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In quei Nobel visioni “minimaliste” della disoccupazione

13/10/2010

Peter Diamond (nato nel 1940 a New York e docente al MIT di Boston), Dale Mortensen
(nato nel 1939 in Oregon e docente alla Northwestern University) e Christopher Pissarides
(nato a Cipro nel 1938 e professore alla London School), sono i vincitori del premio Nobel
2010 per l’Economia. L’onorificenza viene ad essi assegnata «per le analisi dei mercati
caratterizzati da ‘frizioni’ nel processo di incontro tra domanda e offerta», con particolare
riguardo alla domanda e all’offerta di lavoro.
Mai come quest’anno le scelte dell’Accademia svedese delle Scienze sembrano
intersecarsi con le spinose vicende dell’attualità politica. Negli Stati Uniti la notizia della
vittoria di Diamond deve infatti aver suscitato non pochi imbarazzi tra le file del Partito
Repubblicano. Appena poche settimane fa i senatori repubblicani avevano respinto la
proposta della Casa Bianca di nominare l’economista del MIT nel board della Federal
Reserve. L’opposizione a Diamond derivava dal tentativo di impedire una ulteriore
designazione di marca democratica ai vertici della banca centrale statunitense. Il portavoce
repubblicano aveva però tentato di fornire un più nobile pretesto per il voto contrario del suo
partito sostenendo che Diamond non avesse «l’esperienza necessaria per l’incarico». In effetti,
al di là dei reali propositi, l’argomentazione non sarebbe del tutto peregrina. Schumpeter
riteneva che l’economista scientifico, per considerarsi davvero tale, dovrebbe esser capace di
padroneggiare una complessa varietà di discipline: dalla storia, alla statistica, alla teoria pura.
Al giorno d’oggi però le cose sono molto diverse e la specializzazione del lavoro condiziona
pesantemente anche la formazione degli economisti. Per molti di essi passare da un ambito di
ricerca all’altro può risultare difficile quanto per un cardiochirurgo può esserlo una diagnosi
in campo neuropsichiatrico. Non sembra però esser questo il caso di Diamond, che nel corso
degli anni ha continuamente mostrato di poter spaziare tra argomenti diversissimi, dalla
cosiddetta “high theory” ai problemi della previdenza, dalle analisi del mercato del lavoro ai
contributi in tema di tassazione. A coronamento di una così lunga e articolata carriera giunge
adesso anche il conferimento del Nobel, che renderà piuttosto deboli gli argomenti dei
repubblicani e che sembra quindi preannunciare una vittoria di Obama, già da tempo
fermamente intenzionato a riproporre al Senato la candidatura dell’economista bostoniano al
board della FED.
Ma c’è un motivo forse ancor più interessante per il quale le decisioni di Stoccolma
potrebbero avere qualche immediata ricaduta sul dibattito politico. Tra gli studi di Diamond,
Mortensen e Pissarides vi sono infatti anche quelli dedicati alle carenze di informazione e ai
vari altri ostacoli che possono rendere difficile la ricerca reciproca e l’incontro tra lavoratori
disoccupati e imprese intenzionate ad assumere. Uno degli oggetti di questi studi è la
rivisitazione della cosiddetta “curva di Beveridge”, una relazione che prende il nome da Lord
Beveridge, noto economista e riformatore sociale che nell’immediato dopoguerra contribuì
alla edificazione del moderno welfare state britannico. Nella sua interpretazione tradizionale,
la curva esprime un legame statistico tra il numero di posti di lavoro disponibili e il numero
dei disoccupati. In genere questo legame dovrebbe risultare inverso. La ragione è che in una
situazione di recessione causata da carenza di domanda i disoccupati saranno numerosi
mentre i posti disponibili saranno ben pochi. Di contro, in una fase di espansione della
domanda e della produzione, il numero dei disoccupati si riduce mentre i posti di lavoro
vacanti crescono a causa della crescente difficoltà delle imprese di reperire lavoratori. Si
viene così a delineare una sorta di “curva” che in corrispondenza di un’alta disoccupazione
segnalerà una bassa disponibilità di posti liberi, e viceversa. Conoscendo dunque il numero
dei disoccupati e il numero di posti disponibili, le autorità di governo dovrebbero essere in
grado di verificare, per esempio, se l’economia soffre o meno di una carenza di domanda e se
necessita quindi di politiche espansive.
Il problema che si pone è che il rapporto tra posti vacanti e lavoratori disoccupati può
cambiare, e quindi la “curva” di Beveridge può subire degli improvvisi spostamenti. Di
recente negli Stati Uniti si è proprio discusso di questa eventualità. Le statistiche infatti
segnalano un forte incremento dei disoccupati che, contrariamente a quanto lascerebbe
intendere la “curva”, risulta accompagnato non da una riduzione ma da un moderato aumento
dei posti disponibili. Tra gli economisti mainstream la spiegazione convenzionale per questo
fenomeno è che la “curva” potrebbe essersi spostata. C’è tuttavia un profondo disaccordo sui
possibili motivi di questo riposizionamento. Alcuni sostengono che l’esistenza di tanta gente a
spasso nonostante la disponibilità di posti vacanti sia dovuta ai generosi sussidi ai disoccupati
erogati dall’Amministrazione Obama. Dalle frange oltranziste del partito repubblicano il
Presidente viene per questo additato come una sorta di moderno Lafargue, colpevole di
indurre all’ozio gli altrimenti onesti e laboriosi operai americani. Contro questa tesi vi è
invece quella di chi ritiene che l’incremento contemporaneo dei disoccupati e dei posti
disponibili si spieghi con la grave crisi economica in corso e con le profonde ristrutturazioni
cui essa ha dato luogo. La grande recessione potrebbe cioè aver determinato non solo un
crollo della produzione totale ma anche uno stravolgimento delle proporzioni tra i vari settori
produttivi, e quindi un mutamento delle qualifiche richieste dalle imprese rispetto alle
competenze effettive dei disoccupati. Il fatto che l’aumento dei disoccupati sia stato finora
molto più marcato rispetto all’aumento dei posti vacanti farebbe logicamente propendere
verso questa seconda possibilità. Se però si osservano i dati dal punto di vista delle teorie
premiate il ragionamento tende a complicarsi. Dalle ricerche di Diamond, Mortensen e
Pissarides si possono infatti trarre conclusioni favorevoli sia all’una che all’altra
interpretazione.2 Anzi, se si guarda alle versioni elementari dei modelli di Pissarides si scopre
che in esse la possibilità stessa di un crollo della domanda non viene nemmeno contemplata.
Nelle versioni più sofisticate di questi modelli la crisi da domanda viene ammessa, ma solo
nei termini di una deviazione temporanea dall’equilibrio del sistema. Nel lungo termine, la
disoccupazione dovrà quindi sempre essere interpretata in una chiave che potremmo definire
“minimalista”, ossia quale mero problema di mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro
e non come il riflesso di una crisi generalizzata che possa lungamente deprimere prima l’una e
poi l’altra. Insomma, non sembra esservi modo in queste analisi di concepire la carenza di
domanda effettiva come una “malattia” che può protrarsi nel lungo periodo.3 Tale difficoltà in
effetti è abbastanza comune a tutto il variegato arcipelago della teoria economica mainstream.
Dati i tempi, c’è chi ritiene che essa stia diventando anche un po’ frustrante.4



