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La questione dei rapporti di forza

17/07/2015

La crisi greca e noi. La protesta indifferenziata di quello che ora viene chiamato "il basso" che si contrappone all'"alto", per usare un concetto che oggi va di moda, non basta. E infatti, fin'ora, il 99%, sebbene sia una così grande maggioranza di sofferenti, non vince. Occorre di più

Tutti si ricor­dano la famosa frase pro­nun­ciata da Ram­sey McDo­nald, primo pre­si­dente del con­si­glio di un governo labu­ri­sta in Gran Bre­ta­gna nel 1931, nel pieno dell’altra grande crisi eco­no­mica mon­diale: «Cre­devo che il peg­gio fosse stare all’opposizione senza il potere di cam­biare le cose, ora mi sono accorto che è peg­gio ancora stare al governo e non aver ugual­mente potere». Pochi ricor­dano forse quello che avvenne dopo, quando McDo­nald decise di rom­pere con il pro­prio par­tito le cui riven­di­ca­zioni non era in grado di sod­di­sfare e di dar vita ad un pes­simo governo di unità nazionale.

Ebbene, nella tri­stis­sima serata che tutti abbiamo tra­scorso ieri notte attac­cati alla tele­vi­sione per seguire quanto accadeva ad Atene, su piazza Sin­tagma e den­tro il palazzo del Par­la­mento che vi si affac­cia, abbiamo, almeno molti di noi, tirato un sospiro di sol­lievo: non solo — lo sape­vamo già prima — Tsi­pras non è Ram­sey McDo­nald, anche se ha dovuto spe­ri­men­tare una ana­loga impo­tenza — ma, quel che più conta, la rot­tura con il suo par­tito non è avvenuta.

Sia i 40 depu­tati di Syriza che hanno votato con­tro il memo­ran­dum, sia i 109 mem­bri del Comi­tato cen­trale che hanno espresso ana­loga oppo­si­zione, hanno riba­dito che que­sto non com­porta sfi­du­cia nei con­fronti del governo. Un’altra bella prova della matu­rità di Siryza. Se que­sta unità reg­gerà anche nelle dif­fi­ci­lis­sime set­ti­mane che ci aspet­tano, il peg­gio potrà forse essere evitato.

La scelta del che fare a fronte di un ricatto tanto arro­gante da non esser stato nem­meno imma­gi­nato è stata per Atene molto ardua, ed è com­pren­si­bile che abbia sol­le­vato un con­fronto così acceso, anzi dram­ma­tico. Tsi­pras, come sap­piamo, ha respinto l’ipotesi di un’uscita dall’eurozona, e ha scelto di cor­rere i rischi dell’accordo leo­nino che gli è stato impo­sto per gua­da­gnare tempo — e man­te­nere una col­lo­ca­zione di governo — due fat­tori che aiu­tano ad affron­tare una situa­zione molto dif­fi­cile, ma meno dif­fi­cile di quella che si sarebbe creata, subito, ove le ban­che fos­sero rima­ste chiuse senza liquido, sti­pendi non paga­bili, blocco dei ser­vizi pub­blici, impor­ta­zioni impos­si­bili in un paese che senza com­prare all’estero il car­bu­rante per i pro­pri pesche­recci non è in grado nem­meno di pescare il pro­prio pesce.

Dif­fi­cile e peri­co­losa: quando una crisi diventa così grave può acca­dere di tutto. Da parte dell’avversario, ma anche — la sto­ria ce lo inse­gna — per le ten­ta­zioni auto­ri­ta­rie cui si potrebbe cedere per con­trol­lare le ine­vi­ta­bili proteste.

Adesso, se non ci saranno lace­ra­zioni nel corpo di Syriza, sarà pos­si­bile lavo­rare per ridurre al minimo, e comun­que per distri­buire più equa­mente il peso delle misure impo­ste. Con­tando anche sull’estrema con­fu­sione che regna nel campo delle “isti­tu­zioni” UE: che non sono Maci­ste, ma una lea­der­ship sem­pre più con­fusa e sem­pre meno cre­di­bile. Basti pensare alla esi­la­rante uscita del Fondo mone­ta­rio, che dopo aver par­te­ci­pato ai nego­ziati con la inef­fa­bile signora Lagarde, manda adesso a dire che quell’accordo è ridi­colo, non potrà mai esser rea­liz­zato, per­chè la Gre­cia non potrà mai pagare un debito che negli anni, dopo le amo­re­voli cure dei dot­tori di Bru­xel­les, è pas­sato dal 127 % del PIL all’inizio della crisi al 176 % di oggi, al pre­ve­di­bile 200 % nel pros­simo futuro.

Degli 82 miliardi che ora sono stati con­cessi ad Atene solo il 35 % andrà all’economia reale, il resto a ripa­gare debiti già con­tratti e a rifi­nan­ziare le ban­che, così come del resto è acca­duto dal 2010, quando dei 226,7 miliardi elar­giti allora ne andò solo l’11,7%.

