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Editoriale

Il doppio stato

05/10/2009

Sono da sempre a disagio con l’espressione conflitto di interessi per intendere la compresenza nella stessa persona delle funzioni di controllore e controllato, di concedente e affidatario di pubblico servizio o concessione, di valutatore e valutato, di imprenditore e politico, di assessore alla sanità e produttore di protesi mediche.

Mi rendo conto che l’uso del termine ha fini virtuosi. Il conflitto dovrebbe essere quello tra l’interesse privato (dell’imprenditore, del produttore di protesi, del valutato, dell’affidatario), e quello pubblico, generale (rappresentato dal valutatore, dal politico, dall’assessore). Sarebbe un conflitto tra l’essere e il dover essere. Il termine viene usato per ribadire che il politico, l’assessore, il valutatore, non stanno lì a fare i comodi loro ma a servire il pubblico; per difendere la concezione della politica, in democrazia, come servizio, o anche come servizio, oltre che come ricerca di un potere legittimo per realizzare il mandato che gli elettori, direttamente o indirettamente, affidano a chi svolge un ruolo pubblico.

Purtroppo l’espressione fa pensare ad una difficoltà, ad un dilemma percepito, a un evento che si cerca – che tutti cercano – di impedire o depotenziare; persino, volendo esagerare, a un disagio, ad un trauma personale. Come farò mai a decidere con equità sulla carriera di mio figlio? Non danneggerò gli altri concorrenti? O non danneggerò lui, per sottolineare la mia imparzialità?

Tutti sappiamo che non è così. La compresenza di ruoli incompatibili nella stessa persona è diventata lo strumento più importante per la conquista e l’esercizio del potere, per la selezione della classe dirigente, per la scelta – è del tutto improprio parlare di elezione – dei parlamentari, per l’accesso e il successo nella dirigenza pubblica e negli enti pubblici e privati.

L’essere imprenditore nelle telecomunicazioni e monopolista della pubblicità rende più facile vincere le elezioni, e diventare Presidente del Consiglio, e nominare i dirigenti della televisione pubblica, al di là delle attribuzioni formali, e scegliere i parlamentari, e trattare i propri affari con capi di stato esteri, ecc. L’essere valutatori consente di promuovere i propri clienti e rimuovere quelli altrui, di decidere, davvero, giorno per giorno, le scelte di università e aziende, ministeri e partiti. Così si governa.

Bisognerebbe parlare di convergenza, non di conflitto di interessi. Dire conflitto nasconde la realtà, rende impossibile o sviante ogni analisi ed azione. Meglio ancora, per dare un po’ di spessore all’analisi, bisognerebbe dire unioni personali.

Unioni personali fu l’espressione che Carl Schmitt usò, nel ’38, a Milano, ad un convegno di giuristi sugli stati a partito unico – Italia, Unione sovietica, Germania – per designare lo strumento con cui il partito nazionalsocialista aveva interamente rovesciato la costituzione tedesca senza dirlo.

La tesi proposta dalla presidenza – italiana – del convegno era stata che in Italia lo Stato controllasse il Partito; in Russia il Partito controllasse lo Stato; in Germania Stato e Partito fossero ciascuno sovrano nel proprio ambito. Infatti, diceva la relazione, c’erano i tribunali speciali per giudicare tutti gli atti dei membri del partito nazionalsocialista, in qualunque ambito, mentre per tutti gli altri cittadini c’erano i tribunali ordinari; e la Costituzione restava in vigore, sostanzialmente senza modifiche.

Schmitt cominciò col dire che rifiutava interamente la tesi. Che i giovani giuristi tedeschi diffidavano delle idee generali. Che sembrava che la Costituzione fosse rimasta immutata; ma era stata interamente rovesciata attraverso una serie di unioni personali. Membri fedeli del Partito, gerarchicamente obbedienti al Fuehrer, erano stati nominati in tutti i ruoli. Il partito nazista controllava tutto. La Costituzione era un guscio vuoto. La vera macchina del potere si muoveva sotto le sembianze costituzionali sostituendo integralmente i meccanismi legali. Era, scrisse Neumann, Behemoth, la sorella cattiva di Leviathan; era Il doppio stato, l’espressione che Fraenkel usò come titolo per il suo libro più noto.

