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L’anno perduto di Mario Monti

20/11/2012

Dopo un anno di governo Monti l’economia italiana sta peggio di prima. È peggiorata la situazione della finanza pubblica, più grave la recessione, più disuguale la distribuzione del reddito. E nel 2013 tutto diventerà più difficile per i vincoli del Fiscal compact. Così, le alternative per la politica economica sono due…

È trascorso un anno dall’insediamento del governo di Mario Monti. Dopo la fine ingloriosa dell’egemonia berlusconiana, culminata con l’umiliazione subita dall’Italia al vertice dei capi di stato e di governo dell’Unione Europea di Cannes, il Capo dello stato incaricò il Professor Monti di dar vita a un nuovo governo con l’obiettivo di riacquistare la credibilità internazionale che, anche sui mercati finanziari, era stata perduta dal nostro paese; gran parte degli italiani appoggiò la scelta. I principali problemi da risolvere erano il risanamento delle finanze pubbliche e il riavvio della crescita economica, in un quadro segnato da un debito elevato e condizioni di rifinanziamento molto onerose; si trattava di due obiettivi difficili da raggiungere perché potenzialmente confliggenti.

Sebbene l’investitura di Monti non venisse dalla scelta elettorale dei cittadini, il suo programma presentava elementi di straordinarietà, incidendo su molteplici aspetti della vita sociale e dei rapporti di produzione. Il sostegno parlamentare, inizialmente pressoché unanime, ha dato legittimità a un esecutivo “tecnico” che ha effettuato scelte politiche forti e di parte; l’assenza di un mandato elettorale ha rappresentato un vulnus costitutivo che è stato talvolta interpretato in termini di irresponsabilità.

Qual è il bilancio di un anno di governo? L’azione di Mario Monti è stata favorita dalla Banca centrale europea, prima con operazioni non convenzionali di rifinanziamento a lungo termine – circa mille miliardi di euro forniti alle banche europee (oltre 200 miliardi a quelle italiane) al tasso dello 0,75% –, poi con la disponibilità, condizionata, ad acquistare titoli di stato a breve in misura illimitata; le condizioni sui mercati sono parzialmente migliorate, ma lo spread rispetto ai tassi d’interesse tedeschi resta oggi intorno ai 350 punti e il paese deve sostenere una spesa per interessi significativamente superiore ai circa 80 miliardi di euro dell’anno passato.

Del tutto negativi sono stati i risultati per l’economia reale, peggiori rispetto alle attese, ripetutamente riviste al ribasso dal governo. I numerosi interventi “strutturali”, tra i quali quelli brutali della riforma Fornero sul mercato del lavoro, i tagli alle pensioni e altre misure che hanno colpito le categorie più deboli, non hanno evitato all’economia italiana una spirale recessiva. Il Pil del 2012 è diminuito di circa il 2,3%, la domanda interna è calata in misura superiore, mentre la condizione delle famiglie è in costante peggioramento. Sono in aumento le persone che faticano ad arrivare alla fine del mese e quelle che sono costrette a intaccare i risparmi; è cresciuto il numero di chi ritiene opportuno accantonare parte del reddito, ma sono sempre meno coloro che vi riescono. È proseguita la diminuzione della ricchezza, anche se rimane elevata nel confronto internazionale; è ulteriormente aumentata la concentrazione sia del reddito, sia della ricchezza.

La disoccupazione è cresciuta a ritmi elevati, così come il ricorso alla cassa integrazione; anche il numero delle persone occupate è diminuito, così come il monte ore complessivamente lavorato nel paese. Per i giovani è diventato più difficile trovare un’occupazione, anche di una sola ora a settimana e con contratti a termine – il dato statisticamente sufficiente per entrare nella categoria degli “occupati”. Per di più, in media, la qualità dei nuovi lavori è più scadente rispetto al passato, anche di quello recente.

Il calo della domanda di consumi ha aggravato la riduzione della produzione e degli investimenti da parte delle imprese. La piccola ripresa della produzione industriale registratasi in estate non è stata confermata dai primi dati dell’autunno. Anche le esportazioni, l’unico comparto che ha sostenuto l’attività economica, sono in rallentamento, anche per la decelerazione della Germania e degli altri paesi del nord Europa. La bilancia delle partite correnti con l’estero, pur in miglioramento grazie al saldo positivo delle merci, rimane negativa. Tra le imprese rimangono diffuse le strategie di delocalizzazione dell’attività produttiva in paesi esteri.

Negli ultimi anni, con bassi livelli di domanda, la dinamica dei prezzi è stata contenuta. La moderata inflazione registratasi nei primi mesi dell’anno è stata causata dall’aumento delle imposte indirette e dei prezzi dei beni importati, in particolare di quelli dell’energia. Nel bimestre settembre-ottobre la media dei prezzi al consumo è rimasta invariata; nell’ultima parte dell’anno, si dovrebbe registrare un calo, anche per la lieve diminuzione del prezzo in euro del petrolio. Anche il valore degli immobili, soprattutto di quelli non residenziali, è in forte diminuzione. Persistendo la negativa dinamica dei consumi, potrebbe manifestarsi il pericolo di una riduzione generalizzata dei prezzi (deflazione).

Secondo le previsioni del governo, la ripresa produttiva dovrebbe avvenire nel secondo semestre del prossimo anno, quando l’economia tornerebbe a crescere. Si tratta di una prospettiva rosea che presuppone la ripresa della domanda interna e l’intensificazione di quella estera. Le aspettative a medio e lungo termine delle famiglie non sono favorevoli, anche perché influenzate dagli interventi strutturali sui rapporti di lavoro, che hanno reso più semplici i licenziamenti, e dalla riduzione dei salari corrisposti in via differita, in conseguenza della riforma delle pensioni. Con le attuali linee di politica economica è improbabile che la ripresa possa materializzarsi.