Anche sul piano poli­tico va ben sot­to­li­neato che da que­sta vicenda la lea­der­ship euro­pea è uscita malis­simo. Anche in Ger­ma­nia: basta scor­rere la stampa tede­sca più auto­re­vole per sapere con quanta asprezza viene giu­di­cato l’operato del pro­prio governo: ” Il governo tede­sco ha distrutto in un wee­kend sette decenni di diplo­ma­zia” — ha scritto il set­ti­ma­nale Spie­gel e la auto­re­vo­lis­sima Sud­deu­tsche Zei­tung ha titolato:“La signora Mer­kel ‚il nuovo nemico dell’Europa”. Per non par­lare di come in que­ste set­ti­mane si siano mol­ti­pli­cate le voci, anche isti­tu­zio­nali, di chi dice che biso­gna andar­sene dall’UE.

Tsi­pras ha invece deciso di non abban­do­nare il campo di bat­ta­glia. Poteva deci­dere di lasciar per­dere e cedere a chi sug­ge­riva di imboc­care la strada di uno sbri­cio­la­mento che avrebbe in realtà lasciato ancor più privi di forza rispetto alla finanza glo­bale i sin­goli paesi.

Può darsi che per otte­nere que­sta diversa Europa sia neces­sa­rio ricor­rere anche a que­sta scelta, ma assurdo è pen­sare che dia più forza, ad Atene ma anche a tutti noi, che la Gre­cia, la più debole, imboc­chi que­sta strada da sola. Gre­xit, oggi, diven­te­rebbe solo la pate­tica vicenda di un pic­colo paese mar­gi­nale, la vit­to­ria, per l’appunto, di Scheubele.

Altra cosa è che a met­tere in discus­sione l’eurozona sia uno schie­ra­mento più forte, almeno i paesi medi­ter­ra­nei, sulla base di un chiaro pro­getto di lotta e di reci­proca soli­da­rietà. Que­sto fronte oggi non c’è e noi ita­liani pos­siamo solo ver­go­gnarci per­chè il nostro pre­si­dente del Con­si­glio, che avrebbe potuto, e dovuto, avere un ruolo di primo piano da svol­gere in que­sta situa­zione, ha messo, pau­roso, la testa sotto la sabbia.

Torna in primo piano il famoso con­cetto di “rap­porti di forza”, un ter­mine che sem­bra spa­rito dal voca­bo­la­rio della sini­stra, sic­chè quanto accade ad Atene c’è chi lo rap­pre­senta come l’antico dilemma fra riforme o rivo­lu­zione. Quasi che sia pos­si­bile –scrive con la tra­di­zio­nale voca­zione al richiamo teo­rico tede­sco Blo­kupy su “Neues Deu­tschland” — con­si­de­rare la Gre­cia come un secolo fa la Rus­sia: l ‘anello più debole del capi­ta­li­smo da cui si sarebbe potuti par­tire. Lenin, del resto, quando disse que­sta frase, non sapeva che la rivo­lu­zione tede­sca sarebbe fallita.

Oggi, comun­que, noi sap­piamo che di un pro­cesso rivo­lu­zio­na­rio capace di soste­nere la rot­tura even­tuale della Gre­cia in Europa non c’è nem­meno l’odore. Non è rivo­lu­zio­na­rio sbat­tere comun­que la testa con­tro il muro senza valu­tare se si rompe la testa o si sbri­ciola il muro. Pre­ser­vare la testa non è un atto di viltà, ma di intel­li­genza. Almeno se si intende com­bat­tere ancora e non solo costruire un monu­mento ai mar­tiri.
“La gente pro­te­sta, scende in strada” — ci dicono anche nostri con­na­zio­nali che sono in Grecia.“Nei bar si dice che Tsi­pras ha tra­dito.” E’ com­pren­si­bile, ma per que­sto per vin­cere ci vogliono i par­titi e non i bar: pro­prio nei momenti dram­ma­tici è indi­spen­sa­bile un sog­getto con­sa­pe­vole, unito da una comune cul­tura poli­tica, da un rap­porto vero con le rispet­tive comu­nità, e non un agglo­me­rato emotivo.

Per costruire l’egemonia neces­sa­ria ad affron­tare situa­zioni com­plesse, con lotte mirate e non solo con la mol­ti­pli­ca­zione delle proteste.

E’ vero che lasciare solo alla poli­tica — par­titi e isti­tu­zioni — il potere di deci­dere può esser peri­co­loso, e lo è stato tante volte in pas­sato. Per que­sto sono utili movi­menti e forme dirette di espres­sione della società civile e spe­riamo che ce ne siano in Greci a pun­go­lare, anche con­te­stan­dole, le deci­sioni che ver­ranno prese.

Ma la pro­te­sta indif­fe­ren­ziata di quello che ora viene chia­mato “il basso” che si con­trap­pone all’”alto”, per usare un con­cetto che oggi va di moda, non basta. E infatti, fin’ora, il 99%, seb­bene sia una così grande mag­gio­ranza di sof­fe­renti, non vince. Occorre di più.

Io la penso così. Ma sono molto con­for­tata nel riscon­trare che la grande mag­gio­ranza di coloro che stanno cer­cando di costruire in Ita­lia un nuovo sog­getto poli­tico uni­ta­rio la pensa in modo ana­logo. A qual­che ­cosa la lunga sto­ria della nostra sini­stra — primo fra tutti il “genoma Gram­sci” — ci è pur servita!

articolo apparso su il manifesto il 17 luglio 2015

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