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Cosa succede a via Solferino?

30/07/2013

Dall'ascesa della famiglia Agnelli, oggi primo azionista, all'ingresso di Urbano Cairo. Una cronaca ragionata degli ultimi eventi che hanno cambiato l'assetto proprietario del principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera. Da sempre crocevia delle vicende del capitalismo nostrano

Urbano Cairo ha fatto ben di più di quello che la Borsa si aspettava da lui. Del resto, della serie dei “Di più” egli è il fortunato editore. Giorni fa è entrato nello spazio della crisi del Corriere, un nodo economico, finanziario, sociale, politico, umano e ha comprato una parte consistente delle azioni “senza padrone” disperse nell’aumento di capitale di Rizzoli Corriere della Sera, Rcs. Con il 2,82% delle azioni è diventato il nono o decimo azionista per importanza del grande editore e anche l’unico che viva e agisca nel settore dei media. Due aspetti singolari: il primo è che gli azionisti principali gli volevano cedere una decina di testate secondarie del gruppo, ripetendo l’operazione di Telecom con TV7, purché togliesse di mezzo il problema e Cairo ha svicolato; il secondo è che in questo periodo molti grandi soci tendono a lasciare l’editore, avendo preso quello che c’era da prendere e temendo per un oscuro futuro. I due soci maggiori, Fiat e Mediobanca, per motivi diversi, sono assai interessati ad avere la buona stampa del “Corrierone” e la considerano strategica, vuoi dal punto di vista del commercio automobilistico, vuoi dai frequenti e spesso non percepibili intrighi bancari.

1. Cairo, dal quale eravamo partiti, si è buttato in una situazione che chiamare difficile è peccare di ottimismo. Situazione senza rimedio è la voce che ha accompagnato la fase di ricapitalizzazione della società, accompagnata da problemi astrusi come il suo cambio di obiettivo – da editore di carta stampata a mediagroup – da accuse e contro accuse per marchiani errori di condotta economica e finanziaria, come l’acquisto del gruppo editoriale spagnolo noto come Recoletos, nell’aprile del 2007, acquisto che per il sindacato italiano è stato una catastrofe per non dire di peggio.

Oltre e più di Cairo gli altri azionisti rilevanti sono Fiat con il 20,5%, Mediobanca con il 15,4, Banca Intesa con il 6,5, Fonsai con 5,6, Pirelli con il 5,4, e Italmobiliare con il 3,8. Inoltre fuori dal patto di sindacato, Della Valle con l’8,9. Pandette con il 3,4 e appunto, con il 2,8%, però emergente, la cosiddetta ultima ruota del Cairo.

2. Il patto tra gli azionisti che si riconoscono è, nei termini conosciuti, un impegno a votare d’accordo, non arrivare al voto se in disaccordo e quindi far valere una sorta di unanimità o di quieto vivere, lasciando il resto ai direttori editoriali e di testata, scelti insieme: massimi amministratori, direttori delle testate e politiche editoriali. Inoltre alleanze, compravendite, conflitti d’interesse, piccoli e grandi affari di finanza e di banca, di politica e d’impresa, raccomandazioni e interdizioni, campagne di stampa e silenzi stampa che tutti accettano sempre che gli altri accettino le proprie. I soci principali si servono dalla loro società Rcs per affari di grande portata e se l’amministratore delegato non è d’accordo lo dimissionano. Le partecipazioni dei soci nel patto di sindacato non sono cambiate dai tempi ormai lontani di Ricucci e dei furbetti del quartierino che scalavano il Corriere a prezzi di affezione; fuori si comprano e vendono azioni con il risultato di mettere in campo nuovi soci esclusi dal patto di sindacato. Nell’ultima fase, poi, in relazione all’aumento di capitale concordato dai maggiori soci sindacati e dalle banche, compreso quelle interne al sindacato, si comprano e vendono diritti a prezzi stracciati. La Consob ha il suo daffare per seguire tutte le evoluzioni e talvolta tira i remi in barca con un mesto sorriso di rassegnazione. Al più, anni dopo, commina multe poco significative se non come sanzione morale. Alcuni tra i maggiori azionisti, esclusi dai vantaggi prevalenti, scelgono di ridurre la loro partecipazione, nella previsione di lasciare presto del tutto. Il gioco non vale più la candela. Rimane però, per tutti quelli che si accaniscono, una dubbia risposta: vale la pena, ancora, di partecipare al controllo dell’antico giornale e di tutto il resto? Oppure si rischia di perdere tutto il capitale investito? Gli interessi in campo e il lavoro precario dei giornalisti che tengono su la baracca sono raccontati in articoli molto efficaci da Alberto Ferrigolo, in maggio e in luglio.

