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Il vicolo cieco dei servizi idrici

31/10/2014

L'aria che tira/Il fine comune da raggiungere è quello di riaffermare nelle Carte delle Nazioni unite il diritto all'acqua come bene comune

La ripubblicizzazione dei servizi idrici si è arenata in un vicolo cieco. A tre anni dal referendum solo Napoli ha trasformato il servizio da Spa in house, ad azienda speciale.

I successi del movimento risiedono in alcuni punti specifici: nell'aver fermato la Multiutility del Nord, respinto a Cremona il tentativo di far entrare i privati nella gestione in house, impedito ad Acea di vendere altre quote, scorporato l'acqua a Trento e si spera anche a Reggio Emilia e aperto una discussione in Toscana con alcuni sindaci sullo scorporo da Acea.

L'ostilità dei governi e l'attacco allo stesso referendum erano scontati. Ma ciò non spiega il perché del vicolo cieco in cui si è arenato il movimento. Credo sia tempo di rivedere criticamente, non il contenuto della ripubblicizzazione in sé, ma la strategia con la quale è stato perseguito, improntata al rigido spartiacque della coerenza al vincolo quasi ideologico dell'eliminazione delle Ssp in house. Prescindendo dalla realtà, dai rapporti di forza, dalla capacità di farsi capire dalla gente, dai limiti stessi presenti nel risultato referendario che, al di là della volontà degli elettori, di certo fermava l'obbligatorietà all'ingresso dei privati.

Non c'è stato un percorso, dove accumulare forze, con tappe e obbiettivi intermedi da cui ripartire con le alleanze possibili.

Anzi, alla rigidità è stata aggiunta una campagna sulla «obbedienza civile»con relativa autoriduzione delle tariffe, che non poteva che arenarsi.

In questa visione, tutti i Comuni, tutti i sindaci e tutte le aziende in house non potevano oggettivamente che diventare avversari da attaccare. E il movimento non poteva che connotarsi come parte di un fronte di sacrosante «resistenze» territoriali, (No Tav, No Mose, No Expo, No dal Molin, No al gassificatore, No alla precarietà, No agli sgomberi delle case, ecc...) tenuto assieme da un involucro politico/ideologico «il fronte antagonista dei beni comuni». Un recinto, nel quale le ragioni dell'acqua, la novità della sua cultura inclusiva, si sono perse assieme all'anima universale, il linguaggio popolare, la capacità di dare passione a tanti e costruire ampie adesioni e alleanze.

Da qui l'impantanamento tra radicalità e interpretazioni giuridiche, localismi, attività sindacali sulla tariffa, ricorsi ai tribunali. Occorre fare una pausa di riflessione per ripartire.

Proviamo a pensare come nostri interlocutori e possibili alleati tutti quei Comuni e (perché no) anche a quelle aziende in house, che resistono ancora all'ingresso dei privati o quelle che vorrebbero disfarsi dei privati.

C'è una relazione profonda tra la volontà di privatizzare i servizi pubblici locali e quella di svuotare d'ogni ruolo e credibilità i Comuni, che dovrebbe avvicinare le due condizioni. L'alleanza non sarebbe solo una opportunità, ma una strategia politica da perseguire.

Oggi tutte le istituzioni sono sotto attacco e i Comuni sono la prima linea. Vincoli economici, soppressione/privatizzazione, «Sblocca Italia», ne sono l'espressione. Nello stesso tempo devono reggere l'urto dei cittadini arrabbiati per la decadenza e la soppressione dei servizi, il degrado del territorio.

La sottrazione di sovranità alle istituzioni ad ogni livello è la politica di questo nostro tempo. Dalla troika al trattato Usa - Ue si va prefigurando un nuovo ordine mondiale che privatizza la politica e la trasferisce alle sedi finanziarie e ai tribunali arbitrari delle Multinazionali. Dobbiamo imparare a leggere la politica di Renzi come anticipazione di questo nuovo ordine.

Gli organismi extra-istituzionali sull'acqua sono un esempio. Le multinazionali sono diventate soggetti decisionali e attori ufficiali della «Governance», termine che oggi sostituisce i «Governi politici e rappresentativi».

Il Consiglio Mondiale dell'acqua, partecipato dall'Onu è presieduto da Suez e Veolia (a loro volta terreno di conquista di Goldman Sachs).

Il Ceo Water Mandate, delegato dall'Onu ha a che fare con più di 100 aziende multinazionali produttive di tutti i comparti, impegnate ad assicurare acqua alle loro attività.

Da una parte c'è lo svuotamento delle istituzioni e dall'altra la mercificazione dei beni comuni, di tutta l'acqua, da quotare in Borsa e istituzionalizzando la compra vendita dei diritti al suo sfruttamento.

