Home / Archivio / finanza / Verso una politica dei due tempi per superare la crisi?

facebook-link twitter-link

Newsletter

Registrati alla newsletter di sbilanciamoci.info

Archivio

Ultimi articoli nella sezione

08/12/2015
COP21, secondo round
di Lorenzo Ciccarese
03/12/2015
Lavoro, la fotografia impietosa dell'Istat
di Marta Fana
01/12/2015
La crisi dell’università italiana
di Francesco Sinopoli
01/12/2015
Parigi, una guerra a pezzi
di Emilio Molinari
01/12/2015
Non ho l'età
di Loris Campetti
30/11/2015
La sfida del clima
di Gianni Silvestrini
30/11/2015
Il governo Renzi "salva" quattro istituti di credito
di Vincenzo Comito

Verso una politica dei due tempi per superare la crisi?

19/03/2009

Nel duopolio Cina-Usa spunta un'idea: prima far ripartire la macchina produttiva, poi cominciare ad aggiustarla. Così corriamo dritti verso il baratro

“… che modo irresponsabile di governare il mondo!…”
S. Roach, The Financial Times, 10 marzo 2009
Premessa
Le difficoltà dell’economia e della finanza mondiali stanno contribuendo ad accelerare la tendenza, già in atto da qualche anno, all’affermarsi di un duopolio del potere mondiale Usa-Cina. Tutti ormai ritengono che bisogna superare il G7-G8 in quanto organismo non rappresentativo delle realtà del mondo, ma anche il G20 non sembra avere un grande futuro davanti a sé. Tra l’altro, ci sono tutte le premesse tecniche perché la riunione dei primi di aprile di tale gruppo risulti in un sostanziale fallimento. Da quanto si capisce, alla fine si registreranno una serie di dichiarazioni di buone intenzioni e poco più (Riddell, 2009), come sembra anche indicare l’incontro preparatorio di marzo; il presidente della Banca Mondiale, dal canto suo, ha sottolineato di recente come il meeting rischi di decidere “troppo poco, troppo tardi”. Appare anche chiaro che le precedente riunione di novembre è stata, alla fine, quasi soltanto una manovra dilatoria per guadagnare tempo.
Una ristrutturazione dell’economia in due tempi?
Guardando a quanto va succedendo nelle ultime settimane, nonché alle dichiarazioni pubbliche dei politici e degli esperti di tutto il mondo, sembra che si vada assistendo, per quanto riguarda ambedue le grandi potenze, a delle politiche che cercano, almeno in parte, semplicemente di ricreare la situazione di boom economico che ha preceduto la crisi.
In particolare, in questi giorni apprendiamo che la Cina sta accelerando per la seconda volta in pochi mesi i suoi programmi di sostegno, sia pure selettivo, alle esportazioni, attualmente in calo sensibile, del paese –le cifre parlano di una diminuzione del 25,6% nei primi due mesi del nuovo anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente-; intanto gli Stati Uniti vorrebbero che il credito tornasse ad affluire copioso a dei consumatori già indebitati sino al collo ed avviare di nuovo quindi una robusta crescita dei consumi privati. Incidentalmente, questo farebbe comunque la felicità non solo della Cina, ma anche di tutta l’Asia (Roach, 2009). Gli statunitensi insistono anche perché le risorse dei governi di tutto il mondo siano indirizzate prioritariamente in tale direzione, arrivando a configurare per tutti i paesi degli stimoli finanziari pari almeno al 2% del pil degli stessi, secondo una linea che dovrebbe essere anche fatta propria dalla riunione di aprile del G20. E naturalmente il Giappone, la Gran Bretagna e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto subito da cassa di risonanza alla proposta. Ma anche la Cina sembra, del resto per ovvie ragioni, interessata a tale approccio. Tutto questo anche se va riconosciuto che nei piani di rilancio messi a punto dai due governi ci sono anche dei provvedimenti che puntano ad un mutamento di rotta, ma essi non sembrano avere nel complesso un peso adeguato alle necessità.
In sostanza, è come se si stesse pensando che prima di tutto bisogna far ripartire la macchina produttiva e finanziaria e che poi, in un secondo momento, si potrà vedere di affrontarne gli squilibri. La stessa linea di ragionamento sembra prevalere anche per quanto riguarda la rivisitazione dei sistemi di supervisione delle istituzioni finanziarie. La proposta che sembra emergere è anche in questo caso: prima di tutto facciamole funzionare di nuovo, poi penseremo con calma (forse) a cambiarle in meglio.
Per chi almeno abbia una certa età, questa politica dei due tempi richiama inevitabilmente alla memoria infauste ed analoghe vicende politiche del nostro paese di qualche decennio fa. Il secondo tempo, quello delle riforme, non arrivava poi mai.
