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Quale futuro per l’Unione europea?

16/12/2014

Una contraddizione di fondo è che la costruzione europea - di cui è evidente la necessaria dimensione istituzionale - è stata finora dominata da una visione che considera le istituzioni un intralcio ai mercati

Il dibattito odierno - Quale futuro per l’Unione europea? - propone una domanda che è aperta a molti scenari possibili. Quelli più pessimisti, erano considerati del tutto improbabili solo poco tempo fa; ma si può ritenere che altri ancora, più o meno fondati, potranno prospettarsi in un quadro evolutivo che è molto fluido.

I dubbi sul futuro dell’Unione europea sono andati aumentando:

· con l’evolversi e la persistenza della crisi globale, che pure presenta differenze geografiche non secondarie

· per via delle specificità negative che la crisi è andata assumendo nel nostro continente

· e, soprattutto, per le politiche – non solo economiche – con le quali la crisi è stata e continua ad essere affrontata nell’ambito dell’Unione europea

Nel dibattito di ieri “La politica economica europea: quali prospettive” e dalle lezioni del prof. Galì sono già emerse molte valutazioni critiche sulle politiche economiche prevalenti nell’Unione. I legittimi dubbi sul suo futuro destano una inquietudine che non solo è crescente, ma che travalica il dibattito economico.

La grande recessione iniziata nel 2007-2008 e la sua particolare virulenza assunta in Europa e nell’area Euro – che non ha precedenti nella storia capitalistica del nostro continente in tempi di pace – hanno messo in discussione certezze positive che sembravano storicamente acquisite come conquiste della modernità; ad esempio, non è più vero che i figli siano destinati ad un benessere mediamente superiore a quello dei loro genitori.

Invece, come da molti anni viene messo in evidenza anche nel Rapporto sullo stato sociale che viene presentato in questa facoltà, stiamo assistendo:

· alla diminuzione del reddito pro capite e del reddito potenziale;

· alla crescita delle diseguaglianze economiche, funzionali e territoriali;

· all’aumento della disoccupazione, specialmente tra i giovani e in alcune aree geografiche del continente;

· all’aumento della povertà

Dal punto di vista sociale:

· L’accresciuta incertezza generata dai mercati viene scaricata sui lavoratori e sui ceti più deboli;

· In nome dell’equilibrio dei bilanci pubblici, gravati dal risanamento dei bilanci privati, le funzioni dei sistemi di welfare vengono compressi nel momento di maggior bisogno;

· la precarietà si estende dalle condizioni di lavoro a quelle generali di vita e della convivenza sociale,

· la competitività viene ricercata solo nella riduzione dei costi (non nell’innovazione), e limitando i diritti dei lavoratori nelle relazioni economiche e sociali.

Nella costruzione europea, la cessione di sovranità, che sarebbe normale in un processo unitario, procede – tuttavia - da istituzioni nazionali più democraticamente rappresentative verso organismi di natura intergovernativa prive di legittimità popolare.

Una contraddizione di fondo è che la costruzione europea - di cui è evidente la necessaria dimensione istituzionale - è stata finora dominata da una visione che considera le istituzioni un intralcio ai mercati. Infatti si è partiti dall’unificazione dei mercati e poi della moneta, con l’idea che tutto il resto sarebbe seguito, inclusa la convergenza tra le situazioni economico-sociali nazionali. Naturalmente non è stato così; le distanze sono aumentate:

· il divario tra valore massimo e minimo dei tassi di crescita nazionali del Pil pro capite rapportato al dato medio dell’UE è cresciuto dal 18% nel 2001 al 51% nel 2013;

· i tassi di disoccupazione nazionali che nel 2007 si differenziavano al massimo di 2-3 punti %, nel 2013 sono distanti anche di 20 punti;

· il Rapporto debito/Pil è cresciuto per tutti i paesi dell’Unione, ma molto di più nei paesi periferici costretti dalla Commissione a politiche fiscali particolarmente restrittive che si sono confermate altrettanto controproducenti

L’unico strumento di politica economica messo in comune è la BCE, peraltro concepita con compiti strettamente limitati alla stabilità monetaria. Si ha dunque una banca centrale che non ha un governo di riferimento (o quasi), mentre nessun paese membro dell’UE dispone di un istituto di emissione con possibili funzioni d’ultima istanza. Ciò ha generato un’evidente situazione di debolezza di ciascun paese membro e del loro insieme rispetto alle altre economie e alla speculazione internazionale.

Mancando autorità comunitarie democraticamente legittimate che manovrino per l’intera Unione la politica fiscale, la politica industriale, la politica sociale, le politiche per l’innovazione e le relazioni internazionali, ci troviamo nell’incongruenza che gli obiettivi comuni della crescita e dell’occupazione possono essere perseguiti solo con lo strumento meno idoneo quale è la politica monetaria, che, peraltro, – come oramai emerge anche nei comunicati della BCE – nei tentativi di finanziare l’economia reale incontra ostacoli non solo economici, ma anche politici.