Ci sono due tipi di obiezioni a queste affermazioni. Si può dire che tutto il mondo è paese, che se i meccanismi della democrazia fossero perfetti Democracy Incorporated – il dominio delle grandi aziende sulla politica e la aziendalizzazione della politica – non sarebbe stato mai scritto (Sheldon Wolin, 2008), o non sarebbe stato preso sul serio, le agenzie di rating non sarebbero state legate a filo doppio con le banche e le finanziarie, non ci sarebbe mai stata la crisi attuale, le assicurazioni sanitarie non stringerebbero alla gola il Presidente degli Stati uniti: rassegnamoci. Si può dire che non è vero che qui ci sia il doppio stato, che non c’è il partito unico – ce ne sono anche troppi –, che nessuno ha ammazzato gli spartachisti, e le Sa, e gli ebrei: non fasciamoci la testa prima di averla rotta, non facciamo paragoni impropri.

Ci sono due linee di risposta.

E’ vero che il dominio dell’economia sulla politica è un fenomeno globale. Che la malavita ha un notevole peso anche nei paesi che prendiamo ad esempio. Ma ci sono differenze; e questo paese non è messo bene nelle graduatorie. Certo, al peggio non c’è mai fine: ci sono i più di 100 morti ammazzati per 100.000 abitanti di Caracas, Bogotà, Johannesburg, contro i meno di 1 di Torino. Ma Obama non si è fatto eleggere dichiarando di avere una vocazione maggioritaria – bolscevica, se si vuole guardare alle continuità – e cercando di liberarsi delle minoranze. Si è fatto eleggere alla carica di Presidente degli Stati uniti, controllata dal Senato, dalla Camera, dai giudici, dalla stampa, con poteri e limiti, elastici qualche volta, ma ben esistenti nella Costituzione. Non si è candidato come per una elezione diretta ad una carica monocratica ombra di Presidente del consiglio, che non esiste nella Costituzione, non controllata da nessuno, non imputabile per legge, arbitra del suo partito, padrona di buona parte del sistema dei media, come hanno fatto, simmetricamente, Berlusconi e Veltroni. (Poi ha vinto quello che era potente davvero nella parte oscura del doppio stato.) Le differenze contano, sia per la minore violenza sia per la maggiore illegalità e incostituzionalità.

Kefauver nel rapporto Crime in America, che aveva un capitolo su Chicago, scriveva che in qualunque posto se uno va ad escort (come si dice adesso), gioca d’azzardo, si droga, sa di dover avere a che fare con la malavita. Chicago era diversa perché lì bisognava avere a che fare con la malavita per fare una festa di nozze, per farsi seppellire, per andare in ospedale, per farsi lavare una camicia. Ecco, noi siamo come la Chicago di allora. Con meno morti ma con una pervasività simile. Non per niente Luciano Gallino, forse il sociologo italiano più autorevole in piena attività, dovendo aprire una settimana di discussioni storiche e sociologiche sulla politica in Italia, all’Università di Torino, ha scelto come tema l’illegalità. E, giustamente, nessuno si è stupito. Qui abbiamo persino smesso di far finta.

La seconda linea di risposta riguarda la legittimità dei paragoni.

Certo che nella Germania del primo dopoguerra la violenza era incomparabilmente maggiore; che c’erano i corpi armati, che qui non ci sono, anche se qualcuno li vorrebbe, con le camice di un colore più vivace; che il Partito, vinte le elezioni, per cui Hitler ringraziava i contadini tedeschi per avergli dato il possesso legittimo della forza, cancellò gli altri e abolì i sindacati dando in cambio la presenza dei rappresentanti dei dipendenti in Consiglio di amministrazione. Ma la tendenza a una consociazione unica, a rapporti bloccati o contrattati, è ben presente da tempo. Da decenni l’Italia viene governata attraverso le aziende pubbliche, attraverso giornali di proprietà di aziende pubbliche, anche ottimi, attraverso un infinito sistema di sottogoverno. Quello che è, o sta diventando, doppio stato si è chiamato partitocrazia, come non si stanca di ripetere Marco Pannella, lottizzazione, consociativismo, sottogoverno. Questo disastro non lo ha costruito Silvio Berlusconi, a mani nude.

Ma una discontinuità, grave, c’è stata. Il sottogoverno è diventato Governo, l’illegalità, messa alle strette, ha deciso di autolegittimarsi, condonandosi, prescrivendosi e dichiarandosi penalmente irresponsabile. I rari liberali che avevano appoggiato la discontinuità perché, come sempre, avevano più paura delle classi subalterne che della illegalità, sono scomparsi, sostituiti, come l’altra volta, dai socialisti, dai nazionalisti – quelli di An, preferisco gli aggettivi derivati dalle idee alle sigle – dai nazionalisti etnici, che, per le idee, sembrano tanto dei neo-nazi. Siamo qui a sperare che i nazionalisti non ripetano fino in fondo la vecchia fusione che portò al Partito nazionale fascista e si schierino per una qualche forma di repubblicanesimo.

