Home / Archivio / lavoro / Lavoro, la flessibilità che ostacola la crescita

facebook-link twitter-link

Newsletter

Registrati alla newsletter di sbilanciamoci.info

Archivio

Ultimi articoli nella sezione

08/12/2015
COP21, secondo round
di Lorenzo Ciccarese
03/12/2015
Lavoro, la fotografia impietosa dell'Istat
di Marta Fana
01/12/2015
La crisi dell’università italiana
di Francesco Sinopoli
01/12/2015
Parigi, una guerra a pezzi
di Emilio Molinari
01/12/2015
Non ho l'età
di Loris Campetti
30/11/2015
La sfida del clima
di Gianni Silvestrini
30/11/2015
Il governo Renzi "salva" quattro istituti di credito
di Vincenzo Comito

Lavoro, la flessibilità che ostacola la crescita

06/10/2014

Il tema della flessibilità del lavoro chiama in causa anche il modello di sviluppo che intendiamo costruire. Perchè il lavoro “usa e getta” non potrà consentire di avere lavoratori con una più elevata qualificazione professionale e quindi di orientare le attività economiche verso uno sviluppo di qualità

Il Jobs Act ha portato con se l’ennesimo scontro sull’articolo 18 tra i sindacati e il governo Renzi. L’importanza dell’articolo 18 non sta tanto nella possibilità del reintegro (effetto ex post) quanto nell’azione deterrente ossia nella riduzione della probabilità che un lavoratore sia allontanato senza giusta causa (effetto ex ante). Ma il tema della flessibilità del lavoro non riguarda solo i diritti dei lavoratori poiché chiama in causa anche il modello di sviluppo che intendiamo costruire.

Oggi vi è la consapevolezza che la crescita quantitativa non può procedere all’infinito, specialmente nei paesi avanzati dove molti mercati sono saturi e gli spazi sono sempre più congestionati. Per questi motivi è necessario superare il modello dell’espansione quantitativa per puntare su di uno sviluppo di qualità e cioè su di un’economia della conoscenza, della sostituzione e dell’efficienza. Occorre dunque passare dalla quantità alla qualità e per fare questo la qualificazione professionale diventa un fattore strategico. Solo l’intelligenza e l’esperienza dei lavoratori insieme a maggiori investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nella formazione possono permettere di procedere verso un modello di sviluppo orientato verso la qualità dei prodotti e dei servizi.

In questo quadro una flessibilità del lavoro sempre più spinta rappresenta un errore fatale: il lavoro “usa e getta” non potrà consentire di avere lavoratori con una più elevata qualificazione professionale e quindi di orientare le attività economiche verso uno sviluppo di qualità. La maggiore flessibilità del lavoro rappresenta un vano tentativo di comprimere il costo del lavoro trascurando l’obiettivo della qualità; un tentativo che non sarà mai sufficiente a fronteggiare la competizione che proviene dai paesi con un basso costo del lavoro. Inoltre, si dimentica di ricordare che i costi di produzione dipendono dalla qualità del prodotto. Prodotti di migliore qualità possono permettere di aumentare le vendite e quindi di espandere la produzione. Così si possono mettere in moto le economie di scala che determinano la riduzione dei costi fissi per unità di prodotto e può aumentare la produzione per addetto, cioè la produttività del lavoro, che fa diminuire il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP). Non a caso nell’ultimo decennio abbiamo visto che alla maggiore flessibilità si è associata una produttività del lavoro stagnante.

Accanto ai fenomeni di saturazione dei mercati, di congestione degli spazi e di pressione competitiva dei paesi emergenti, vi sono altri motivi importanti per puntare sulla qualità se pensiamo che, nonostante le grandiose innovazioni che sono state conseguite nell’ultimo secolo - elettricità, elettronica, telecomunicazioni e informatica; il petrolio, il gas e il carbone continuano a rappresentare le fonti energetiche dominanti attraverso le quali il capitalismo contemporaneo ha potuto dispiegare tutta la sua forza produttiva realizzando un’espansione quantitativa mai vista nella storia dell’umanità. Ma la crescita quantitativa dell’economia si scontra con due vincoli insormontabili, vale a dire la tendenza verso l’esaurimento delle risorse energetiche convenzionali e l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo. Per questi motivi sarà inevitabile promuovere un ampio processo di riconversione ecologica del sistema energetico, della produzione e dei consumi, cioè sarà necessario modificare il modello di sviluppo basato sui combustibili fossili, sull’automobile a benzina, sulle materie plastiche e sulla produzione di rifiuti non riciclabili. Ciò significa puntare su di un’economia della conoscenza, della sostituzione e dell’efficienza, un obiettivo che richiederà enormi investimenti sia pubblici che privati e una qualificazione professionale sempre più avanzata.

Questa è la strada per promuovere la crescita del reddito e dell’occupazione nel lungo periodo.

 

 

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: old.sbilanciamoci.info.
Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca qui

Commenti