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Il governo non c’è, un programma ci sarebbe

17/04/2013

Un governo ancora non c’è, ma un modesto programma di cambiamento ci sarebbe. È in libreria “Sbilanciamo l'economia. Una via d'uscita dalla crisi” di Giulio Marcon e Mario Pianta (Laterza, 2013, 190 pp., 12 euro). Presentiamo un’anticipazione sulle politiche fiscali dal secondo capitolo “Sette strade per uscire dalla crisi”

Negli ultimi vent’anni il sistema fiscale in Italia ha registrato cambiamenti profondi. La progressività delle imposte – il principio costituzionale per cui i più ricchi devono contribuire più che proporzionalmente al prelievo fiscale – è stata ridotta al minimo. L’imposta di successione è stata cancellata, eliminando il meccanismo chiave che può limitare l’aumento delle disuguaglianze nella ricchezza. Le rendite finanziarie sono rimaste al riparo dall’imposizione, con aliquote minime rispetto alla media europea e grandi possibilità di elusione. I profitti delle imprese, con le norme attuali, possono essere nascosti nei bilanci o trasferiti all’estero, nei paradisi fiscali dove non sono tassati. Così i dati delle entrate fiscali relative ai redditi del 2010 mostrano che:

- su poco più di un milione di contribuenti che sono soci di società di capitali, 530 mila non pagano alcuna imposta diretta;

- su 976 mila imprenditori che fanno parte di società di persone, solo 172 mila (il 18%) dichiarano redditi superiori a 50 mila euro, mentre 146 mila dichiarano di aver subito perdite;

- su 1 milione e 920 mila imprenditori individuali, solo 135 mila (il 7%) dichiarano redditi superiori a 50 mila euro e 634 mila (il 33%) non pagano alcuna imposta diretta.

Sappiamo che l’evasione fiscale – specie delle imprese, dei professionisti, dei lavoratori autonomi – ha raggiunto in Italia livelli record, aiutata dall’allentamento nei controlli e nella normativa introdotto dal ministro dell’economia Giulio Tremonti. Ma l’incoraggiamento maggiore all’evasione è venuto dai ripetuti condoni dei governi Berlusconi sull’evasione fiscale, sugli abusi edilizi, perfino sull’esportazione illegale di capitali, lo “scudo fiscale”.

Gran parte del carico fiscale è rimasto così sui lavoratori dipendenti e sulle fasce di reddito medio-basse; le entrate fiscali sui redditi del 2010 mostrano che:

- l’80% delle entrate delle imposte dirette viene dai lavoratori dipendenti (privati o pubblici) e solo il 20% viene dai lavoratori autonomi;

- dei 21 milioni di lavoratori dipendenti che presentano una dichiarazione, 3,8 milioni hanno redditi così bassi da non pagare imposte; 10,5 milioni (il 50%) guadagnano tra 12 mila e 29 mila euro l’anno, mentre quelli che guadagnano più di 29 mila euro sono poco più di 4 milioni.

- sul totale dei lavoratori dipendenti, il 35% delle entrate viene da contribuenti con meno di 29 mila euro di reddito, mentre quelli con redditi superiori a 100 mila euro l’anno contribuiscono ad appena il 18% delle imposte dirette versate, la metà del contributo di quelli con redditi minimi.

Per uscire dalla crisi è necessaria una politica fiscale che cambi radicalmente strada: da un lato occorre trovare grandi entrate dove prima non erano cercate: i ricchi, i profitti e le rendite, per finanziare la spesa necessaria a far ripartire l’economia. Dall’altro lato è necessario uno spostamento strutturale dell’imposizione fiscale dal lavoro alla ricchezza – immobiliare e finanziaria – e alle risorse naturali non rinnovabili.

