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Le tasse sui capitali ai tempi del crack

29/10/2008

In tempi di crisi dei capitali, che ne è del dibattito sulla loro tassazione? Un approccio efficace e innovativo deve partire da un'Agenda europea per il fisco

La crisi finanziaria internazionale ha spinto molti commentatori ad immaginare scenari alternativi (ed originali rispetto al passato) di politica economica. In questo contesto, anche le politiche fiscali sembrano trovare nuova linfa. Nell’affrontare questo argomento, è bene muovere da una necessaria premessa. Il ruolo del fisco è, da diversi punti di vista, necessariamente residuale. Il fisco agisce per lo più a valle della distribuzione del reddito osservato, che dipende primariamente dalla distribuzione dei guadagni di produttività tra profitti, rendite e salari. Le possibilità che riforme fiscali marginali agiscano sui comportamenti a monte sono molto limitate. Ne segue che è illusorio pensare, come qualche volta sembra accadere nella politica italiana, che le politiche fiscali siano sostitutive delle politiche sui redditi o della politica industriale. Le politiche fiscali possono avere senso all’interno di un contesto coerente di politica economica e, nel caso specifico della crisi, all’interno di nuovi ambiti e poteri di regolamentazione (pure essi intrinsecamente limitati, ma questa è un’altra storia).

 

Dobbiamo, però, evitare alcuni fraintendimenti. Soprattutto, dobbiamo cogliere l’occasione per sprovincializzare il dibattito sulla politica fiscale nel nostro paese, dove troppo spesso, anche a sinistra, ci si innamora di slogan da sventolare come bandierine, senza approfondire i problemi.

 

La (ormai famosa) manovra di accorpamento delle aliquote di tassazione delle rendite finanziarie, che pure mantiene tutte le ragioni di equità e neutralità che sono state più volte ricordate, è del tutto insufficiente. Infatti, questa manovra nulla tocca delle caratteristiche basilari del sistema di tassazione, ovvero il principio dell’anonimato e dell’esclusione dalla tassazione progressiva e la non tassazione dei non residenti. Quest’ultimo aspetto appare particolarmente grave quando si consideri con quale facilità è possibile, per alcuni, collocare la residenza nei paesi (eufemisticamente) definiti a fiscalità privilegiata e sfuggire a qualsiasi forma di tassazione. Ma questo non è un problema che possiamo illuderci di risolvere in sede nazionale.

 

Simile il discorso per la tassazione dei profitti. Da alcune parti si sente evocare la necessità di aumentare l’aliquota Ires, oggi pari al 27,5%, per le società di capitali di maggiori dimensioni. E’ tuttavia illusorio pensare che questo comporterebbe un automatico aumento di gettito. Nel contesto europeo, dove vige la piena libertà di movimento dei capitali, l’aliquota media nominale sui profitti di impresa viaggia oggi decisamente verso il 20%, con punte ben inferiori nei paesi dell’Europa dell’Est. Una manovra puramente nazionale non può avere fortuna. Anche in questo caso, dunque, è necessario muoversi su un piano europeo.

 

Quali punti potrebbero dunque caratterizzare un’agenda europea sul fisco per la sinistra (agenda che, lo ripetiamo, andrebbe integrata con altre, ben più rilevanti, politiche)?

 

Innanzitutto, bisogna mettere sotto pressione l’Unione Europea perché riveda radicalmente la Direttiva 2003/48 sulla tassazione dei risparmi. Come recentemente ammesso in un Report di valutazione dalla stessa Commissione, la Direttiva, che ambiva a generalizzare lo scambio di informazioni tra Amministrazioni fiscali, è stata spesso aggirata utilizzando prestanome o prodotti finanziari appositi. Dispiace che di ciò la Commissione si renda conto solo 5 anni dopo, dato che i primi articoli su come i banchieri svizzeri dichiaravano di poter aggirare la Direttiva comparvero già nell’estate del 2003. Comunque, è questo il momento per chiedere una riformulazione più ampia, con maggiori poteri di controllo per le autorità nazionali e per anticipare da subito l’applicazione dell’aliquota del 35% per i paesi che continuano a sottrarsi allo scambio di informazioni (Belgio, Lussemburgo e Austria).

