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La seconda vita delle banche. Assistita

12/10/2009

Si oppongono a ogni riforma, mentre gli stati coprono i loro fallimenti. Come fare per impedire che le banche ci trascinino alla prossima crisi?

“…quello che ci siamo ritrovati all’inizio della crisi era…un settore finanziario mal gestito, irresponsabile, fortemente concentrato e sottocapitalizzato, infestato da conflitti di interesse e che beneficiava di un’implicita garanzia statale. Quello che sta emergendo ora è un settore finanziario leggermente meglio capitalizzato, ma anche più concentrato e che beneficia di una garanzia pubblica esplicita. Questo non è un progresso: esso implica ancora delle altre e più gravi crisi negli anni futuri…” (M. Wolf)

“…le banche non hanno nessuna vergogna?...” (J. Nocera)

“…riportare in salute le banche potrebbe essere un processo lungo e paziente…” (T. Sugiura, citato in “The Economist”, 2009, c)

 

Premessa

Le modalità di funzionamento e quelle di regolamentazione e controllo del sistema finanziario stanno al cuore della crisi ed anche del dibattito ancora in atto su come cambiare l’attuale e certo non entusiasmante stato delle cose.

Abbiamo già di recente trattato della questione (si veda in proposito l’articolo “A che punto è la riforma del sistema finanziario”). Ma i fatti e le discussioni non si sono nel frattempo fermati e proviamo così a cercare ora di arricchire almeno in alcune direzioni il quadro già a suo tempo delineato.

La discussione sta acquistando in effetti nelle ultime settimane in intensità e anche in incisività, con la discesa in campo di diversi autorevoli esperti e di importanti operatori del settore. Ma l’establishment finanziario reagisce intanto, come al solito, affermando nella sostanza che l’insieme delle riforme cui si sta pensando metterebbero in gravi difficoltà il comparto, comportando potenziali perdite di occupazione, nonché possibili delocalizzazioni delle attività verso lidi più favorevoli, mentre minaccerebbero inoltre lo stesso sviluppo economico dei vari paesi interessati.

Nonostante che il mondo politico, soprattutto in alcuni paesi, sia a suo tempo intervenuto in maniera molto “generosa” per salvarle, le banche non mostrano così nessun tipo di riconoscenza e si oppongono ferocemente a qualsiasi ipotesi di riforma di una qualche incisività.

Per affrontare il problema, partiamo da alcune notizie relativamente fresche di stampa. I responsabili del Fondo Monetario hanno dichiarato, ad una riunione internazionale di fine settembre, che le banche in giro per il mondo devono ancora rivelare ufficialmente più della metà delle loro probabili perdite risultanti dalla crisi economica e finanziaria. La stessa istituzione stima che esse ammontino in totale a circa 2800 miliardi di dollari e che sino a questo momento le banche ne abbiano riconosciuto soltanto 1300 miliardi (Giles, 2009).

Come afferma a questo proposito un commentatore dell’OCSE, “…o le banche non vogliono far sapere ai mercati quanto male stiano veramente le cose, o esse stesse non lo sanno veramente…” (The Economist, 2009, a).

Queste cifre contribuiscono naturalmente a mettere in rilievo come il sistema bancario abbia, tra l’altro, difficoltà a trovare le risorse necessarie da indirizzare al settore dell’economia reale e a sostenerne la potenziale ripresa.

Tutto questo è confermato indirettamente da un’altra fonte (Lex, 2009, a), la quale stima che, per ritornare ai rapporti tra capitale e totale attività che esso aveva negli anni novanta, il sistema bancario statunitense ed europeo dovrebbe aumentare il livello dei mezzi propri di circa 1000 miliardi di dollari, somma che nessuno sa come reperire. Per qualcun altro, peraltro, la somma da stanziare dovrebbe essere molto maggiore (Economist, 2009, a).

Cosa è stato fatto sino ad oggi

La citazione di M. Wolf inserita all’inizio dell’articolo esprime bene il punto da cui bisogna partire, quello che, almeno sino ad oggi, non è stato fatto quasi nulla da parte dei governi, delle organizzazioni internazionali, delle autorità di vigilanza, per cambiare il pessimo stato delle cose esistente nel settore finanziario e che, anzi, la situazione si presenta oggi come anche peggiore di quella che ci ritrovavamo prima della crisi. Tra le eccezioni che si possono segnalare a questo proposito ricordiamo qualche mossa contro i paradisi fiscali, nonché le recenti regole imposte dall’autorità di sorveglianza britannica sul settore finanziario, la RSA, per quanto riguarda la liquidità delle stesse banche, regole che vengono peraltro analizzate in maniera abbastanza critica da più parti (The Economist, 2009, b; Maverecon, 2009).

