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Quanto è verde il mio pacchetto

22/05/2009

In un editoriale pubblicato il 28 aprile scorso ne Il Sole 24 Ore Alberto Alesina interviene sulla tendenza di molti paesi industriali a tingere di verde i propri pacchetti di misure anticrisi. (1) Il suo punto di vista può essere riassunto in un passaggio che in qualche lettore potrebbe destare un certo scalpore: “se uscire dalla crisi nel 2010 significasse inquinare ancora per un anno ai ritmi attuali, facciamolo pure. Poi con calma, usciti dal panico per la crisi e dal rischio di una lunga depressione, ci dedicheremo con rinnovato vigore a proteggere l’ambiente”.
Alesina osserva che servono interventi con effetti immediati e gli investimenti in tecnologie verdi non rispondono a questo requisito. E’ inoltre dubbio che gli attuali pacchetti tinti di verde siano sufficienti a spingere le economie fuori dalla recessione. Quanto poi ai posti di lavoro che la green economy sarebbe in grado di creare nessuno ha dimostrato che sarebbero di più di quelli creati con investimenti “tradizionali”.
L’estensore dell’articolo conclude con due esempi: 1) sarebbe suicida chiedere alla Cina di limitare la propria crescita perché troppo inquinante; che continui a consumare, si potrà dedicare all’ambiente dopo; 2) perché mascherare la volontà politica di aiutare l’industria dell’auto con finalità ambientali? i progetti per nuove auto elettriche o ibride non sono certo stati messi a punto oggi.
Per quanto autorevoli le opinioni di Alesina sono difficilmente condivisibili.
Se stiamo alla stretta tempistica vale la pena ricordare che il pacchetto europeo energia-clima e la strategia energetica-climatica contenute nel programma elettorale di Barack Obama pre-datano lo scoppio della crisi economica e finanziaria. Entrambe le strategie prevedono meccanismi di cap-and-trade (introduzione o rafforzamento), che sono analoghi a misure di tassazione, unitamente a obiettivi di incremento dell’efficienza energetica e di ricorso alle fonti rinnovabili di energia.
Queste misure, che passano attraverso forme di incentivazione e sussidio, sono notoriamente caratterizzate da bassi costi (marginali) di abbattimento delle emissioni – talora addirittura negativi – come è stato mostrato da importanti studi e sono caratterizzate da possibili rilevanti cobenefici. (2) Tra questi quello occupazionale è il più frequentemente invocato. Appare abbastanza naturale perciò che questo aspetto abbia attirato l’attenzione di quei governi che intendevano perseguire degli obiettivi di maggiore sostenibilità ambientale quando la crisi è deflagrata. Ma va notato che la valenza originaria era appunto la lotta ai cambiamenti climatici e la riduzione della dipendenza energetica.

 

Qui si inseriscono le affermazioni di Alesina circa l’opportunità o necessità di rimandare al futuro – prossimo o lontano – l’attacco al problema energetico-climatico. Da scienziato qual è Alesina sa benissimo che il fenomeno dei cambiamenti climatici, dal Rapporto Stern all’ultimo rapporto dell’IPCC e oltre, è diventato sempre più preoccupante per i rischi e le conseguenze che comporta. Questo non era vero in passato, né nelle precedenti fasi recessive né tantomeno ai tempi della Grande Depressione. Da political economist qual è Alesina sa bene che, comportando i cambiamenti climatici benefici soprattutto per le generazioni future e costi soprattutto a carico delle generazioni attuali, il rischio di spostare continuamente in avanti provvedimenti e misure incisive a fronte di un ciclo politico-elettorale breve o brevissimo, è elevatissimo. E l’esperienza del recente passato, particolarmente quelle statunitense e italiana, confermano esattamente questo fatto.

 

Venendo poi alla questione centrale della crisi, e cioè la creazione di posti di lavoro, per fare un confronto più preciso Alesina dovrebbe specificare quali sono esattamente le misure “tradizionali”. Posto che la situazione generale di oggi – verrebbe da dire, il clima – non è, come detto, quella del passato, forse si può pensare a interventi in edilizia o nel terziario o infine nell’industria manifatturiera. Ma non è in questi settori che si concentra la maggior parte dei consumi di energia di fonte fossile responsabili delle emissioni di gas-serra in continua crescita. Sul confronto tra il potenziale di creazione di nuova occupazione dei pacchetti anticiclici “verdi” e “rossi” si è cimentato recentemente l’Economist (3) secondo cui l’esito dipende da settore a settore, da incentivo a incentivo, da paese a paese, ma nel complesso un nuovo posto di lavoro “verde” può finire per costare di più di uno nuovo tradizionale. Ammesso che queste valutazioni siano corrette resta il fatto che dal calcolo si omette il valore delle emissioni evitate associate a ciascun nuovo posto di lavoro “verde”. Alla fine sempre lì si arriva.

 

Post scriptum. 1) La Cina sta autonomamente – crisi o non crisi – prendendo importanti misure di cambiamento del proprio energy mix e di controllo dell’inquinamento perché vi è la percezione della serietà dei danni che esso sta progressivamente provocando (4); 2) le vendite in Italia di auto a metano o GPL sono in questi negli ultimi mesi cresciute moltissimo grazie agli incentivi concessi dal governo: qual è il beneficio di ciò per le emissioni dei trasporti rispetto al costo dei sussidi al settore dell’auto che probabilmente sarebbero stati concessi comunque? Perché non pensare che questo fatto possa verificarsi anche nella realtà statunitense, possibilmente con tecnologia italiana?
Marzio Galeotti


(1) Testo dell’articolo all’indirizzo http://www.partitodemocratico.it/allegatidef/alesina77279.pdf. Il contenuto verde dei pacchetti anticrisi è considerato nel noto studio di HSBC. Ma si può vedere anche il rapporto di Deutsche Bank “Global Climate Change Regulation Policy Developments: July 2008-February 2009”
(2) Si veda per esempio lo studio di McKinsey.
(3) “The grass is always greener”, The Economist, 2 aprile 2009.
(4) Per esempio, secondo i piani della National Development and Reform Commission (NDRC) la Cina si è data l’obiettivo di soddisfare con fonti rinnovabili fino al 15% dei propri consumi totali di energia entro il 2020, a fronte del 7.5% del 2005.

Tratto da qualeenergia.it