Negli Usa, in Canada, in Cile, in Australia, la compravendita dei diritti allo sfruttamento dell'acqua è già operante. Ne dà una idea il magnate texano che ha comprato un lago in Alaska e ne rivende il contenuto all'Arabia Saudita e alla Cina.

In Cile, l'acqua dei fiumi è lottizzata e venduta all'asta e la concessione ha la priorità sui bisogni essenziali degli abitanti del luogo. Il Water grabbing è la realtà di tutta l'Africa.

Nella Detroit della crisi dell'auto, 90.000 persone sono private dall'accesso all'acqua perché indigenti.

In Expo, è la multinazionale Barilla a lanciare un Protocollo Mondiale sull'alimentazione e la politica e l'associazionismo corrono ad aderivi, ribaltando ogni ruolo. A Nestlè viene delegata la piazza tematica dell'acqua mentre l'acqua pubblica di Milano viene esclusa. C'è un contesto che fa correre verso il suicidio idrico. 15 milioni di persone all'anno migrano nel mondo solo per effetto di scelte tecnologiche inerenti all'acqua. La domanda di acqua del 2030, supererà la disponibilità del 40%; il 70% della popolazione mondiale vivrà allora nelle città; la metà degli abitanti dei grandi centri vivrà in baraccopoli, con carenze d'acqua potabile, servizi igienici, smaltimento dei rifiuti e reti energetiche. Una tale realtà scarica sui comuni e le aree metropolitane tutti i drammatici problemi di questo secolo, ma li priva al contempo di ruolo, poteri e risorse.

La corruzione e l'impotenza screditano la politica e le istituzioni, dall'Onu in giù, fino ai comuni e cresce nei movimenti l'idea di combatterle, lasciarle affondare; poi si vedrà. Ma il nostro compito è altro. È quello di riconquistarle in quanto istituzioni, alla politica, al bene pubblico, alla fiscalità generale per le opere e i servizi di interesse collettivo. Inoltre quello di difenderne il ruolo con la stessa volontà con la quale difendiamo la Costituzione.

Ecco, ripartire dall'acqua con i comuni che vogliono ritrovare l'orgoglio e la volontà di «disobbedire». Ripartire per mettere in sicurezza l'acqua potabile, la raccolta dei rifiuti, i servizi sanitari. Per costruire una rete di Città dell'acqua (water policy), ma anche di imprese pubbliche e in house, che si muovano sapendo quale città progettare. Non con l'anarchia dei costruttori, ma con i cittadini, il territorio agricolo e l'acqua circostante. Con i contadini veri con i loro prodotti (food policy). Una rete che in Italia e in Europa sia in grado di fare politica; da soggetti, capaci di strappare ai governi leggi e direttive.

Nello stesso tempo si deve operare per rimuovere gli ostacoli alla riappropriazione delle quote delle Spa in mano ai privati: A2a Acea, Iren, Hera. Bisogna promuovere incontri tra sindaci di tutto il mondo affinché l'Onu concretizzi quella che è stata una grande vittoria del movimento: la risoluzione del 2010 con la quale l'acqua potabile e i servizi igienici sono diventati un diritto umano. Il fine da raggiungere è quello di riaffermare nelle Carte delle Nazioni unite il diritto all'acqua e poi promuovere Protocolli, Trattati e organismi internazionali politici, che garantiscano il diritto all'acqua ed escludano il suo commercio, fissino regole, principi, quantità e ne sanzionino le violazioni. Un impegno nazionale deve essere quello di impedire la formazione di grandi multiutility nazionali e quotate in borsa.

Il nostro paese deve dotarsi di una Carta dell'acqua, nella quale gli aderenti si impegnano a: promuovere l'acqua pubblica del proprio acquedotto; promuovere la cultura del diritto all'acqua; fuoriuscire dalla logica della tariffa, garantendo il diritto ai 50 litri al giorno per ogni persona e il risparmio con una tariffa progressiva; non togliere l'acqua a nessun cittadino o immigrato, Rom o baraccato; dare vita ad un fondo con le imprese, per progetti nel Sud del mondo attraverso partenariati pubblico/pubblico.

Il movimento dell'acqua ha indicato a tutti qualcosa di straordinariamente nuovo, da cui partire non solo per realizzare gli obiettivi in sé, ma per riprendere a ragionare sul nostro tempo, sulla necessità di una nuova visione della politica e dei movimenti con al centro i diritti universali. Una traccia per trovare la strada perduta da un ceto politico incapace e compromesso e per chiedergli di rinnovarsi totalmente o togliersi di mezzo e salvare la democrazia.

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