Un efficace processo d’unificazione implica che i paesi più arretrati recuperino il loro ritardo crescendo più della media; tuttavia, questa consapevolezza - che pure ha guidato le autorità della Germania dell'Ovest in occasione della riunificazione tedesca - non ha trovato spazio adeguato nel processo unitario europeo.

L’unificazione europea fatta solo a livello monetario ha eliminato il tasso di cambio come strumento di convergenza dei sistemi produttivi senza nulla aggiungere agli strumenti utilizzabili in quella direzione; così ha reso più oneroso l’aggiustamento degli squilibri il quale si è asimmetricamente ed iniquamente concentrato sui paesi più deboli cui sono state imposte politiche di "rigore" e la conseguente diminuzione dei redditi. Ma ciò, inevitabilmente, ha ostacolato la crescita anche nelle economie più forti.

Mentre la Germania continua a contravvenire la giusta regola che il saldo della bilancia dei pagamenti di ciascun paese membro non debba superare il 6% del suo Pil, il Parlamento italiano, ritenendo di dover assecondare con più realismo del re la visione economica iniqua e controproducente del Fiscal compact - che pure non è un trattato comunitario approvato dal Parlamento europeo, ma solo un accordo intergovernativo - ha addirittura inserire nella Costituzione il vincolo del bilancio in pareggio; il quale, non solo ostacola l’erogazione di prestazioni sociali ritenute essenziali dalla stessa carta costituzionale, ma priva la politica economica di un importante strumento quanto mai necessario per contrastare la crisi nel nostro paese e nell’intera Unione.

Questi esiti nefasti e le loro cause erano state lucidamente previste da Federico Caffè già negli anni ’70 del secolo scorso quando si discutevano i progetti della costruzione europea.

Nella locandina del convegno è riportata una sua frase premonitrice tratta da un suo intervento ad un incontro organizzato nel 1979 dal CIFE (Centro Italiano di formazione europea), intervento che mi è stato ricordato dal collega Mario Tiberi:

In questo processo di avvicinamento delle economie esistono diverse velocità di percorso; diverse velocità le quali provocano tensioni le quali permangono indipendentemente da ogni volontà politica. Tutto il nostro impegno deve essere posto nell’eliminare le tensioni che derivano da queste diverse velocità.”

In ulteriori passi, Caffè entra in un dettaglio che potrebbe sembrare profetico di altre problematiche attuali:

la stabilità monetaria da sola non basta. In altri termini lo sviluppo dell’occupazione non può considerarsi come una conseguenza necessaria della stabilità monetaria; purtroppo, alla luce delle evidenze empiriche, nemmeno una conseguenza probabile

In queste forme di ingegneria monetaria, malgrado tutto quello che si sostiene non si è assolutamente affrontato il problema del parallelismo degli obblighi che devono essere a carico dei Paesi eccedentari

E con riferimento al mancato parallelismo degli obblighi, Caffè segnala anche due pericoli strettamente connessi: il predominio economico della Germania ed un’accresciuta influenza, a livello europeo, di concezioni economiche poco favorevoli al sostegno dell’occupazione”

Infine aggiunge: L’aggravamento del ristagno e della disoccupazione sarebbero modi ben gravi per realizzare una convergenza degli andamenti economici

Questo è quanto una buona economia avrebbe potuto indicare per una costruzione europea più equa e produttiva; e – come si è visto - non si tratta d’insegnamenti fatti con il senno del poi; anzi!

Si sapeva ciò che si doveva fare per costruire efficacemente l’Unione europea e beneficiare dei suoi vantaggi che sarebbero stati, e ancora sarebbero, particolarmente utili nella crisi attuale.

Ma si potrebbe aggiungere che se nei passati quarant’anni avessero prevalso scelte coerenti a quelle buone indicazioni economiche, e non a quelle che hanno dominato, probabilmente avremmo evitato anche la crisi globale nella quale siamo ancora immersi.

A questo proposito viene alla mente il commento di Keynes al famoso carteggio tra Malthus e Ricardo, con il primo che, seppur confusamente, anticipava di un secolo il concetto di domanda effettiva e il secondo che con la sua autorità opponeva un punto di vista fondato solo sul ruolo dell’offerta nel lungo periodo. Scriveva Keynes: Non si può chiudere questo epistolario senza provare la sensazione che l’abbandono quasi completo della linea seguita da Malthus nell’affrontare i problemi, e il dominio esclusivo di quella di Ricardo per un secolo, siano stati, ai fini degli sviluppi dell’economia, un vero disastro

Dal 2008 stiamo registrando un nuovo disastro epocale, ma maturato dopo meno di quarant’anni dalla riaffermazione della stesso tipo di visione economica che aveva generato la grande crisi degli anni ‘30 cui faceva riferimento Keynes.

Si può aggiungere che quella crisi si risolse solo con la seconda guerra mondiale.

Alla luce di quell’esperienza dobbiamo chiederci come vogliamo risolvere la crisi attuale. Io credo che la risposta abbia a che fare con il futuro dell’Unione europea.

