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L’Europa che c’è, e la politica per cambiarla

02/09/2011

Il vizio d’origine dell’Europa è il rifiuto del modello federale, ma l’Europa che abbiamo va molto al di là della moneta. Non ripetiamo le occasioni perdute delle sinistre di governo e le campagne anti-Europa dei referendum che non hanno dato risultati. Il punto è cambiare le politiche europee

Le questioni poste da Rossana Rossanda hanno un filo conduttore unico: la costruzione europea poteva essere diversa? O, per come è nata, non poteva che andare così? E il fatto che sia andata così non mette in questione il valore stesso dell’Ue e dell’euro?
Penso che esista un vizio d’origine della costruzione europea: l’indisponibilità di vecchi e nuovi soci a creare un sistema federale, con poche e ben definite competenze, guidate da istituzioni comuni, democraticamente elette, dal funzionamento trasparente e responsabili di fronte al popolo sulla base di una costituzione. La solita storia di rapporti di potere e di sovranità nazionale versus democrazia sovranazionale, insomma. E questo non c’entra molto con la fede liberista, socialista o comunista. La storia dell’integrazione europea ci dice che la differenza fra il fronte progressista e quello conservatore non si definisce (come sosteneva Spinelli) in chi sta a destra e chi sta a sinistra, ma fra chi vuole l’unione federale e chi no. Ed è innegabile che a seconda dei momenti storici, destra e sinistra abbiano avuto grandi responsabilità nel mancato completamento della democrazia europea.

Peraltro, è un errore storico pensare che i cosiddetti padri fondatori e i loro governi fossero tutti dei federalisti convinti e che se ne sia perso lo spirito. Non lo erano, sennò a quest’ora non staremmo ancora dove siamo… Tanto è vero che la Cee nasce nel 1957 sulle ceneri della Ced (Comunità europea della difesa) e del suo progetto di costituzione: la scelta della Comunità economica europea nasce dall’affossamento l’Unione politica. Da allora ci sono stati vari tentativi di resuscitare l’Unione politica ed è innegabile che siano stati fatti immensi passi avanti, tanto che non sono d’accordo con l’affermazione secondo la quale l’Unione nasce con l’euro. Io direi piuttosto che nasce un po’ a singhiozzo, con la Ceca, con la Politica agricola comune, con le decisioni della Corte di giustizia, con i Fondi strutturali, con Erasmus, le leggi ambientali e del mercato interno, oltre che naturalmente con i poteri legislativi al Parlamento europeo. Oggi, che ci piaccia o no, la maggior parte delle norme in settori chiave del nostro vivere comune vengono da leggi europee e se domani l’euro finisse, abbattere questa realtà sarebbe comunque molto complicato.

Certo è, però, che la storia della Ue è una grande «incompiuta». È nata, ma è rimasta un po’ rachitica e tutti i nodi di quella debolezza originaria che si è spesso voluta nascondere con la famosa e ipocrita frase «l’Europa avanza solo con le crisi» arrivano periodicamente al pettine. Nel decennio 1991-2001, da Maastricht a Nizza, anche i socialisti e i loro alleati – c’erano 13 governi di centro-sinistra su 15! – sono stati succubi di quella stessa mentalità che ha messo al centro la salvaguardia della sovranità nazionale; hanno – abbiamo – perso l’enorme occasione di dare all’Ue un sistema istituzionale solido in materia non solo di governance economica, ma di bilancio, di strumenti per la coesione, di politica agricola, di politica sociale e di crescita sostenibile, capace anche di garantire una presenza influente sulla scena internazionale. Le forze progressiste non hanno lottato per quell’Europa, che era possibile, politicamente e istituzionalmente, anche se a prezzo di un conflitto duro. Perfino Joschka Fischer è stato un europeo fiacco da Ministro degli Esteri tedesco. Quando, poco dopo, la destra è arrivata al potere un po’ dovunque, il grande impulso della riforma costituzionale si è incagliato nei veti dei governi e nei referendum, e l’ampliamento a Est non ha facilitato la situazione; la battaglia per l’Unione politica è arrivata al punto di esangue compromesso del trattato di Lisbona, che sicuramente è un miglioramento (e non, come dice Rossana Rossanda, un arretramento) rispetto ai precedenti Trattati , ma che viene applicato «a minima» e in un contesto di crescente rinazionalizzazione delle politiche europee e perdita di credibilità delle istituzioni comunitarie, prima fra tutte la Commissione.