Si possono imitare alcune misure prese di recente in altri paesi. Negli Stati Uniti il presidente Obama, dopo la sua rielezione nel 2012, ha annunciato di voler colpire in modo significativo i redditi sopra i 200 mila dollari (250 mila per una coppia sposata), che rappresentano il 2% dei contribuenti americani. In Francia il governo Hollande ha portato al 45% l’aliquota per i redditi superiori ai 150 mila euro e al 75% quella per i redditi oltre il milione di euro l’anno (incontrando varie difficoltà). Negli Stati Uniti è stato Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, a chiedere sul New York Times un’imposizione sui ricchi con un’aliquota minima del 30% oltre il milione di dollari, sottolineando che i 400 americani più ricchi nel 2009 hanno pagato meno del 20% di tasse sul loro reddito.

Anche in Italia il consenso per misure di questo tipo non mancherebbe. In un sondaggio Unicab su 1.200 cittadini commissionato qualche anno fa – nel pieno della polemica anti-tasse – dalla campagna Sbilanciamoci e dall'associazione Nuovo Welfare, il 58% degli interpellati (contro il 29%) afferma che sarebbe “preferibile pagare più tasse ed avere più servizi pubblici, piuttosto che pagarne meno e avere meno servizi”; il 76% è favorevole ad alzare l'aliquota Irpef sopra i 100 mila euro di reddito; il 66,9% sarebbe d'accordo ad introdurre una tassa di successione sui patrimoni eccedenti il milione di euro e il 67% è d'accordo a portare la tassazione delle rendite fiscali al 23%.

Quello che serve è una redistribuzione del carico fiscale con un ritorno ad una significativa progressività dell’imposizione, non solo per raccogliere più risorse, ma soprattutto per dare un maggiore senso di giustizia fiscale. Le aliquote dovrebbero salire al 50% per i redditi sopra i 70 mila euro, al 60% per quelli sopra i 150 mila euro e, come in Francia, al 75% oltre il milione di euro. Contemporaneamente dovrebbe essere ridotta di due punti percentuali l'imposizione fiscale sui redditi inferiori ai 23 mila euro e andrebbe dimezzata la tassazione delle pensioni inferiori al trattamento lordo di 1000 euro mensili. Detrazioni e deduzioni non dovrebbero essere possibili per redditi familiari complessivi superiori ai 70 mila euro. Riduzioni fiscali maggiori (sotto la soglia di reddito dei 40 mila euro lordi di reddito familiare) dovrebbero riguardare la spesa sostenuta per una serie servizi per l'istruzione, la salute, la formazione: dalle spese di affitto per gli studenti fuori sede ai costi per le badanti.

Infine, con l’introduzione della tassazione della ricchezza descritta più sotto, potrebbe essere possibile una riduzione drastica delle aliquote sui lavoratori dipendenti che guadagnano meno di 29 mila euro l’anno.

La ricchezza intoccabile. In vent’anni di scarsissima crescita dei redditi, la ricchezza in Italia è cresciuta molto più che nella media europea. I patrimoni immobiliari si sono gonfiati per la moltiplicazione dei prezzi degli edifici. La ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane è pari a circa due volte il Pil nella media dell’ultimo decennio, quasi il doppio della Germania e della Francia, il valore più alto d’Europa (dati Istat).

La tassazione dei patrimoni immobiliari è stata reintrodotta con l’Imu nel 2012, dopo che il governo Berlusconi aveva cancellato l’Ici sulla prima casa, ma il livello di tassazione resta molto più basso che in Europa sia sul patrimonio, sia sui redditi – gli affitti – che essi producono (dove si registra un’elevata evasione fiscale). Su questo fronte si può mantenere l’Imu, attualmente con aliquote base del 4 per mille sulla prima casa e del 7,6 per mille sulle seconde case, e che dal 2013 dovrebbe essere destinata interamente ai Comuni, introducendo tuttavia alcune modifiche: la rivalutazione dei valori catastali, il raddoppio della riduzione concessa sulla prima casa ai proprietari che vi abitano, l’aumento progressivo delle aliquote sugli immobili di maggior valore. In questo modo le entrate, che per il 2012 erano previste in 21 miliardi di euro, potrebbero aumentare di diversi miliardi.