A questo riguardo, suggerisco al nostro dibattito odierno tre brevissime considerazioni conclusive:

1. A me pare che nessuno dei paesi europei – nemmeno il più grande e ricco - abbia un’alternativa nazionale economicamente superiore rispetto alla sua collocazione nell’Unione europea.

· Il passaggio da più economie nazionali medie e piccole molto aperte verso il commercio estero a una che sarebbe la più grande al mondo e molto meno vincolata dall’esterno – favorirebbe di per sé l’efficacia e l’autonomia di politiche per la crescita anche qualitativamente mirate ovvero socialmente ed ecologicamente compatibili

· Le dimensioni del sistema economico dell’Unione e le economie di scala interne favorirebbero le attività dei suoi operatori nei loro rapporti con quelli di altri grandi stati quali gli USA e la Cina.

2. Istituzioni comuni operanti su scala continentale ridurrebbero l’attuale squilibrio indotto dalla globalizzazione tra la sfera d’azione dei singoli stati nazionali e quella dei mercati sovranazionali e delle loro attività speculative; uno squilibrio che - riducendo le possibili interazioni positive tra mercati e istituzioni, tra scelte individuali e interessi collettivi, tra economia, politica e democrazia, - insieme ai forti peggioramenti distributivi - ha avuto un grande responsabilità in questa crisi.

3. Ma la considerazione più immediatamente rilevante va fatta sull’ipotesi che sembra rafforzarsi di una rottura del progetto europeo (l’irrazionalità e la pericolosità di un tale esito non assicurano affatto che possa essere evitato); a me pare che sarebbe necessaria molta più cooperazione per tornare ordinatamente anche solo dalla moneta comune a quelle nazionali che non per andare avanti verso gli Stati Uniti d’Europa. Ma è più verosimile che tornare indietro innescherebbe una conflittualità nazionalistica, suscettibile di travalicare la sfera economica.

Solo per esemplificare il tipo di problemi e le possibili conseguenze della rottura dell’Euro e del ritorno alle valute nazionale, può essere utile ricordare i tempi tecnici che furono necessari per il percorso inverso.

· Il cosiddetto change over fu preparato concordando tra tutti i 12 paesi allora aderenti all’eurozona una griglia di cambi fissi irreversibili il 1.1.1999.

· Dopo tre anni, il 1.1.2002, in ciascuno dei paesi membri dell’area euro iniziò la doppia circolazione delle monete nazionali e dell’Euro che durò per due mesi.

· In Italia, per altri quattro mesi fu possibile cambiare le lire in euro presso gli sportelli delle banche ordinarie e della Posta, naturalmente allo stesso tasso di cambio.

· Ma presso gli sportelli della Banca d’Italia, il cambio delle lire in euro allo stesso tasso fisso stabilito politicamente nel 1999 è stato possibile fino al 28 2. 2012, cioè 13 anni e due mesi dopo averlo stabilito

Se oggi si dovesse tornare dall’euro alle monete nazionali, sarebbe paradossale affidare immediatamente agli stessi mercati che hanno generato la grande crisi attuale il compito di stabilire le nuove parità valutarie. Per quanto si voglia e possa contenere il tempo necessario affinché i 335 milioni di abitanti dell’area euro e gli enti economici in essa operanti possano convertire gli euro posseduti nelle nuove valute nazionali, sarebbe fortemente auspicabile, se non indispensabile, che – per ragioni sia operative sia di stabilità economica e sociale - ciò avvenisse in un contesto di cambi fissi tra le nuove monete nazionali.

Ma accordarsi su una nuova griglia delle parità valutarie e difenderla sui mercati almeno per il tempo strettamente necessario al nuovo change over sarebbe difficilissimo e, per l’appunto, richiederebbe una cooperazione molto ardua da trovare tra paesi appena usciti dal fallimento di un progetto unitario perseguito per decenni.

La gestione del change over alimenterebbe comunque situazioni conflittuali, con effetti imprevedibili che potrebbero trascendere la dimensione economica.

Quelli che ho abbozzato sono solo alcuni spunti per discutere su “Quale futuro per l’Unione europea?” e sulla elevata e preoccupante problematicità degli scenari che potrebbero aprirsi se si arrivasse alla rottura dell’euro e, pressoché inevitabilmente, dell’Unione europea.

Si potrebbe ritenere che i rischi di involuzione economica, sociale e politica che un tale esito comporta dovrebbero essere sufficienti ad indurre tutti ad adoperarsi per evitarlo.

È fortemente auspicabile che la razionalità prevalga; ma la storia europea, anche solo quella recente del Novecento, ci ricorda come in essa il buio della ragione abbia spesso prevalso. Cosicché, nella valutazione del futuro dell’Unione europea, l’ottimismo trova alimento (anche) nella speranza che si affermi la ragione e il pessimismo è legato alla diffusione di volontà miopi generate da impulsi irrazionali e regressivi che la crisi persistente accresce a livello individuale e collettivo.

Il testo pubblicato costituisce l'introduzione al dibattito svoltosi il 5 dicembre 2014, nell’ambito del convegno per il Centenario della nascita di Federico Caffè

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