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Industria italiana: nuovi numeri, vecchi problemi

12/04/2009

L'Istat ha rivisto i dati degli anni pre-crisi: la produzione dell'industria era un po’ più alta di quel che sapevamo. Ma la distanza dalla media europea rimane intatta

L’Istat ha recentemente aggiornato gli indici del fatturato totale e del portafoglio ordini, e della produzione industriale che misura la variazione nel tempo del volume della produzione industriale in senso stretto. La nuova classificazione modifica il panel di riferimento, aggiornandolo al nuovo ATECO 2005 (classificazione delle imprese). Questo aggiornamento del panel di riferimento è una proxy utilizzata per cogliere l’evoluzione della produzione, sia dal lato fisico dei singoli prodotti, delle ore lavorate e sia del valore della produzione. L’esito di questo nuovo panel è solo in apparenza sorprendente. L’indice del fatturato totale per i beni di consumo, strumentali, intermedi ed energetici della nuova serie, con la nuova classificazione, è significativamente più alto di quella precedente. Se con il vecchio indice del fatturato nel 2006, 2007 e 2008 si registrava una variazione positiva rispettivamente dell’8,3, del 5,6 e negativa del meno 0,4, con il nuovo indice il fatturato sarebbe un po’più alto: 8,4 per il 2006, 6,6 per il 2007 e 1,8 per il 2008, con una differenza di 0,1%, 1,0% e 2,2%.
Per la produzione industriale l’esito è ancor più sorprendente: nel “vecchio” indice (2000) la variazione della produzione industriale del 2006 era pari a 2,0%, nel 2007 0,5% e nel 2008 -4,3%, mentre con il nuovo indice la variazione della produzione industriale è 3,1% nel 2006, 2,8% nel 2007 e -3,1% nel 2008.
Quindi, apparentemente, l’indice del fatturato e della produzione industriale totale per “Raggruppamenti Principali di Industrie” ci informa che nel nostro paese l’attività produttiva sarebbe stata più alta di quella che era stato rilevato in precedenza. Forse la crisi è meno severa di quello che spesso si “urla” sui giornali?
Difficile crederlo. L’Istat e l’Eurostat modificano i panel di riferimento ogni tot anni (mediamente 5) al fine di rendere più credibile e coerente la rivelazione statistica alla nuova struttura produttiva. Se la società e le imprese cambiano, deve adeguarsi anche il panel di riferimento.
Se le imprese in uscita dal nuovo panel (fatturato) rappresentavano il 25,6% del totale per un fatturato complessivo del 7,4%, le imprese in entrata rappresentano il 23,4%, ma il 14,% del fatturato. Il nuovo panel per il “fatturato”, però, codifica anche un cambiamento della “specializzazione” produttiva intervenuta nell’ultimo periodo (1995-2007). Il raggruppamento dei beni di consumo passa dal 32,6% al 28,9%, quello dei beni strumentali dal 23,% al 24,8%, quello dei beni intermedi dal 38,1% al 37,3%, l’energia dal 6,1% all’8,8%.
Se prendiamo in esame il panel della produzione industriale diventa ancor più evidente la “trasformazione” della struttura produttiva. Infatti, i beni di consumo passano dal 28,9% al 27,9%, i beni strumentali dal 23,7% al 26,5%, i beni intermedi dal 35,5% al 37,4% e quelli energetici dall’11,7% all’8%. In qualche modo il nuovo panel registra il mutamento della struttura produttiva intervenuto a livello europeo e, informa, che la produzione dei beni di consumo comincia, progressivamente, a perdere importanza a vantaggio dei beni strumentali e intermedi.
In un certo senso la nuova serie dell’Istat sottolinea che per uscire dalla crisi non basta incrementare i “consumi” finali, ma occorre “adeguarsi” alla “riconversione” del tessuto produttivo. Infatti, i beni energetici, strumentali, intermedi pesano per il 72% del panel di riferimento. Una “riconversione” del mercato che diventerà ancora più profonda con la politica energetica e ambientale delineata dall’Ue e dagli Usa. Il ruolo dei beni a maggiore contenuto “cognitivo” rappresentano, con il nuovo panel, il 72%. Se comparissimo la produzione italiana a quella europea, attività molto più interessante e coerente per capire il posizionamento europeo del tessuto produttivo nazionale, si capirebbe che nei beni strumentali, intermedi, ed energetici, abbiamo performance molto più basse, così come nel cosiddetto made in Italy dei beni di consumo. Infatti, anche in questa categoria di beni l’Italia cresce meno della media dei paesi europei. La nuova classificazione adottata dall’Istat è certamente più coerente con la nuova articolazione del sistema produttivo europeo e nazionale: informa che il fatturato e la produzione è stato un po’ più alto di quello che immaginavamo, ma la distanza dalla media europea rimane intatta. L’Italia per uscire dalla crisi deve fare modifiche di “struttura” (Riccardo Lombardi) del sistema produttivo agganciando le trasformazioni che si stanno realizzando a livello europeo, ma anche una politica dei redditi all’altezza. Questa volta la crisi non farà sconti a nessuno.

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