Naturalmente, il problema non è solo di architettura istituzionale. Anche avendo un sistema perfetto, Jose Manuel Durao Barroso o Catherine Ashton ai comandi sarebbero comunque un disastro. Esattamente come uno stato, un comune o una regione, anche un’Europa federale può fare scelte totalmente sbagliate. La differenza però è che se un governo sbaglia, in genere in democrazia si tende a volerlo cambiare. Con l’Europa (e l’euro) no: si pensa di poterne fare a meno; questo dato di fatto ci ha fatto perdere moltissimo tempo prezioso anche a sinistra in battaglie estenuanti e di principio su Europa si/Europa no, invece di stare all’erta sull’Europa «come». Un esempio che mi ha molto segnato? I referendum sul Trattato costituzionale del 2005: quando il referendum del 2005 in Francia e Olanda affossò il Trattato costituzionale, la mobilitazione di migliaia di persone contro l’Europa dei mercati e per un’Europa «diversa» si sgonfiò all’istante, i governi nazionali si reimpossessarono del Trattato, lo peggiorarono parecchio mantenendo assolutamente tutte le sue parti «liberiste» e poi lo fecero adottare dai loro parlamenti, con buona pace di tutti coloro che parlavano di «piano B» e della possibilità di una migliore costituzione europea una volta sconfitta quella così-così. Non è successo, perché anche fra i generosi referendari la priorità in fondo non era la democrazia europea, ma la battaglia contro il loro governo.

C’è ancora una certa difficoltà a percepire che l’«Europa» non è un’entità astratta. È un luogo dove si fa politica, ci si scontra e si agisce secondo codici che sono forse diversi da quelli nostrani, ma che rispondono alle logiche della democrazia elettorale. Forse non è sempre stato così, ma oggi anche a Bruxelles chi vince le elezioni, governa. Quindi non è che l’Europa sia «anti-sociale», «liberista» e quant’altro di per sé. Non è che a Bruxelles ci siano personaggi grigi come la meteorologia belga che decidono e basta. Quando il fronte “progressista” ha più deputati, più ministri più commissari (magari anche competenti e motivati) si fanno cose migliori di quando vince la destra populista. Per seguire il ragionamento di Rossana Rossanda, certo che i «padri» dell’euro sapevano che la moneta non era sufficiente a unire l’Europa. E ci sono stati e ci sono ancora oggi fieri dibattiti e scontri sulla questione dell’Europa sociale, sull’uso delle risorse o su come deve essere questa o quella legge. Di eurobond e regolamentazione dei mercati finanziari si parla da almeno dieci anni. Il punto è che al momento di decidere vincono «quegli altri» ormai da anni, anche perché i meccanismi decisionali favoriscono chi vuole puntare i piedi e gli anti-europei.

Ecco perché secondo me il punto vero dell’attuale crisi è il fatto che a una debolezza istituzionale che ci obbliga allo spettacolo penoso di governanti boriosi ma in fondo deboli e inconcludenti (prova ne sia l’ultimo vertice Sarkozy-Merkel), si uniscono decisioni politiche profondamente sbagliate. Per cambiare la rotta dell’Europa, dunque, è necessario agire simultaneamente sui due fronti, quello politico e quello istituzionale. Ma come?

La maggior parte degli interventi pubblicati nel Forum lanciato da Rossana Rossanda su il manifesto e Sbilanciamoci, dimostrano l’esistenza di un pensiero strutturato, progressista e profondamente europeista che da posizioni e competenze anche lontane definisce alcuni punti fermi e delinea almeno una parte della strada da seguire, anche accettando di rivedere profondamente alcuni aspetti ideologici e culturali. Però mi sembra che, oltre alle proposte, sia oggi necessario pensare a come queste proposte si potranno aggregare e organizzare per convincere e vincere la battaglia del consenso, oltre a quella dei mercati. Per smantellare il pensiero unico che molti interventi hanno citato e l’incompetenza mediocre al potere non solo in Italia, ma anche in Europa. Dico subito che le rivolte degli «indignados» e le manifestazioni, i comitati e i gruppi, perfino il popolo dei referendum sono elementi importanti, ma non sufficienti nella riflessione di come fare in modo che, in modo democratico e sulla base di proposte concrete, si possa superare l’attuale fallimentare sistema economico, sociale e politico e attuare un cambiamento positivo e «rivoluzionario» della nostra società. Allo stesso tempo, il dibattito asfittico e di schieramento dei e nei partiti pare ancora indisponibile a prendere atto dell’enorme energia sprigionata dai referendum e dalle battaglie di “popolo” che spuntano e si organizzano sul territorio. Eppure questi due “mondi” sono entrambi necessari alla definizione dell’alternativa e alla sua capacità di avere il consenso necessario a realizzarla concretamente.

Quindi, la “rotta – positiva – dell’Europa” potrà essere ripresa combinando una forte iniziativa politica di contenuto, (che punti sul Green New Deal, su una profonda riforma della politica fiscale verso criteri di sostenibilità ed equità e una regolamentazione concreta e realistica dei mercati finanziari), con un approccio che non abbia paura di riprendere la battaglia per la costituzione europea. È un’agenda, questa, possibile e realistica, da organizzare rapidamente. Per essere pronti quando toccherà a noi rimediare ai disastri della destra incompentente e nazionalista e di un’Europa grigia, sempre più burocratica e ininfluente.

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