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Petrolio, il 2015 sarà l'anno decisivo

12/01/2015

A dicembre a Parigi una nuova Conferenza delle parti (Cop 21) è chiamata a riscrivere il Protocollo di Kyoto. Una proposta per fermare la logica dei mercati finanziari

Quest’anno sarà un anno importante (decisivo?) per le questioni energetiche. A dicembre a Parigi una nuova Conferenza delle parti (Cop 21) è chiamata a riscrivere il Protocollo di Kyoto. I sommi decisori delle sorti del mondo avranno sotto i loro occhi tutti gli elementi per poter scegliere al meglio il nostro destino. Vediamoli.

L’anno che si è appena concluso è stato l’anno più caldo da quando vengono effettuati i rilevamenti (1891). E, probabilmente, sarà anche quello in cui è stato raggiunto il record di concentrazione media annua di 400 parti per milione di CO2 in atmosfera. Per trovare un valore simile bisogna risalire al Pliocene; 3 milioni di anni, prima della comparsa del genere Homo. La temperatura media era più alta di circa 2-3°C e il livello dei mari più alto di 20-25 metri. L’ultimo rapporto divulgato dal panel di scienziati che studiano i cambiamenti climatici (Ipcc, V° Rapporto) stabilisce senza timore di sbagliare che la causa principale del fenomeno è l’uso di combustibili fossili.

Volendo prendere a cuore la salute umana, si potrebbero anche considerare i dati sull’inquinamento generato dalle polveri sottili inalabili. L’agenzia Europea per l’Ambiente, ad esempio, stima in 64.000 le morti premature registrate per questa causa solo in Italia. Le riserve conosciute di petrolio e gas naturale, nonostante le nuove tecnologie di estrazione sempre più “spinte” e pericolose (fracking, pozzi oceanici profondi), non riescono a compensare il progressivo esaurimento dei giacimenti conosciti se non a costi esorbitanti. L’estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti è in perdita già dal 2012. Tecnicamente, abbiamo superato il “picco di Hubert”, siamo già entrati in riserva. Per contro, le fonti energetiche rinnovabili legate al sole (che genera anche i venti e produce biomassa vegetale) e, soprattutto, le tecnologie utili ad aumentare l’efficienza dei rendimenti e a risparmiare sui consumi hanno registrato successi sorprendenti. La green economy, le clean tecnology, le smart grids e city, ecc. sono già oggi il terreno dove le imprese si giocano la competizione e i profitti. Non a caso – senza aspettare la conferenza di Parigi – Obama e Xi Jinping hanno siglato patti bilaterali per scambiarsi tecnologie e materiali. Non dimentichiamoci che la informatizzazione e la miniaturizzazione delle macchine richiede materiali sempre più ricercati, come i minerali soprannominati, per l’appunto, “terre rare”.

Tutto chiaro, quindi. Anche un bambino saprebbe cosa fare per contrastare l’entropia crescente provocata dal megasistema termo-industriale attualmente installato sul pianeta e farlo rientrare nei limiti della capacità di rigenerazione dei cicli biologici ecosistemici. Servirebbe realizzare un grande processo di de-carbonizzazione dei sistemi energetici e di conversione degli apparati produttivi e dei processi di consumo, disincentivare l’uso di combustibili fossili, le pratiche ago-zootecniche più energivore ed inquinanti (la filiera della carne), trasformare i sistemi di mobilità e così via fino alla riprogettazione del ciclo di vita degli oggetti (beni e servizi) d’uso comune e un ricalcolo del loro valore avendo cura di non “esternalizzare” alcun costo intervenuto prima, durante e dopo la loro produzione. Per intenderci: non è vero che un barile di petrolio “vale” i dollari che i mercati stabiliscono. Se, ad esempio, per produrlo abbiamo reso inabitabile una intera regione (il Delta del Niger o il Mar Nero in Kazakistan, per dire due luoghi che la “nostra” Eni conosce bene), dovremmo conteggiare i danni ambientali sociali irreversibili provocati che sono incommensurabili usando l’unità di misura del denaro. Devono, cioè, intervenire altri sistemi di valutazione non economici, ma qualitativi, scientifici (per esempio la conservazione della biodiversità) ed etici (per esempio l’equità, la reciprocità dei vantaggi, la dignità e la autodeterminazione delle comunità delle popolazioni insediate).

