccolo Paese in difficoltà. Sembra profilarsi uno scontro sempre più duro tra creditori e debitori. In caso di default sarebbero banche, istituti finanziari e fondi pensione del Paese più forte a rimetterci. Anche per questo crescono le pressioni per trovare altre soluzioni, che in massima parte passano dall’imporre sacrifici, aumenti delle imposte e tagli al Paese in difficoltà. Anche se molti staranno pensando a cosa avviene qui in Europa, stiamo in realtà parlando di Porto Rico.
Una nazione con un debito relativamente piccolo in valore assoluto, intorno ai 70 miliardi di dollari, ma uno dei più alti al mondo se consideriamo il suo valore pro capite per una popolazione di meno di 4 milioni di abitanti. Una buona parte del debito è detenuto dai fondi pensione statunitensi, che per anni hanno inseguito gli alti tassi offerti dai bond dell’isola caraibica. Un discorso analogo vale per alcuni hedge fund, i fondi speculativi riservati a grandi investitori, anch’essi attratti dagli alti rendimenti e che oggi detengono oltre il 25% del debito di Porto Rico. La situazione si è complicata l’estate scorsa, quando l’agenzia Moody’s ha tagliato di tre gradini il rating di Porto Rico portandolo a livello junk bond – titolo spazzatura. Una decisione presa dopo l’approvazione di una Legge che permette ad alcuni enti locali di non pagare i propri debiti se i tre quarti dei debitori si accordano per una ristrutturazione.
Tra questi enti è in particolare la Prepa a preoccupare, l’agenzia dell’energia elettrica indebitata per oltre 8 miliardi di dollari. Un altro problema sostanziale è l’assenza di una giurisprudenza internazionale per Porto Rico, «territorio non incorporato» degli Usa. Una definizione pensata principalmente per i piccoli possedimenti che non fanno parte degli Usa ma comunque direttamente controllati da un governatore di nomina statunitense, come avviene per l’isola di Guam o le Isole Marianne Settentrionali. Le città o le contee statunitensi con problemi finanziari hanno a disposizione una legislazione apposita e delle corti in cui discutere di default, ma le leggi federali negano tale possibilità ai territori non incorporati. Proprio la posizione di Washington è quindi ora determinante per capire il futuro di Porto Rico. Verrà messo in piedi un piano di salvataggio o si arriverà al default?
La situazione sta peggiorando rapidamente, anche perché le difficoltà obbligano Porto Rico a offrire tassi di interesse sempre più alti, in una spirale di peggioramento dei conti pubblici. Se si dovesse mettere in piedi un piano di salvataggio, chi ne pagherebbe però il conto? L’amministrazione Usa non sembra al momento volersi prendere in carico il pagamento del debito. Al contrario, alcuni rappresentanti avrebbero dichiarato al New York Times che tale opzione non è nemmeno in discussione. Fatto sta che l’isola si trova in una crisi di liquidità che peggiora ogni giorno, con la necessità di trovare almeno 2,9 miliardi di dollari entro pochi mesi per rispettare alcuni pagamenti in scadenza. Per ricevere la liquidità necessaria potrebbe profilarsi l’obbligo di accettare un piano di ristrutturazione, con l’imposizione di misure tese a un progressivo rimborso del debito. Parliamo di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e aumento delle imposte.
Misure fortemente caldeggiate dai creditori privati, ovvero proprio quei fondi pensione e hedge fund che per anni hanno goduto di alti rendimenti – e rendimenti esentasse in tutti gli Stati degli Usa – e che oggi ovviamente si oppongono a qualsiasi ipotesi di default, come se alti rendimenti non significassero un rischio altrettanto alto. Una prima proposta di nuove tasse sui carburanti ha già suscitato proteste locali. Proseguire su questa strada potrebbe significare il tracollo per la già precaria economia dell’isola.
Nel frattempo un giudice federale negli Usa ha dichiarato illegittima la legge approvata l’estate scorsa a Porto Rico sulla ristrutturazione dei debiti, rendendo il quadro giuridico ancora più complicato in attesa dell’appello. Da un lato una piccola nazione fortemente indebitata e in difficoltà, dall’altro una potenza economica che rischia di imporre una cura molto peggiore del male, per tutelare creditori finanziari che per anni hanno tratto profitto dalla situazione. Proprio negli Usa, circa un secolo fa, Mark Twain ricordava che «la storia non si ripete, ma spesso fa rima».

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