 

In secondo luogo, bisogna, semplicemente, chiudere i paradisi fiscali. Secondo i dati di Tax Justice Network, una Ong che da anni lavora sul tema della giustizia fiscale, nel 2005 i paradisi fiscali hanno attirato 11,5 mila miliardi di dollari di redditi (circa 8 volte il Pil italiano e poco meno del Pil Usa). Contrariamente a quanti molti pensano, non si tratta affatto solo delle Cayman o di qualche altra isoletta sperduta nel Pacifico: dei 72 paradisi fiscali censiti da Tjn ben 25 sorgono su territori a giurisdizione europea! La sinistra istituzionale (partiti, sindacati) pur appoggiando nominalmente questa battaglia, l’ha sempre snobbata (magari per concentrarsi sulla polemica per uno 0,5 in più o in meno di aliquota sui redditi) considerandola, forse, un’utopia movimentista. Ebbene, dopo aver scoperto che molte banche implicate nella crisi utilizzavano ampiamente i paradisi fiscali, la chiusura è stata riproposta dal premier francese Fillon e la discussione è tornata prepotentemente in auge in Inghilterra (si vedano diversi articoli del Guardian di questi giorni). C’è qualcuno che, sfruttando il momento, ha voglia di impegnarsi in questa minima battaglia di civiltà, cominciando a dare senso alla (trita e ritrita) frase sulla necessità di costruire un’Europa politica?

 

Infine, sulla tassazione dei profitti a livello europeo, cosa sta accadendo? All’inizio degli anni Novanta molti preconizzavano che, data la piena libertà di movimento dei capitali e la concorrenza fiscale che ne consegue, la loro tassazione si sarebbe fortemente ridotta (realizzando così una corsa verso il basso, race to the bottom). In effetti, se si guarda ai livelli di tassazione effettiva sulle imprese (in forma di società di capitali) questo non è accaduto, nel senso che c’è una sostanziale invarianza dei livelli. Questo ha portato molti a ironizzare sul catastrofismo dei no-global. Peccato che il fenomeno sia, in primo luogo, transitorio e, soprattutto, del tutto asimmetrico. I livelli di tassazione effettiva dei profitti sono rimasti pressoché costanti perché la drammatica riduzione delle aliquote nominali è stata compensata allargando la base imponibile cioè, per dirla in termini semplici, aumentando la parte di profitto che viene tassata. Ma, mentre le aliquote continuano a calare, l’allargamento della base imponibile dà effetti spesso temporanei (per esempio, la riforma Ires del 2007 tra qualche anno comporterà perdite secche di gettito) e comunque non può continuare ancora per molto. Ma, soprattutto, l’allargamento della base imponibile colpisce, per ragioni tecniche, soprattutto le imprese marginali, molto meno quelle più profittevoli. E quali sono le imprese più profittevoli? Guarda caso, tra esse militano proprio le banche che del sistema finanziario oggi in crisi sono protagoniste. Secondo i dati di una recente indagine Mediobanca (Dati cumulativi delle principali banche internazionali, disponibile su Internet) l’aliquota effettiva sui 32 principali gruppi bancari europei è calata dal 31,8% del 1998 al 24,1% del 2006, una riduzione che vale non meno di 20 miliardi di euro. Da anni si sta discutendo dell’ipotesi di una base comune consolidata per i gruppi di imprese europei e, da qualche tempo, alcuni Paesi (Francia, Germania, persino Olanda) si rendono conto che è necessario ritornare anche, se non su un’aliquota unica, almeno su un livello minimo comune. Anche in questo caso, il momento è propizio, per chi abbia la voglia e la pazienza di entrare un po’ nel merito delle questioni e di non accontentarsi di sventolare alcune, poco utili, bandierine.

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