Cattive notizie vengono inoltre dalla finanza pubblica; anche qui il governo ha più volte rivisto al ribasso i propri obiettivi. Il rapporto debito/Pil, il parametro che più influenza la vulnerabilità del debito dello Stato, ha superato il 126%, quasi sei punti percentuali in più rispetto all’anno precedente; alla crescita ha contribuito il fabbisogno finanziario dello stato, nei primi nove mesi dell’anno quasi identico a quello dei due anni precedenti, e la diminuzione del prodotto, anche di quello espresso a valori correnti. Malgrado le numerose e pesanti manovre fiscali, tra le quali l’introduzione dell’Imu, l’innalzamento dell’aliquota ordinaria Iva, l’inasprimento delle accise sui carburanti, le maggiori imposte di bollo, oltre al fiscal drag e alle ancora insufficienti misure di contrasto all’evasione, le entrate fiscali sono cresciute in misura limitata; il gettito Iva, a causa del crollo dei consumi, è sceso. Le spese, limitate sul piano interno, hanno risentito degli esborsi – circa 18 miliardi nei primi nove mesi dell’anno – che anche l’Italia ha effettuato per finanziare le misure europee di intervento per gli altri paesi europei in difficoltà.

Il deficit nel bilancio 2012 è così rimasto vicino al 3% del Pil, esclusi questi esborsi per i fondi anti-crisi europei; il governo si è impegnato ad anticipare il pareggio di bilancio dal 2014 al 2013, con un avanzo primario (il saldo prima del pagamento degli interessi sul debito) che dovrebbe raggiungere il 4% del Pil. I vincoli di bilancio si sono fatti più stringenti con l’aggravarsi della crisi e diventeranno ancora più pesanti con l’entrata in vigore, il prossimo anno, del Trattato europeo in materia di politica fiscale, il cosiddetto “Fiscal compact”, sottoscritto dai governi europei – con l’eccezione di Gran Bretagna e Repubblica ceca – ma non ancora votato da tutti i parlamenti. Le misure previste sono l’obbligo del bilancio in pareggio e l’azzeramento, in 20 anni, della quota di debito pubblico che eccede il 60% del Pil; per l’Italia ciò impone che il saldo di bilancio rimanga per due decenni ampiamente positivo (a meno di elevati saggi di crescita nominale del prodotto). Il quadro temporale per l’effettiva entrata in vigore di tali misure sarà proposto dalla Commissione europea tenendo conto dei rischi specifici sul piano della sostenibilità del debito; viene tuttavia richiesta una rapida convergenza verso gli obiettivi del Trattato.

Che cosa significa questo impegno per l’Italia? Nei prossimi anni, per rispettare il Fiscal compact l’Italia dovrà tagliare la spesa o aumentare le imposte per quattro o cinque punti percentuali di Pil, oltre 60 miliardi di euro. Tale cifra potrebbe risultare insufficiente se teniamo conto dell’effetto demoltiplicativo di reddito di tali misure, segnalato anche dal Fondo monetario internazionale: tagli di spesa e aumenti di imposte hanno l’effetto di ridurre la domanda e far cadere la produzione, prolungando la recessione. Interventi correttivi di questo tipo dovranno essere presi da tutti gli altri paesi europei a eccezione della Finlandia; la Germania ha un debito pubblico superiore all’80% del Pil; la Francia ha un disavanzo superiore al 4% e il suo debito ha appena subito il “declassamento” da parte di Moody’s. Si tratta di una situazione per certi versi simile a quella paventata per gli Stati Uniti di un “fiscal cliff” (baratro fiscale) di medio periodo: il taglio generalizzato della spesa pubblica rischia di aggravare la spirale recessiva dell’eurozona, in particolare nei paesi periferici.

I problemi della politica di bilancio dell’Italia non sono nuovi. Almeno dai primi anni 2000 i governi hanno fatto manovre “pro-cicliche”, con misure espansive e deficit in aumento quando le condizioni macroeconomiche erano, almeno parzialmente, favorevoli e misure restrittive quando l’economia entrava in recessione, il contrario di una ragionevole politica di bilancio. Nell’ultimo anno, il governo “tecnico” ha introdotto una stretta fiscale molto forte nel mezzo di un rallentamento particolarmente grave dell’economia, col risultato di aggravare sia le condizioni dell’economia reale che quelle di finanza pubblica, peggiorando anche la distribuzione del reddito.

Per il 2013 le prospettive sono di un ulteriore inasprimento dei problemi, anche per il rallentamento dell’economia tedesca, che potrebbero richiedere azioni straordinarie. Le alternative sembrano al momento due. Potrebbe essere negoziata in sede europea una moratoria sull’applicazione del “Fiscal compact”, allentando vincoli impossibili da rispettare durante le fasi recessive. Oppure il governo Monti potrebbe chiedere l’intervento del “Fondo salva-stati” – il Meccanismo europeo di stabilità – che offrirebbe nuove risorse finanziarie a costi più contenuti di quelli pagati sui mercati, ma al prezzo di sottoscrivere un Memorandum, come fatto da Grecia, Portogallo e Irlanda, che renderebbe permanenti le politiche di austerità e lo smantellamento del welfare. Una scelta che delegherebbe per molti anni la politica economica del paese al controllo da parte della “troika”, composta da Commissione europea, Banca centrale e Fondo monetario e renderebbe – di fatto – irrilevante il voto alle prossime elezioni politiche del 2013. Per Mario Monti, dopo un anno di governo, sarebbe un lascito disastroso non solo per l’economia e la democrazia italiana, ma anche per la costruzione della casa comune europea.

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