Atteggiamenti simili si stanno facendo strada anche a livello della gestione delle singole imprese bancarie e dei servizi finanziari; tali organismi non sembrano stare veramente pensando ad un qualche mutamento nei modelli e negli strumenti di governo delle loro attività (Caulkin, 2009). Nulla ad esempio sembra, almeno per il momento, cambiato nella gestione delle banche britanniche già di fatto nazionalizzate. L’ obiettivo di fondo delle imprese sembra continuare ad essere costituito dalla “creazione del valore azionario”; questo anche se molto di recente lo stesso J. Welsch, a suo tempo responsabile della General Electric - quando la società veniva giudicata come l’impresa meglio gestita del mondo - ed inventore della formula incriminata, la ha totalmente rinnegata (Guerrera, 2009). Un altro pentito, dopo A. Greenspan e qualche altro banchiere! Peccato che tutti facciano atto di contrimento quando è ormai troppo tardi.
Ovviamente, dietro questi orientamenti non stanno solo la follia delle persone e quella delle organizzazioni, ma anche precisi interessi economici, finanziari, sociali, politici.
Citiamo a questo proposito, ad esempio, le dichiarazioni di M. Broughton, presidente della Confindustria britannica (Groom, 2009), che esorta i paesi del G-20 che si incontreranno a Londra ai primi di aprile ad evitare, almeno per il momento, di discutere di temi da lui qualificati come totalmente irrilevanti per combattere la crisi – quali il blocco dei paradisi fiscali, il controllo degli hedge fund e la riduzione delle remunerazioni dei manager bancari – e di concentrare invece l’attenzione sugli stimoli necessari per far ripartire l’economia, in particolare immettendo più soldi nella macchina. In caso contrario, secondo lui, si sfiorerebbe la catastrofe.
Le dichiarazioni di Broughton e dei suoi pari sembrano trovare orecchie attente, oltre che a Londra, a Washington, anche nella cerchia dei consiglieri di Obama, molti dei quali a suo tempo “allievi” devoti di Greenspan e delle sue vecchie ricette; peraltro, bisogna ricordare che dietro la posizione dei due governi ci sono anche gli interessi concreti di Wall Street e della City, che continuano ad essere le due piazze finanziarie più importanti del mondo, nonostante la crisi. Così, lo stesso Barroso ha accusato gli Stati Uniti di essere contrari ad una riforma del sistema finanziario (Gow, 2009), o, almeno, di mostrare un atteggiamento dilatorio in merito. E, in effetti, è venuta alla luce sul tema una rilevante differenza generale di vedute tra Stati Uniti e Unione Europea (Sanger, 2009). Gli Stati Uniti cercano di smentire tali divergenze, ma, ci sembra, con scarsa convinzione.
Certamente, tra Stati Uniti e Cina si è venuta consolidando ormai da tempo una situazione di “equilibrio del terrore finanziario”, che forse nessuno dei contendenti ha veramente voglia di cambiare. Da una parte, la Cina acquista i titoli pubblici statunitensi, contribuendo così in maniera determinante a finanziarne i deficit pubblici, peraltro con la possibilità astratta che potrebbe anche smettere un giorno di farlo –tra l’altro, ancora in questi giorni, il primo ministro cinese si dichiara “preoccupato” per gli averi in dollari del proprio paese e chiede riassicurazioni dalla controparte, che vengono subito fornite pubblicamente dallo stesso Obama-; dall’altra, gli Stati Uniti potrebbero, sempre in astratto, spingere sul fronte della stampa di moneta –e non è escluso che siano costretti a farlo in maniera anche importante, spinti ad esempio dalla crisi; ci sono già dei segni rilevanti in proposito- arrivando a deprezzare il dollaro e così spingendo in basso il valore delle vaste riserve cinesi nella stessa moneta, oltre che ponendo ulteriori impedimenti alle esportazioni del paese asiatico.
Conclusioni
Le due grandi potenze non sembrano in questo momento essere veramente interessate ad affrontare e risolvere tali problemi. Quella che si va mettendo insieme nei due paesi è, almeno in parte, alla fine, una ricetta per un nuovo e più grave disastro futuro. Sino a che non si avvieranno politiche adeguate per cancellare o, almeno, ridurre fortemente gli squilibri economici, finanziari, sociali, ambientali del pianeta – che non sono certo una questione da poco- non si porranno in alcun modo delle solide basi su cui far ripartire la crescita.

Testi citati nell’articolo
-Caulkin S., Business as usual while the foundations crumble, The Observer, 15 marzo 2009
-Gow D., Barroso defends EU’s handling of economic crisis, www.guardian.co.uk, 11 marzo 2009
-Groom B., G20 urged to avoid issues ‘irrilevant’ to resolving crisis, The Financial Times, 11 marzo 2009
-Guerrera F., Obsession with shareholder value was a ‘dumb idea’ says Welch, The Financial Times, 13 marzo 2009
-Riddell P., No nation broker, The Newstatesman, 12 marzo 2009
-Roach S., ‘Grow now, ask questions later’ formula will end in tears, The Financial Times, 10 marzo 2009
-Sanger D. E., For G-20, a squabble over what to do first, The International Herald Tribune, 11 marzo 2009

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: old.sbilanciamoci.info.
Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca qui

Commenti