3. Cairo ha comprato – dice – con i suoi risparmi, non con prestiti bancari o con capitali tratti dalla sua società quotata in Borsa, Cairo Communications. Ha speso una quindicina di milioni. Il Sole 24 Ore, un quotidiano rivale del Corriere e che si picca di conoscere nome, cognome, luogo di nascita e movimenti di ogni capitale italico superiore ai 100 euro, suggerisce – o lascia supporre – che si tratti del denaro risultante dalla contestuale vendita diretta del difensore Ogbonna, valutato appunto sui 15 milioni, dalla squadra del Torino di cui Cairo è proprietario-presidente, alla rivale cittadina Juventus. E come i lettori certo ricorderanno, Juventus è la squadra di calcio di Fiat e della famiglia Agnelli. Per Il Sole si tratta di una prova sicura del fatto che Cairo sarà alleato di Fiat tra gli azionisti di Rcs, ritenuti ormai, sempre più spesso, in disaccordo tra loro. In complesso ai valori di Borsa attuali il capitale della società Rcs potrebbe valere intorno al mezzo miliardo, dopo averne sprecati almeno altrettanti nell’affare spagnolo Recoletos. Anche il Corriere che sostiene tutto il gruppo comincia a manifestare nei bilanci qualche affaticamento.

4. Il disaccordo tra i soci maggiori è presto detto. L’editore Rcs è in crisi e i soci principali non sono d’accordo sull’intervento da fare: una spending review, va bene, ma a partire da cosa? Chiudere o vendere, smembrare o licenziare, fare un po’ di tutto o tutto in una volta? Neanche al Corriere che pure spiega spending review al mondo intero tutti giorni, sanno come modellarne una personale.

5.Tempo un anno, si chiude, a meno che non ci sia un consistente finanziamento bancario, collegato all'aumento di capitale da 400 milioni che i soci hanno deliberato. Le banche, sempre piene di ottimismo, sembrano convinte che anche in questo caso il risultato è molto incerto. Le banche in questione sono quelle in palese conflitto d’interessi essendo azioniste di Rcs.

6. Tra le cause della specifica crisi di Rcs nella crisi generale che attanaglia l’Europa del Sud nel nuovo secolo, gli esperti indicano: caduta dei consumi di giornali e libri, pubblicità in declino, concentrazione tra i produttori di carta e tipografie con loro maggiore forza contrattuale nei confronti di Rcs e soprattutto trasformazione dell’editoria con declino del cartaceo a favore del online.

7. Si discute allora di un ardito Piano di sviluppo: dovrebbe nascere una impresa multimediale con largo uso di prodotti digitali; immediata trasformazione nella forza lavoro, molte dismissioni, sensibili cambiamenti nei lavori. Detto (e fatto) tutto questo si insiste nel dire che la continuità aziendale è a rischio a meno che tra Rcs, banche finanziatrici e grandi soci non si stabilisca un patto di ferro che preveda l’ “assunzione da parte di alcuni Soci del Patto di impegni irrevocabili e incondizionati di sottoscrizione di Azioni ordinarie, per un controvalore complessivo non inferiore a Euro 200 milioni, nonché assunzione di impegni di pre-garanzia per un importo di complessivi Euro 182,5 milioni, fermo restando che l’aumento di capitale ordinario dovrà essere garantito fino all’importo complessivo di Euro 380 milioni;”

8. Tra i soci maggiori di Rcs negli ultimi lustri erano in due a prevalere: Mediobanca da un lato e Fiat dall’altro. Mediobanca era il maggiore azionista del patto e guidava un certo numero di altri azionisti rilevanti, come Intesa, Fondiaria, Pirelli, Generali. Erano davvero interessati costoro a investire miliardi di lire e poi milioni di euro nelle alterne fortune di Rcs? Pensavano di ricavarne profitti o semplicemente gloria? Oppure di orientarne le nomine giornalistiche o gli articoli e le campagne di stampa? O ancora; erano subalterni a Mediobanca e ne seguivano le indicazioni quali che fossero? Fiat, dal canto suo, aveva circa la metà della partecipazione azionaria di adesso, ma era convinta, per motivi di prestigio o di abitudine, della sua facoltà di nominare il direttore del Corriere che considerava assai importante per orientare le politiche del governo di Roma e di tenere – avendo ben scelto il direttore allineato – così a freno con promesse e minacce le sempre possibili bizzarrie politico giornalistiche del grande giornale.