I governi hanno ormai fatto passare una irripetibile occasione di riforma radicale del sistema – ammesso che avessero veramente voglia di intervenire - quando, nei momenti più caldi della crisi, l’opinione pubblica chiedeva a gran voce dei cambiamenti forti e il mondo finanziario era troppo atterrito per tentare di reagire a tale richiesta. Ora quel momento è dietro le nostre spalle e tutto si è fatto più difficile. Andando in qualche dettaglio sulla questione, si può ad esempio ricordare che il Segretario al Tesoro statunitense, T. Geithner, già più di sei mesi fa aveva promesso nuove regole del gioco per il sistema bancario, ma stiamo ancora aspettando i fatti e il gioco intanto va avanti al vecchio modo (Lex, 2009, b).

Il dibattito in corso

Analizziamo a questo punto lo stato del dibattito in atto, attingendo in particolare ad alcuni contributi apparsi nelle scorse settimane sul Financial Times - che appare oggi la più importante singola fonte di informazione “immediata” sulla crisi in atto- e su l’Economist. L’attenzione viene concentrata soltanto su alcune delle questioni sulle quali la discussione è in corso; in particolare, faremo riferimento al tema della capitalizzazione delle banche e a quello relativo a cosa fare delle banche too big and too interconnetted to fail.

Una cosa che gli uomini politici sembrano riconoscere, almeno a parole, è quella che il sistema finanziario non può continuare ad essere nella sostanza, come afferma Wolf (Wolf, 2009), semplicemente una parte dello stato, una specie di “passività fuori bilancio” del settore pubblico (Plender, 2009), lasciando che sia il contribuente a sopportare il costo di ogni aggiustamento dopo ogni catastrofe. Quindi uno dei punti di attacco della discussione in atto è quello di come fare ad internalizzare i costi dei fallimenti all’interno dello stesso sistema finanziario e, comunque, anche di come evitare gli stessi fallimenti.

Uno dei temi del contendere riguarda la necessità di un aumento dei livelli di capitale rispetto al totale delle attività e al totale dei debiti. Anche il recente G-20 ha insistito su questo punto e si tratta di una misura che, in linea generale, è oggi accettata da tutti. Il problema è che ci sono importanti divisioni su come configurare in concreto i provvedimenti relativi e si attende che i vari governi e le varie istituzioni internazionali si mettano d’accordo. I tempi non saranno certo brevi.

Ma se questa dovesse peraltro essere la riforma principale, mentre le altre misure dovessero avere solo un ruolo complementare, dovremmo preoccuparci, come afferma ad esempio Rajan (Rajan, 2009). In effetti, durante la crisi, un certo numero di banche sono passate direttamente e in brevissimo tempo dall’essere ben capitalizzate secondo i criteri di Basilea II, ma anche secondo l’opinione tecnica più diffusa nel settore, allo stato di insolvenza.

Parte del problema è, tra l’altro, da collegare alle norme contabili in atto che permettono di nascondere certi tipi di perdite e di rimandarne altre agli esercizi futuri. Ma la parte più consistente della questione ha a che fare con la grande dimensione delle perdite potenzialmente scatenabili da una crisi di tipo sistemico quale è stata quella del subprime (Rajan, 2009). Nei progetti del governo statunitense e della Unione Europea, che non si sa peraltro se, quando e come saranno messi in opera, si prevedono specifici organismi che dovrebbero sovraintendere a questo rischio.

Lo stesso Rajan propone di istituire un tipo di capitale particolare, una specie di fondo per gli imprevisti. In sostanza, a parte un livello di mezzi propri minimo che tutte le istituzioni dovrebbero avere, le banche dovrebbero emettere dei titoli di debito speciali che verrebbero automaticamente convertiti in mezzi propri quando il sistema fosse in crisi e gli indici di capitalizzazione delle specifiche banche scendessero sotto un certo limite. Inoltre, in anticipazione o in presenza di una crisi, le autorità di vigilanza dovrebbero limitare la distribuzione dei dividendi, gli aumenti di capitale, la distribuzione di bonus ai manager.

Un altro dei punti di base della discussione riguarda le strutture finanziarie più grandi, quelle too big and too interconnencted to fail. Come afferma tra l’altro J. Kay (Kay, 2009), un problema serio ha origine dal fatto che le grandi istituzioni finanziarie usano i depositi al dettaglio a breve termine loro affidati dai risparmiatori come supporto e garanzia per le loro attività di trading in proprio su titoli, valute e altri strumenti finanziari, sulla base poi di un livello di capitale molto ridotto, prendendosi così dei rischi spropositati e creando importanti distorsioni alla concorrenza.

Kay ed altri suggeriscono come soluzione al problema la rimessa in campo dell’idea della narrow bank; si imporrebbe una netta separazione delle attività di base della banca – separazione che porterebbe alla creazione di una vera e propria utility di servizio all’economia-, da quelle di attività di casinò. Lasciamo da parte, per mancanza di spazio, i dettagli tecnici della proposta e del dibattito relativo, dibattito nel quale vengono messe comunque in luce, tra l’altro, le difficoltà di realizzazione dell’idea.

