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Il decimo comandamento

18/08/2014

Il decimo comandamento per noi è “Non inquinare o almeno ripulisci”. Il decimo e ultimo punto del progetto “Sblocca Italia”, annunciato all’inizio di agosto, è invece assai diverso e la dice lunga sulle chiare prospettive dell’Italia stessa. Cominciamo dunque con il leggerlo:

10) SBLOCCA ENERGIA: “Per sviluppare le risorse geotermiche, petrolifere e di gas naturale il progetto prevede investimenti privati nazionali e internazionali per oltre 17 miliardi di euro, con un effetto sull'occupazione di 100mila unità e un risparmio in bolletta energetica per 200 miliardi in 20 anni”. Non c’è altro.

Non c’è altro, nel senso che non c’è alcun documento che mostri l’esistenza di uno studio in proposito, una carta con qualcosa di scritto: come e perché e quando e chi. Chi deve investire? Lo Stato, le regioni, i privati? Gli italiani, gli stranieri? Subito o quando? Sappiamo che tutti questi punti sono noiosi e non piacciono agli ascoltatori. Tutti siamo abituati ai personaggi della Tv e della radio usi a tagliare corto: “restano solo venti secondi; ma ci spieghi professore, rapidamente, con una battuta, perché la spending review la lascia perplesso” (oppure, in un’altra serata ma sempre in venti secondi, “ci può spiegare perché l’euro non la convince”, e così via). Così non ci possiamo lamentare, non tanto almeno, se ci raccontano in un secondo di 17 miliardi, di investimenti, 100 mila nuovi posti di lavoro, 200 miliardi di risparmio e venti anni di tempo.

Sull’ultimo punto sembra di capire che nel corso di vent’anni ci sarebbe un risparmio di 200 miliardi di euro per importazioni evitate. Non ci si dice quando il periodo dei vent’anni potrebbe cominciare, ma per farla semplice potremmo supporre che in media investendo variamente 17 miliardi in tutto nel corso di qualche anno si otterrebbe un vantaggio – la cui forma è oscura – superiore al 100% ogni anno e questo per, appunto, 20 anni. Calcolando in quattro milioni i senza lavoro italiani, si potrebbe risolvere la sorte di un quarantesimo di tutti i disoccupati, per un periodo non determinato.

Vi sono poi gli aspetti tecnici. A parte la geotermia con il suo andamento limitato e – a meno di errori sempre ripetibili – ben conosciuto nei suoi limiti di Lardarello, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi riguarderebbe a conti fatti Regione Basilicata e Mare Adriatico. In Basilicata una parte del ceto dirigente vorrebbe davvero mettere a frutto il proprio sottosuolo purché una parte consistente del valore degli idrocarburi rimanesse in Regione. Solo così si potrebbe consentire lo sconquasso, forse irrimediabile, del territorio con la conseguenza di mettere a rischio la vocazione alle attività agricole, culturali, e turistiche. Quanto varrebbe, in termini negativi, questa corsa al petrolio e al gas nelle Valli lucane, con pregiudizio per le spiagge e i borghi? Un miliardo, due miliardi l’anno sottratti a buoni lavori? Quanti i posti di lavoro perduti?

Il caso dell’Adriatico è quello di maggior peso. I potenti italiani, rappresentati al governo dalla ministra per lo sviluppo economico Federica Guidi si sono molto emozionati per le dichiarazioni croate sulla ricerca petrolifera in mare. Invece di ostacolare con molte buonissime ragioni quelle iniziative, il governo italiano, sospinto dalle lobbies pagate dalle multinazionali del settore, vuole partecipare alla ricerca di idrocarburi nel mare un tempo nostrum e cioè non solo rispondere colpo su colpo; ma anticipare le attività altrui. È sicura la futura concorrenza con i croati, che hanno anticipato la propria volontà di ricerca; già si prefigurano altri scontri con altri rivieraschi: gli sloveni, i montenegrini, perfino gli albanesi. Lo stretto Adriatico, un mare chiuso, molto delicato, il mare di Venezia e di Ragusa, di Trieste e di Pola, del Gargano e di Cherso, non potrà reggere centinaia, forse migliaia di pozzi, di strutture galleggianti, di decine di navi per organizzare la produzione, trasportare il petrolio e il gas e rendere invivibile un mare bello come tutti i mari, forse di più, ma di certo molto fragile.

Venti secondi finali per due osservazioni; se sono concessi ai professori dissenzienti in televisione ce li attribuiremo anche noi. In primo luogo orientare il sistema energetico italiano al petrolio invece che alle rinnovabili e alla riduzione dei consumi è un errore di civiltà. Inoltre perfino in Atlantico, alle Canarie, come hanno scritto Marina Turi e Massimo Serafini per Sbilanciamoci e sul manifesto, c’è un movimento contro le trivelle. Occorre fare lo stesso in Italia e insieme negli altri paesi bagnati dall’Adriatico. Anche da noi dovrebbe affermarsi una mobilitazione e quindi qualcosa che con studi appropriati e progetti alternativi mostri quanto è inutile e ridicolo il sacrificio dell’Adriatico.

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