1
Questo articolo è stato pubblicato su www.economiaepolitica.it il 12 ottobre 2010. Una versione ridotta è
apparsa sul manifesto del 12 ottobre 2010.
2
Gli studi empirici prevalenti basati sulle teorie dei Nobel 2010 non escludono l’esistenza di un (modesto)
legame tra maggiori sussidi e maggior durata della disoccupazione. Con una durata media della disoccupazione
di 6 mesi, un aumento dei sussidi del 10% risulterebbe correlato a un incremento della disoccupazione tra i 6 e

gli 11 giorni, cioè tra il 3,3% e il 6,1%. Devine T., Kiefer N. (1991), Empirical Labour Economics: The Search
Approach, Oxford University Press.
3
E’ esattamente l’impossibilità di ammettere carenze di domanda nel lungo periodo che induce Diamond ad
affermare, con riferimento alla previdenza, che “….gli economisti sono preoccupati di generare maggiori
risparmi per aiutare le generazioni future…” (Lezione Angelo Costa, 1999). In realtà vi sono economisti i quali
temono che una continua sollecitazione dei risparmi possa deprimere la domanda e la capacità produttiva sia nel
breve che nel lungo termine, e possa quindi arrivare a danneggiare le generazioni future anziché favorirle.
4
Il fatto la carenza di domanda possa manifestarsi anche nel lungo periodo viene talvolta frettolosamente
rigettato in base all’idea che una simile eventualità sarebbe ammissibile solo nei vecchi modelli keynesiani, in
cui si presume che la domanda possa non eguagliare l’offerta a causa della mancanza di un meccanismo di prezzi
che garantisca l’equilibrio. In realtà questa interpretazione della teoria keynesiana è errata. Almeno per quanto
riguarda i modelli macroeconomici keynesiani che poggiano su schemi dei prezzi di produzione di matrice
sraffiana, le cose non stanno in questi termini. Tali schemi infatti incorporano senz’altro un meccanismo dei
prezzi che garantisce un “equilibrio” o, per meglio dire, una posizione di lungo periodo con saggi di profitto
uniformi tra i settori. Tuttavia non si tratta di una posizione che preveda necessariamente l’uguaglianza tra le
dotazioni di risorse esistenti e le rispettive domande. Tale proprietà rende questo tipo di teorie dei prezzi
particolarmente adatto all’analisi della realtà capitalistica, caratterizzata da ampie fluttuazioni e da prolungati
periodi di sottoutilizzazione della capacità produttiva e del lavoro disponibile.