In ogni caso i paragoni si possono fare sempre: basta limitarli agli aspetti di cui si parla.

Come è nota la appropriazione da parte di Benito Mussolini dei programmi del New Deal nel discorso di Pesaro, e sono note le ambiguità della intellighenzia liberale di cui ha scritto Gabriele Turi in Il fascismo e il consenso degli intellettuali, e si può ben ricordare che le spedizioni in Kossovo, Iraq e Afghanistan non sono la guerra di Spagna e la conquista dell’Impero, è anche evidente che tra Alfredo Rocco e Castelli o Alfano, tra Giovanni Gentile e la Gelmini, c’è un abisso di qualità, a tutto vantaggio dei ministri fascisti. Giovanni Gentile, con Giorgio Pasquali e tanti altri, pensò e realizzò una riforma della scuola, in cui siamo cresciuti e che non ci piace, che segregava i fruges consumere nati dalle élites, ma era qualcosa; la Gelmini non esiste; è una licenziatrice di insegnanti che approfitta del pensionamento per età di metà dei dipendenti della scuola in pochi anni per aver partita vinta e tagliare la scuola pubblica senza neppure scontrarsi davvero.

Si può dire: cosa cambia se parliamo di convergenza di interessi e doppio stato anziché di conflitto di interessi?

Cambia che ci rendiamo conto che chi non è forte nel doppio stato o non lo sta combattendo, non denuncia le illegalità, non si presenta con una visione generale, è fuori, politicamente non esiste. Non è debole, non esiste. Denunciare la malavita al potere non è essere forcaioli ma difendere la libertà, e le alternative, anche economiche.

Gli eredi del Pci, che della lottizzazione erano stati parte subalterna ma importante, hanno pensato di avere un ruolo nel doppio stato, di governare anche loro con presenze nelle aziende, nelle banche, nelle televisioni, pensando di poter affidare a una sorta di giudizio di dio elettorale la scelta del Capo. Tutti o quasi tutti sembrano aver accettato il Fuehrerprinzip. Tutti vogliono scegliere un leader, un duce, non un segretario o un candidato: l’uno o l’altro dovrebbe essere. Candidato a una carica, una alla volta, non a fare il Capo. In questo congresso del Pd qualcuno usa una terminologia meno totalitaria, ma nella maggior parte degli interventi e dei commenti si parla ancora di leader. “La volontà di un popolo non è la somma delle volontà dei suoi membri ma la volontà di quell’uno che la rappresenta, in quanto ci riesca” – recitava la voce Fascismo della vecchia Treccani, scritta da Giovanni Gentile e firmata da Benito Mussolini. A questo siamo tornati: a destra sovranamente; ma anche altrove.

Contro il doppio stato non vale dire che i problemi dei lavoratori sono la disoccupazione, la crisi, la famiglia. Così si rischia di finire nella vignetta di Altan sulla Repubblica di venerdì 25 settembre: “La gente vuole libertà di informazione.” – dice un genuflesso. “Ma che pensino a sbarcare il lunario quei disperati con le pezze al culo!” – risponde il Banana. E’ il doppio stato – le convergenze di interessi, la illegalità, la evasione fiscale, la assenza giuridica e politica dei lavoratori migranti – il macigno che ci impedisce di discutere chiaramente di alternative. I pochi esempi di successo, parziale e locale, come la opposizione alla Tav, fino ad ora, derivano dall’essere stati capaci di partire dai problemi e schierarsi contro la convergenza di interessi tra costruttori e amministratori con una visone generale.

Almeno una parte della sinistra potrebbe obbiettare che loro sono contro il Capitalismo, per il Comunismo, e che questa è una prospettiva sufficiente. Qualcuno ha deciso che stare al governo è stato un errore – ed è vero; non in quella maniera! – e che questo basta. Ma qualcosa di più bisogna aggiungere, sulla legalità, sulla natura dello Stato, sugli obbiettivi istituzionali, economici, di politica estera, oltre la difesa dei posti di lavoro. Altrimenti vale sempre l’argomento che il Capitalismo finirà da sé, perché andava fortissimo quando c’erano pochi prodotti e molte risorse; ma non può sopravvivere alla sovrabbondanza dei prodotti e alla fine delle risorse, se qualcuno non scopre che da qualche parte c’è un’altra Terra da sfruttare.

La prossima pars destruens della distruzione creatrice potrebbe costare mezzo miliardo di morti anziché 50 milioni; e non ci sono risorse per la prossima pars construens. Così non si va da nessuna parte. Dovremmo almeno rendere il passaggio meno disumano, come diceva l’uomo con la barba un secolo e mezzo fa.

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