Dovrebbe, insomma, intervenire una visione politica delle cose del mondo che sfugge totalmente ai grandi decisori a capo degli stati semplicemente perché hanno il cervello avviluppato nell’ideologia del mercato. Eppure, anche qui, abbiamo sotto i nostri occhi uno dei casi più eclatanti di fallimento del mercato e di “falsificazione” – direbbero i filosofi – delle teorie su cui si fonda l’economia mainstream: il raggiungimento spontaneo di un equilibrio tra domanda e offerta (la legge dell’ottimo sociale). Raccontavano bene Gerardo Marletto e Mario Agostinelli (“Sbilanciamo l’Europa”, 9/1/2015, inserto de il manifesto) l’incredibile paradosso del prezzo del petrolio entrato in un ottovolante che non descrive né lo stato della realtà fisica della risorsa (la rarefazione), né le esigenze sociali generalmente espresse e condivise (un consumo più parsimonioso). Siamo di fronte ad un caso di scuola (e che caso!) della irrazionalità suicida della logica del mercato, di colpevole deresponsabilizzazione delle istituzioni pubbliche, di spogliazione dei diritti delle popolazioni. Ma si è andati oltre. Una testarda fede liberista ha spinto la tecnocrazia europea a credere di poter regolare il mercato con gli strumenti del mercato. Ha così creato un farraginoso sistema di autorizzazioni pubbliche all’inquinamento liberamente commerciabili (Emission Trading Scheme) attraverso il quale è stato possibile conferire un valore monetario anche all’aria fritta: la CO2 emessa in atmosfera che alla borsa della City di Londra si aggira attualmente sui 5 euro a tonnellata.

I “meccanismi finanziari per il clima” si sono rivelati del tutto inefficaci se non per alimentare i mercati finanziari e favorire le speculazioni. Gli attori che operano nelle borse rispondono a interessi proprietari competitivi (le cinque o sei multinazionali dell’energia che attraverso concessioni statali controllano i giacimenti e l’intera filiera dell’energia) a null’altro mirano se non alla massimizzazione dei profitti nel tempo più breve possibile. Costi quel che costi, accada quel che accada. L’importante è accumulare ricchezza monetaria ad un ritmo sempre crescente o, comunque, non inferiore a quello dei concorrenti. Questo si intende per dittatura del mercato, per finanziarizzazione dell’economia, per mercificazione e privatizzazione dei beni naturali e storici attraverso l’esproprio della sovranità politica delle popolazioni. Il petrolio, il gas naturale, le risorse minerarie, ma anche il suolo fertile e una atmosfera respirabile sono beni comuni, sono beni primari limitati, sono le precondizioni della vita su questo pianeta.

Negli Stati Uniti i movimenti ambientalisti sono riusciti a fermare oleodotti e pozzi di shale oil e gas di scisto (nello Stato di New York, per ora). Il movimento per la giustizia climatica mobilita i contadini di tutto il mondo. L’opposizione ai nuovi trattati Ttip di libero scambio transatlantici fa leva sulla necessità di mantenere e allargare le clausole di salvaguardia ambientale e sociale. Le campagne per un audit del debito pubblico denunciano le inammissibili sovvenzioni che gli stati concedono al settore petrolifero, alla zootecnia industriale e, da noi, perfino agli inceneritori di rifiuti. Ci sarebbe un modo per imbrigliare la logica criminale del mercato usando la sua stessa arma (il denaro), quello a suo tempo proposto da Alberto Acosta, già presidente dell’assemblea costituente dell’Ecuador e dai movimenti indigeni delle foreste amazzoniche dello Yasunì: far pagare a chi consuma più combustibili fossili il prezzo equivalente del petrolio che rimane nei giacimenti sottoterra. Premiare chi rinuncia ad estrarre petrolio con il denaro di chi ne consuma già troppo. Semplice vero? Basterebbe stabilire una carbon tax (una sorta di tariffa progressiva come quella dell’acqua, che penalizza i consumi maggiori) destinata esclusivamente ad alimenti un fondo speciale internazionale a favore di quei paesi che decidono di non usare ab origine le proprie riserve fossili. Ciò non compenserebbe ancora il “debito ecologico” già accumulato dai paesi ricchi ai danni dei sud del mondo, ma almeno non costringerebbe i paesi che hanno la maledizione di essere ricchi di risorse naturali a svendere il proprio territorio e la propria anima ai predatori del pianeta. Un modello che anche il nostro governo potrebbe benissimo sostenere e proporre in alternativa allo sfruttamento dei giacimenti in Adriatico, in Basilicata e altrove. Ci sono molti modi per fermare le trivelle di Renzi.

 

 

 

 

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