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Numeri e politiche: in difesa del Pil

14/07/2010

Un indicatore sotto attacco. Che può essere affiancato da altri. Ma che difficilmente può essere sostituito, come priorità della politica economica

Anche in diversi interventi su questo sito, il Pil è “sotto attacco” da tre punti di vista:

1. c’è chi contesta la crescita del Pil come obiettivo primario della politica economica, invocando uno stato stazionario (o addirittura la decrescita). Queste posizioni sono ispirate dalla constatazione dell’insostenibilità conclamata, sia ambientale che sociale, del capitalismo attuale. Secondo questa posizione, l’obiettivo primario della politica dovrebbe essere la qualità dello sviluppo, non la quantità di merci e servizi scambiati.

2. c’è chi contesta che il reddito monetario o la quantità di beni e servizi acquistati siano tutto ciò che interessa gli individui, e tutto ciò di cui la politica economica dovrebbe occuparsi. Questi autori si dividono a loro volta in due gruppi: c’è chi si concentra su un indice alternativo, la felicità delle persone (così come loro stesse la auto-percepiscono), e chi preferisce un ampio numero di indicatori più o meno misurabili (la libertà, la salute, il godimento di pieni diritti, la dignità personale, ...).

3. infine, c’è chi sostiene che la ricchezza rimane l’obiettivo primario della politica economica e dei singoli individui, ma che il Pil è uno strumento inadeguato per misurarla. Queste posizioni fanno principalmente riferimento all’incapacità del Pil di misurare correttamente il valore delle attività che non passano per il mercato ma, ad esempio, per lo stato, la famiglia, le entità no-profit.

Le tre posizioni non sono mutualmente esclusive, ovviamente, e non è questa la sede per discuterle separatamente. In generale, occorre comunque ribadire che per lo più queste critiche non riguardano la costruzione dell’indicatore “prodotto interno lordo”, ma il suo utilizzo. E’ evidente che si tratta di una misura del tutto inadeguata per rappresentare, ad esempio, la qualità della vita dei cittadini o le prospettive delle prossime generazioni. Ma nessuno misurerebbe il peso di un pacco in centilitri, né la durata di un film in decibel. Perché dunque richiedere al Pil di essere un numero “per tutte le stagioni”?

Il Pil misura il valore della produzione di un paese. Dunque, ad esempio, le attività della pubblica amministrazione sono misurate malissimo (si veda l’Atkinson Report preparato dall’Ufficio statistico del Regno Unito) perché, non essendo prodotte in termini capitalistici né scambiate sul mercato -semplicemente- non hanno alcun “valore” (monetario).1 Allo stesso modo, il Pil non rappresenta affatto una quantità di beni e servizi perché, come ogni bambino sa, le mele e le pere non si possono sommare (ma il loro prezzo sì).

Dunque, sarebbe utile riportare la discussione a termini semplici, “ai fondamentali”. Ogni variabile che si vuole misurare necessita di uno strumento apposito, di una sua unità di misura. La domanda dunque diviene: è utile misurare il valore di tutto ciò che viene prodotto e scambiato sul mercato di un paese? E l’andamento di questa misura dovrebbe essere una (o la) priorità del governo?

La mia risposta è sì. Nonostante l’utilità di tante misure alternative, dalla felicità al pieno godimento dei diritti fondamentali, in Italia oggi la crescita del Pil rimane uno degli obiettivi primari. La ragione è che da essa dipende la capacità di ridurre la piaga sociale forse più grave degli ultimi decenni: la disoccupazione e, soprattutto, l’inoccupazione (lo stato di chi un lavoro non ce l’ha e neanche lo cerca).

Non faccio riferimento banalmente alla competitività delle imprese italiane e alla necessità di difendere (magari incrementare) le nostre esportazioni. Il problema è molto più ampio, e riguarda tutti i settori produttivi, ovvero mette in crisi anche la ricetta del “ripartire” facendo perno sulla domanda interna (consumi, investimenti, spesa pubblica).

Partiamo da un’osservazione: alle imprese non è il salario che importa (quanto un lavoratore costa al mese), ma il costo del lavoro per unità di prodotto (quanto costa produrre una unità della loro merce). Dunque, un lavoratore italiano può guadagnare tranquillamente il doppio di uno cinese, purché nello stesso tempo produca un valore (si badi, non una quantità) almeno doppio.

Ecco che il Pil diviene interessante. Infatti, tale indice si può dividere in due: la produttività media del lavoro, cioè il valore di quanto un lavoratore produce in media, e il numero di lavoratori occupati. Il primo valore in Italia è stagnante da decenni, mentre all’estero ha continuato e continua a crescere. Questo significa che le imprese, per fare gli stessi profitti dei loro concorrenti all’estero, alzeranno i prezzi (per tentare di aumentare il valore del prodotto). Questo però renderà le loro merci meno attraenti di quelle prodotte all’estero, che saranno vendute ad un prezzo più basso. Ecco dunque che l’aumento dei prezzi genera una riduzione della domanda per le merci nazionali (anche della domanda italiana, che si orienterà sulle importazioni) e dunque maggiore disoccupazione.

Si badi che il problema della produttività stagnante non dipende dalla crisi economica, nascendo molto molto prima. Nè le sue drammatiche ricadute occupazionali dipendono dall’euro, semmai dall’apertura ai mercati internazionali dei prodotti e dei capitali, in presenza di una crescita estera molto maggiore di quella nazionale.

A fronte di questa situazione, la strategia nazionale finora è stata l’uso di svalutazioni competitive finché si poteva, poi la moderazione salariale, e infine la flessibilità del lavoro (che, lungi dal tentare di produrre efficienza organizzativa, in Italia ha avuto l’unico scopo di ridurre il costo del lavoro). Questa strada è necessariamente perdente: se la differenza di costo del lavoro per unità di prodotto si fa molto grande, le imprese necessariamente si sposteranno all’estero, ed è difficile immaginare ulteriori riduzioni del costo del lavoro di portata tale da recuperare il deficit di produttività presente e -soprattutto- futuro.

Ecco dunque che il valore di quanto ogni lavoratore (in media) produce rimane un indicatore parziale e insoddisfacente per molti usi, ma anche fondamentale per la tenuta occupazionale, vera emergenza nazionale prima, durante, e dopo la crisi. Insomma: il Pil può essere affiancato ad altre migliore misure, per altri fini? Ovviamente sì. Può essere da queste sostituito, come priorità della politica economica? Probabilmente no.

1 E’ biasimevole che l’economia moderna abbia abbandonato l’utilissima distinzione, ben chiara agli economisti “classici” inglesi, tra valore di scambio (cosa può essere ottenuto in cambio di un oggetto) e valore d’uso (quanto un oggetto è utile per la persona che lo possiede).

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