Altri autori, in relazione in particolare alla situazione statunitense, propongono di ripristinare la separazione tra banche ordinarie e banche di investimento che vigeva negli Stati Uniti sino a non molti anni fa e che era stata poi cancellata dal presidente Clinton.Tale approccio avrebbe alcuni punti in comune con quello precedente, ma divergerebbe su particolari non secondari.

Qualche altro esperto (Taylor, 2009) propone di imporre proprio alle banche più grandi una tassa sul rischio sistemico. Questa tassa aiuterebbe ad avviare un fondo per la stabilità finanziaria, che potrebbe essere poi usato per immettere del capitale nelle banche in difficoltà o, comunque, per acquistare le loro attività. Non molto differente appare la proposta del Fondo Monetario Internazionale avanzata ai primi di ottobre al summit di Istanbul da D. Strauss-Khan. Il meccanismo previsto da quest’ultimo, oltre a rappresentare una forma di assicurazione contro future crisi finanziarie, dovrebbe anche essere utilizzato per aiutare le economie dei paesi più poveri (Elliott, 2009).

Mervyn King, governatore della banca d’Inghilterra, suggerisce di mettere a punto in anticipo una specifica procedura fallimentare gestita dal governo, attraverso, tra l’altro, un testamento in vita, cioè un piano anticipato su come smantellare una banca in caso di crisi; tale piano dovrebbe essere preparato da ogni banca che superi certe dimensioni. Ma la proposta, sostenuta anche da altri, appare per molti versi troppo debole (The Economist, 2009, c).

Ben Bernanke, in occasione di un’audizione al Congresso americano, suggerisce (Braithwaite, 2009) che le banche più grandi dovrebbero contemporaneamente detenere più alti livelli di capitale, essere soggetti ad una regolamentazione più severa e pagare premi di assicurazione più elevati sui loro depositi.

Conclusioni

Il dibattito sulle banche ha acquistato nelle ultime settimane un nuovo slancio, almeno tra gli esperti e gli addetti ai lavori; ne stanno venendo fuori molti stimoli ed idee almeno relativamente nuovi, mentre anche alcuni governi ed autorità di sorveglianza sembrano ora prestare una maggiore attenzione, non sappiamo quanto di facciata, al tema. Si tratta, in ogni caso, di un fatto positivo.

Ma questo non può esimerci dal porre alcune questioni. La prima riguarda il fatto che il dibattito tiene al margine alcuni dei temi che sarebbero importanti, quali quello della proprietà giuridica degli istituti, nonché del rapporto delle banche centrali con i mercati finanziari da una parte, con i governi dall’altra. La seconda osservazione tocca il punto che se il dibattito resta un fatto accademico, che si sviluppa soltanto sui mass media o ai pranzi del G-20, esso non serve a molto. Bisogna che arrivino presto delle misure concrete da parte dei governi, almeno prima che scoppi un’altra crisi sistemica.

In caso contrario, continuerà, tra l’altro, ancora a lungo il gioco descritto in una commedia che va in scena a Londra in queste settimane (W.Keegan, 2009). Vi si racconta, tra l’altro, di una dichiarazione di Alan Greenspan e di una risposta di George Soros; il primo afferma che i benefici del mercato sono così grandi che bisogna pur pagare un prezzo per averli, al che il secondo replica che purtroppo quelli che finiscono per pagare il prezzo non sono mai gli stessi che ricevono i benefici.

Staremo comunque a vedere.

Testi citati nell’articolo

- Braithwaite T., Bernanke calls for higher insurance levies on big group groups, www.ft.com, 1 ottobre 2009

- Elliott L., IMF presses for tax on banks’ risky behaviour, www.guardian.co.uk, 2 ottobre 2009

- Giles C., IMF warns of further recession risks, www.ft.com, 30 settembre 2009

- Kay J., Narrow banking, www.csfi.org.uk

- Keegan W., IMF hears how banker’s sins are paid for by the public, The Observer, 11 ottobre 2009

- Lex, Bank capital 1, www.ft.com, 29 settembre 2009, a

- Lex, bank capital 2, www.ft.com, 29 settembre 2009, b

- Maverecon (W. Buiter), After subverting bank insolvency, our leaders are now about to make a mess of liquidity, www.ft.com, 6 ottobre 2009

- Nocera J., Have banks no shame?, www.nyt.com, 10 ottobre 2009

- Plender J., How to tame the animal spirits, www.ft.com, 29 settembre 2009

- Rajan R., More capital will not stop the next crisis, www.ft.com, 1 ottobre 2009

- Taylor M., Twin peaks revisited…a second chance for regulatory reform, www.csfi.org.uk

- The Economist, Rolling the hoop, 3 ottobre 2009, a

- The Economist, Parting shot, 10 ottobre 2009, b

- The Economist, Death warmed up, 3 ottobre 2009, c

- Wolf M., Why narrow banking alone is not the finance solution, www.ft.com, 29 settembre 2009

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