9. Nel corso delle convulse settimane che hanno portato allo stallo attuale, di colpo il Ceo di Fiat Sergio Marchionne ha dichiarato “Rcs è strategica, altrimenti non avremmo investito tanto” (il Sole 24 ore”, 9 luglio 2013). Nello stesso articolo del “Sole”, firmato da Laura Galvagni, si fa notare un altro aspetto quando si riporta un giudizio di Gianluigi Gabetti, presidente onorario di Exor: “John ci sa fare. Rcs è in buone mani”. Chi sia questo John e perché Gabetti consideri che Rcs sia in buone mani, è presto detto: John è certamente John Elkann, presidente di Exor e di Fiat di cui Exor, una società controllata dalla famiglia Agnelli, è primo e basilare azionista.

9 bis. Ammesso che si possa aprire una rapida parentesi, Exor oltre alle azioni Fiat, aveva una partecipazione del 15 % di una società svizzera di servizi d’informazione finanziaria Sgs, venduta in giugno a due miliardi di euro con un margine di 1.500 milioni. Marchionne, tra i leader storici e addirittura tra i fondatori di Sgs, ha con tutta evidenza accompagnato l’entrata e l’uscita di Exor da quella società, un percorso svoltosi in una manciata di anni. La disponibilità di liquidi avrebbe dato alla famiglia Agnelli i capitali per coprire l’operazione Chrysler e anche qualche spicciolo per complicarsi la vita in direzione di Rcs. E poi ci si chiede come mai la Famiglia e Marchionne vadano d’amore e d’accordo.

10.Sorge una domanda. Fiat da chi ha comprato, per raddoppiare tanto facilmente il proprio pacchetto e senza far crescere il prezzo borsistico in modo spropositato? Fiat ha certamente comprato i diritti connessi alla partecipazione dell’azionista Rotelli (società “Pandette”), il primo azionista, estraneo al patto di sindacato, ma assai considerato se non temuto. Rotelli era il potente titolare di molte imprese sanitarie, al punto che aveva acquistato mesi fa il controllo del San Raffaele, il gruppo ospedaliero e universitario di don Verzè. La sua scalata a Rcs era considerata del tutto ragionevole e le pagine finanziarie dei giornali parlavano di Rotelli con competenza e interesse, finché da un giorno all’altro non hanno scritto che Rotelli, ammalato gravemente da anni, era spirato. È facile capire che in Borsa e nelle redazioni tutti sapessero della malattia senza speranza, della prossima fine ma con una forma di rispetto, assai difficile da giudicare, per il malato e i suoi familiari, la notizia fu schermata.

11. Fiat dette una mano e comprò i diritti di Rotelli-Pandette. Rcs aveva deciso di svalutare il capitale e poi aumentarlo nuovamente facendo sottoscrivere i soci; così Fiat forse lo fece per buon cuore, per tenere Rcs fuori da ulteriori guai. Insomma, spirito patriottico, come Elkann avrebbe fatto sapere telefonicamente al Presidente della repubblica. Marchionne rettificò subito; “l’investimento è strategico”. Il buon cuore sta a zero tra noi. Il fatto è che Fiat, comprando diritti avrebbe violato il patto tra i grandi soci e trasgredito alle prescrizioni di Consob. Mediobanca avrebbe preferito rastrellare tutto e non perdere il ruolo di primo azionista. D’altro canto è possibile altresì che i diritti di Pandette avessero nel frattempo attirato l’attenzione di Della Valle, industriale del settore moda e grande partecipante all’azionariato Rcs, ancorché tenuto fuori dal sindacato di controllo. Anche per questo, ma non solo, Della Valle era in conflitto quasi permanente con i dirigenti di Fiat, in particolare con John Elkann.

12. L’acquisto di Fiat fu tanto inopinato che il presidente, il famoso John, ne fece oggetto di un messaggio, forse di scuse o di chiarimento, al Presidente della repubblica.

13. Fosse una telefonata o altro la comunicazione pervenuta al Colle, l’azionista Della Valle, non ultimo tra quelli tenuti fuori della porta, ne fece lo spunto di una lettera pubblica allo stesso destinatario. Della Valle mostrava di credere al compito essenziale della stampa e in particolare del Corriere e proponeva a tutti gli azionisti di mollare tutti gli interessi, dando mandato a quattro di loro di assumersi, senza guardare al possibile vantaggio, ma anzi rifiutandolo, la completa responsabilità di gestire il gruppo Rcs. Un generoso tentativo di mandare la storia dei media all’indietro, cancellare le banche, la globalizzazione, le tecniche per comunicare e molto altro ancora. L’unico punto di contatto tra l’azionista Della valle e i suoi soci azionisti, quelli invisi e quelli apprezzati, sembra essere la totale irrilevanza per chi nei giornali e nei media ci lavora, li scrive, li sviluppa e anche – se proprio vogliamo dirla tutta – per chi li legge.

 

 

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