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Al Corriere della Sera non piace il verde

08/06/2013

L’offensiva contro la “green economy” parte dal Corriere della Sera, con un attacco alle energie rinnovabili. Fermi al passato, media e governo perdono l’occasione della riconversione ecologica

Leggere il Corriere della Sera in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, e le pesanti critiche che vengono sollevate nei confronti delle energie solari e in generale della green economy è piuttosto sconcertante. In uno studio pubblicato dal “German Advisory Council on the environment”, si dice che è possibile arrivare nel 2050 in Germania a un sistema energetico basato al 100% sulle rinnovabili e l’efficienza energetica, ma si dice anche che se una simile scelta fosse fatta a livello europeo o almeno regionale, i costi sarebbero molto minori e i vantaggi per la competitività e l’occupazione molto maggiori. Questa è la strada che dovrebbero prendere i governi europei.

Sicuramente in questi anni qualche errore è stato commesso, per quanto riguarda la politica degli incentivi ma questi rappresentano quasi il 20% dei costi in bolletta e i risultati in termini di produzione sono stati costanti in tutti questi anni; nel 2012, da gennaio a ottobre, il solo contributo di eolico e solare ha superato l'11% della produzione netta nazionale. Questi risultati hanno permesso tra l'altro di ridurre la produzione da termoelettrico, diminuire le importazioni dall’estero di fonti fossili, in particolare di petrolio e gas, ridurre le emissioni di CO2, con vantaggi per il clima e l’inquinamento, ma anche economici, abbassando il costo dell’energia nel mercato elettrico; e non bisogna dimenticare neppure i tanti nuovi occupati creati in questi anni. Su questo punto specifico, è bene ricordare che in Europa i lavoratori della cosiddetta “green economy” sono circa 3,5 milioni, contro i 2,8 milioni degli occupati nelle industrie tradizionali. E questi settori hanno continuato a crescere, almeno fino alle battute di arresto in paesi come la Spagna e l’Italia, dovuti anche al balletto degli incentivi.
Perché poi mettere in competizione investimenti in metropolitane o in altri settori? e possiamo dire che spendere soldi per il “Clean Development Mechanism”, come consiglia l'autore, è poco meno che un imbroglio visto che si fanno altrove investimenti che sarebbe necessario fare in Italia? Se parliamo d’incentivi, è giusto inoltre ricordare i calcoli di Legambiente, secondo cui sono stati concessi ai fossili contributi per 9 miliardi di euro nel 2011: i principali sussidi diretti alle fonti fossili sono stati oltre 4,52 miliardi di euro – distribuiti agli autotrasportatori, alle centrali da fonti fossili e alle imprese energivore – e 4,59 miliardi di euro quelli indiretti, tra finanziamenti per nuove strade e autostrade, regali per le trivellazioni, ecc. Senza contare, naturalmente, che analizzando la composizione della bolletta degli italiani negli ultimi 10 anni, si vede che circa 40-50 miliardi sono stati regalati a petrolieri, inceneritori e produttori di energia elettrica da fonti fossili con il famigerato CIP6; inoltre, sono circa 2 i miliardi che spendiamo a causa del mancato collegamento elettrico tra Calabria e Sicilia e per i contratti che prevedono la cosiddetta “interrompibilità” a favore dei grandi consumatori di energia.
Credo che si dovrebbe andare esattamente nella direzione opposta, favorendo un prezzo del CO2 più alto, andando verso un taglio del 30% delle emissioni di gas a effetto serra per spingere in alto il prezzo del carbonio, una tassa sul carbonio sui settori non Ets e un'asta integrale delle quote; nei prossimi due anni dovremo anche ridefinire gli obiettivi al 2030 di energie rinnovabili ed efficienza energetica; già ora, questa partita si annuncia difficile per la ripresa di una fortissima lobby a favore di carbone (Ccs) e altri fonti fossili, che si sono messe in competizione per gli scarsi fondi pubblici. E anche la direzione che pare presa dal nuovo governo italiano, nella piu totale assenza di dibattito, di favorire nella partita del post 20/20/20 un solo obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni, rinunciando all'ambizione di spingere su rinnovabili ed efficienza è una scelta miope dettata da una visione vecchia che, lungi da favorire competitività e innovazione, ci blocca nel sostegno a tecnologie e produzioni ultraprotette e a lungo termine non capaci di stare sul mercato.
Al contrario di quello che si racconta su alcuni quotidiani, la giornata mondiale per l'ambiente era un'occasione per portare il dibattito pubblico su quelle che oggi sono le vere priorità per un'agenda che tenga presente le ragioni della crisi economica e finanziaria, e provi a costruire una politica che metta al centro del suo agire un “nuovo corso verde”, ridefinendo secondo nuovi e più efficienti parametri i concetti di competitività e sviluppo.

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