Nulla è stato fatto dai governi degli ultimi decenni per tassare i patrimoni finanziari e assai poco per assicurare un’imposizione significativa sulle rendite che da essi derivano. Solo il governo Monti ha portato nel 2012 dal 12 al 20% la tassazione su gran parte delle rendite finanziarie (escludendo i titoli di stato), mentre l’aliquota media europea è al 23%. Viste le grandi dimensioni della ricchezza finanziaria del paese, è necessaria un’imposizione annuale sui patrimoni finanziari superiori ai 200 mila euro per persona, con un’aliquota iniziale del 5 per mille, che potrebbe salire al 7 per mille oltre i 500 mila euro e al 10 per mille oltre il milione di euro. Aliquote elevate di tale imposizione potrebbero eventualmente permettere di eliminare la tassazione delle rendite che ne derivano.

Un elemento positivo è l’introduzione nel 2013 della tassazione delle transazioni finanziarie da parte di un gruppo di paesi europei – Gran Bretagna esclusa – che realizza finalmente una delle più antiche richieste dei critici della finanza. Tale misura dovrebbe essere estesa a tutti i paesi, presentare aliquote maggiori e combinarsi con altre restrizioni delle attività speculative della finanza, come abbiamo visto nel primo capitolo. Da misure di questo tipo potrebbero venire almeno 10 miliardi di euro nel 2013, necessari per ridurre l’imposizione sui redditi da lavoro dipendente e rilanciare i consumi e la domanda, permettendo all’economia italiana di uscire dalla recessione.

I capitali esportati illegalmente. Oltre 100 miliardi di euro di capitali portati illegalmente all’estero – compresi fondi potenzialmente legati ad attività criminali – sono emersi con lo "scudo fiscale" del governo Berlusconi. È stato richiesto un pagamento irrisorio del 5%. Come ha proposto Sbilanciamoci! nel suo Rapporto 2012, un “contributo di solidarietà” del 15% su questi capitali porterebbe 15 miliardi nelle casse dello stato. Da misure di questo tipo – insieme all’accordo con la Svizzera per la compensazione dei mancati introiti fiscali sui 150 miliardi di capitali italiani esportati illegalmente, potrebbero venire almeno 15 miliardi di euro nel 2013, necessari per rilanciare la spesa pubblica.

La ricchezza ereditata. La ricchezza è sempre più acquisita attraverso eredità e sempre meno ottenuta accumulando i propri redditi. È diventata una forma di privilegio che aggrava le disuguaglianze di opportunità, specie dove – come in Italia – la mobilità sociale è particolarmente bassa. È incomprensibile che, in questo contesto, nel decennio passato l’imposta sulla trasmissione di ricchezza agli eredi sia stata attenuata dai governi Prodi e cancellata dai governi Berlusconi. In molti paesi l’aumento di tale imposizione è all’ordine del giorno. È necessario prevedere un ritorno dell’imposta di successione, a partire dalle eredità superiori ai 300 mila euro, introducendo aliquote progressive e la possibilità di finalizzare gli introiti all’abbattimento del debito pubblico, oltre che alla riduzione delle imposte sul lavoro.

La tassazione ambientale. La tassazione ha anche la funzione di correggere i prezzi di mercato quando non sono in grado di riflettere i costi e benefici effettivi dell’utilizzo di beni come aria, acqua, i “servizi” prodotti dai sistemi naturali, le risorse non rinnovabili, tutti beni che non hanno, in sé, un “prezzo”. Per rendere più efficiente l’impiego di tali risorse è necessario introdurre e accrescere la tassazione sulle emissioni inquinanti – anidride carbonica e altri gas serra – coerentemente con gli impegni già presi dall’Italia in sede di Protocollo di Kyoto e trattati successivi; inoltre, va tassato maggiormente l’uso di risorse non rinnovabili e di risorse naturali pubbliche. Le modalità possibili sono la “carbon tax” (già introdotta dal governo Prodi e poi cancellata dal governo Berlusconi), aliquote Iva differenziate, maggiori oneri per l’uso di risorse pubbliche. In Francia, ad esempio, la tassa di circolazione sulle automobili è proporzionale all'emissione di CO2 e non alla potenza del motore. Viceversa, sono necessari incentivi fiscali per le energie rinnovabili, la mobilità sostenibile, il riciclaggio e altre attività di tutela dell’ambiente. Secondo alcune valutazioni, a regime, le tasse ambientali potrebbero generare entrate di 50 miliardi di euro l’anno, risorse che potrebbero consentire una forte riduzione dell’imposizione sul lavoro dipendente.

