Home / Newsletter / Newsletter n.366 - 25 ottobre 2014 / La malattia dell'inefficienza

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La malattia dell'inefficienza

20/10/2014

È giusto criticare le politiche di austerità ma un paese che non è in grado di utilizzare le risorse che ha quale credibilità può avere di fronte ai parter europei? Basta guardare ai 35 milioni non spesi a Genova per la messa in sicurezza del territorio o a quello che sta succedendo con la Garanzia Giovani

Facciamo bene a criticare le politiche dell'austerità per i disastri che provocano sulla vita e le opportunità di chi ha meno potere ed è piú vulnerabile: le generazioni più giovani, le persone a più bassa qualifica, le famiglie numerose. La richiesta, tuttavia, di risorse aggiuntive, o di un allargamento dei gradi di flessibilità non può che suonare poco credibile ai nostri partner europei, quando ogni giorno hanno le prove dell'incapacità del nostro sistema paese di utilizzare le risorse che ha, incluse quelle messe a disposizione dell'Unione Europea.

L'ultimo caso eclatante e drammatico sono i 35 milioni non spesi a Genova per mettere in sicurezza il territorio dopo l'alluvione del 2011. Si aggiunge alla lunga serie di inefficienze, quando non pure e semplici malversazioni, che seguono puntualmente ogni disastro ambientale. Non solo siamo un paese che non investe nulla per la salvaguardia del territorio (nonostante il numero spropositato di forestali in certe regioni), dovendo poi spendere di più per riparare alla bell'e meglio i danni. Siamo un paese che non è capace di spendere a causa di una burocrazia diventata fine a se stessa e di un sistema di giustizia amministrativa a dir poco barocco. Non sono solo le regioni del Sud ad essere così incapaci di investire in modo efficace le risorse a loro disposizione, da dover restituire gran parte del Fondo sociale europeo loro destinato. Un fenomeno veramente criminale, anche se non a livello penale, a fronte dei livelli di povertà e di carenze infrastrutturali di quelle regioni. Il caso Genova mostra che la malattia è molto più diffusa.

Lo stesso, purtroppo, vale sul fronte del lavoro. Di nuovo, mentre la discussione attorno al jobs act sembra indurre a pensare che il problema dell'occupazione sia solo una questione di regolazione (flessibilizzazione) dell'offerta, quello che sta succedendo con la Garanzia Giovani mostra come la crisi italiana sconti una incapacità del sistema di mettere a frutto le risorse che ha, per responsabilità non dell'offerta, della forza lavoro potenziale, ma, oltre che della domanda, delle imprese, anche dei servizi per l'impiego a tutti i livelli e dello stesso Ministero del lavoro per il modo con cui ha congegnato le procedure. Al 10 ottobre scorso, a cinque mesi dal lancio, si erano registrati in 236.969, una frazione del numero – due milioni circa - di NEET che sono il target della misura. È vero che i numeri sono in aumento, ma molto lentamente: un mese prima erano circa 45.000 in meno. Si tratta, inoltre, prevalentemente di diplomati e laureati, oltre che più di maschi che femmine, nonostante tra i NEET prevalgano queste ultime e i giovani di ambo i sessi a bassa istruzione. Non si sa di nessuna iniziativa volta a intercettare i giovani meno qualificati, più lontani del mercato del lavoro, che non leggono i giornali e sono poco o nulla abituati ad usare internet. Al contrario, la procedura di registrazione è complessa e macchinosa. Nonostante questi bassi numeri, sempre alla data del 10 ottobre, meno di un quarto di chi si era registrato era stato ufficialmente preso in carico. Del resto, i centri per l'impiego avevano individuato solo poco più di 24.854 posti di lavoro in tutta Italia. Tra chi ha trovato lavoro, prevalgono coloro che lo hanno fatto tramite le solite vie più o meno informali. Anche in questo caso, siamo di fronte al rischio concreto di sprecare risorse preziosissime, per responsabilità degli attori che contano a tutti i livelli: governo,ministero del lavoro, regioni, centri per l'impiego, imprese. Salvo, ancora una volta, gettare la colpa sui giovani choosy, o disinformatim da un lato, sull'Europa arcigna che ci impedisce di spendere dall'altro. Il primo "compito a casa" che dovremmo fare è spendere bene, produttivamente, le risorse che abbiamo, invece di buttarle via, salvo trovarci costretti a spenderle per riparare i danni provocati da investimenti - in infrastrutture, territori, persone - non fatti, o fatti male.

Non ho alcuna simpatia per le politiche dell'austerità e per equilibri di bilancio imposti a prescindere dai danni gravi che producono sulle persone. Ma posso comprendere lo sconcerto dei nostri interlocutori europei quando il nostro governo si presenta al tavolo delle trattative con questo tipo di curriculum di incapacità e inefficienza, in larga parte ereditate, ma in parte anche pervicacemente continuate, rispetto alle quali le riforme istituzionali promesse o avviate, inclusa quella del lavoro, hanno ben poco da dire.

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