Un fisco per i lavori e i consumi giusti. La nuova politica fiscale deve contribuire a migliorare la qualità dello sviluppo: deve colpire i comportamenti con effetti sociali negativi, i consumi opulenti, e privilegiare la produzione di beni e servizi pubblici e sociali, le attività culturali, i consumi collettivi. L’imposizione deve privilegiare i soggetti pubblici e non profit che offrono servizi sociali. Le imprese devono essere incoraggiate a effettuare assunzioni a tempo indeterminato.

Colpire l'evasione. In Italia la forma più grave di ingiustizia fiscale è l'evasione. Essa ha funzionato come un collante significativo di un anomalo blocco sociale che unisce il 10% degli italiani più ricchi – che hanno beneficiato di ogni sorta di privilegi fiscali – con ampie fasce di imprenditori delle piccole imprese, professionisti, commercianti, artigiani, proprietari di case date in affitto, fino alle persone coinvolte nel lavoro nero. Su questo tema occorre un salto di qualità nella politica e nei comportamenti sociali, un nuovo patto tra contribuenti che pagano correttamente e una politica che utilizzi in modo appropriato i soldi dei cittadini. Serve una strategia d’insieme che favorisca l’emersione delle attività “sommerse”, aumenti i vincoli ai pagamenti in contanti, i controlli incrociati tra dichiarazioni dei redditi e consumi opulenti, le valutazioni di redditi presunti su cui basare la tassazione, etc. Per le imprese occorre reintrodurre il reato di falso in bilancio e l'elenco clienti-fornitori (che permette l'incrocio dei versamenti e dell'adempimento degli obblighi fiscali) cancellato dal ministro dell’economia Giulio Tremonti, migliorare la tracciabilità dei pagamenti e prevedere l'obbligo di ispezione fiscale nelle imprese che per tre anni non denunciano alcun ricavo. Gli operatori finanziari italiani che hanno sedi operative o legali nei paradisi fiscali dovrebbero subire sanzioni di carattere normativo e amministrativo.

Informazioni, anticipazioni e discussioni sul libro sono su www.giuliomarcon.it, www.novesudieci.org, https://www.facebook.com/pages/Sbilanciamo-leconomia/538982612818445?ref=hl.

Per acquistarlo in rete: www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=99&task=schedalibro&isbn=9788858106563

Il dibattito su sbilinfo:

• Sbilanciamoci e la sinistra pensante di Michele Salvati
Una lettura critica del libro "Sbilanciamo l'economia. Una via d'uscita dalla crisi" di Giulio Marcon e Mario Pianta. Molti suggerimenti sono utili, gran parte delle critiche condivisibili, ma l'estrema sinistra pensante non pensa abbastanza a fondo agli effetti imprevisti, ma prevedibili e non di rado perversi, delle politiche che suggerisce

• Sbilanciati ed estremisti? di Giulio Marcon e Mario Pianta
Una replica alle critiche di Michele Salvati. Forse la sinistra di cui parla il direttore della rivista Il Mulino è "estrema" solo in un senso temporale, perchè è l'ultima sinistra rimasta dopo una resa ideologica che ha affermato “la fine della storia”, “il liberismo è di sinistra”, e il “tanto non si può cambiare nulla”

• Siamo estremisti? Ragionevoli, piuttosto di Claudio Gnesutta
ll termine di “estrema sinistra” somiglia a un espediente per esorcizzare una realtà politica, lasciando tutte le carte in mano a una classe dirigente pubblica e privata che si ritiene incolpevole

 

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