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Disuguaglianza e università, quale rapporto?

31/03/2015

Uno dei meccanismi più importanti che riproducono le disuguaglianze è l’istruzione, e in particolare l’accesso all’istruzione universitaria. L'esempio di Urbino

La disuguaglianza è uno dei maggiori problemi delle economie moderne. Thomas Piketty nel suo libro Il capitale nel XXI secolo mostra che negli Stati Uniti e in vari paesi europei il livello della disuguaglianza negli ultimi decenni è aumentato vertiginosamente, tornando a livelli paragonabili agli anni venti. Un recente rapporto dell’organizzazione non governativa Oxfam segnala che i primi 85 miliardari del pianeta detengono una ricchezza pari a quella della metà più povera di tutta la popolazione mondiale. Nel 2015 la disuguaglianza aumenterà ancora, come spiega il World Employment and Social Outlook dell’ILO, con il 10% degli individui più ricchi che guadagna già dal 30 al 40% del reddito totale, mentre il 10% dei più poveri ne ottiene tra il 2 e il 7%. L’Italia non è da meno: la misura più utilizzata della disuguaglianza - il coefficiente di Gini - è aumentata da 31,9 nel 2012 a 32,5 nel 2013 ed è superiore alla media europea. Secondo l’Ocse la disparità di reddito «mina l'opportunità di istruzione per i soggetti svantaggiati, riducendo la mobilità sociale e ostacolando lo sviluppo delle competenze e […] la crescita di capitale umano».

Uno dei meccanismi più importanti che riproducono le disuguaglianze è l’istruzione, e in particolare l’accesso all’istruzione universitaria come opportunità di mobilità sociale. Le scelte di istruzione hanno dirette conseguenze sul futuro status occupazionale degli individui, dunque sul loro prestigio sociale e sulle loro opportunità di guadagno, poiché gli individui più istruiti sono quelli maggiormente apprezzati nel mercato del lavoro. Secondo dati Ocse del 2007, nella maggioranza dei paesi sviluppati gli individui in possesso di un titolo di istruzione universitaria equivalente alla nostra laurea magistrale guadagnano il 50% in più di quelli che hanno conseguito il solo diploma di scuola secondaria. Ancora l’ Ocse, nel recente studio Education at a Glance sostiene che gli individui che hanno conseguito un titolo di istruzione universitaria trovano più facilmente un’occupazione e sono pagati di più rispetto agli individui meno istruiti. Inoltre, «in media, nei paesi Ocse, il ritorno finanziario per gli individui laureati è circa il doppio di quelli non laureati».

È possibile indagare questi meccanismi anche nel microcosmo di una piccola università come quella di Urbino? Abbiamo studiato la distribuzione del reddito tra gli studenti dell’Università di Urbino e la relazione tra reddito e percorso universitario. Gli studenti considerati sono quelli che negli anni accademici 2012-2013, 2013-2014 e 2014-2015 hanno presentato il modello Isee per certificare un livello di reddito inferiore a 70 mila euro e usufruire così della contribuzione agevolata, ottenendo benefici nel pagamento delle tasse d’iscrizione in base alla loro fascia di reddito. Il percorso universitario viene descritto dall’iscrizione a lauree triennali o magistrali e dalla condizione di studente in corso o fuori corso. La popolazione di studenti che consideriamo è pari a circa un terzo del totale degli studenti di Urbino e comprende individui con un reddito medio-basso rispetto alla media italiana e regionale.

Il valore Isee viene ricavato dalla somma dei redditi e del patrimonio familiare divisa per il Valore della Scala di Equivalenza, che rappresenta un indicatore descrittivo della composizione e delle caratteristiche del nucleo familiare. Dunque abbiamo utilizzato il valore del reddito Isee come reddito individuale equivalente, cioè il reddito disponibile dello studente (non il reddito totale familiare), che deriva dalla situazione reddituale e patrimoniale della famiglia e dalle specificità del nucleo familiare (presenza di disabili, genitori separati, etc.).

Di seguito un grafico (Figura 1) che descrive la distribuzione del reddito nell’anno accademico 2014-2015, in cui la popolazione considerata è stata suddivisa in sei fasce di reddito. Possiamo innanzitutto notare una concentrazione delle osservazioni nella prima parte del grafico, cioè nelle fasce di reddito più basse e in particolare nella seconda e nella terza fascia, poiché, come già detto in precedenza, gli individui considerati hanno un reddito medio-basso per le caratteristiche della fonte dei dati utilizzati. All’aumentare del reddito degli studenti, osserviamo infatti una rapida diminuzione del numero degli individui in ciascuna fascia.

[Figura 1: Distribuzione degli studenti in base al reddito individuale equivalente]

Pur avendo considerato solo la parte più povera della popolazione studentesca, ed escludendo la presenza di individui molto ricchi e molto poveri, per le caratteristiche degli individui considerati (studenti universitari che presentano la dichiarazione Isee per ottenere una riduzione delle tasse universitarie), notiamo comunque che la disuguaglianza di reddito tra gli studenti analizzati è presente ed in crescita. Il reddito mediano, anche se lievemente, è inferiore al reddito medio, indice del fatto che oltre la metà degli studenti considerati ha un reddito più basso della media. Osserviamo il rapporto tra la parte più ricca e quella più povera della popolazione studentesca considerata: 10% degli studenti più ricchi ha un reddito corrispondente a 10,6 volte quello del 10% dei più poveri e possiede il 20,7% del reddito totale, a fronte dell’1,9% detenuto dai più poveri. Inoltre, la disuguaglianza è in crescita: calcolando l’indice di disuguaglianza di Gini, abbiamo potuto notare che esso aumenta da 29,4 nel 2012 a 29,8 nel 2014, perfettamente in linea con la tendenza del dato nazionale.

C’è un rapporto tra reddito e percorso universitario? Tra gli studenti dell’Università di Urbino si osserva che, oltre la fascia reddituale di 20.000-30.000 euro, all’aumento del reddito disponibile si associa una percentuale lievemente più alta di iscritti a lauree quinquennali, dunque un investimento in istruzione più elevato. Più evidente è invece la differenza di reddito tra gli studenti in corso e quelli fuori corso: tra gli studenti considerati, si nota una diminuzione dei fuori corso di 15 punti percentuali passando dalla prima fascia di reddito (0-10.000) alla quarta (>40.000). A confermare la relazione tra reddito e prestazione universitaria, è stato calcolato il reddito medio degli studenti in corso e di quelli fuori corso nell’arco dei tre anni, ed è risultato che il reddito dei fuori corso è sempre (lievemente) inferiore a quello degli studenti in corso.

I risultati di Urbino – pur limitati alla fascia di redditi medio-bassi - sono coerenti con quelli degli studi che hanno mostrato come lo status e il reddito della famiglia d’origine condizionino i risultati della performance universitaria: l’istruzione e l’occupazione dei genitori influenzano il reddito familiare e incidono indirettamente sul successo scolastico dei figli. In questo modo, tuttavia, le disuguaglianze vengono riprodotte e l’università vede indebolita la sua funzione di assicurare uguali opportunità di mobilità sociale. Questo perché se, come mostrato da questo studio – pur con tutti i limiti dei dati utilizzati – e da altri, gli individui più ricchi ottengono risultati migliori, questi saranno maggiormente apprezzati sul mercato del lavoro rispetto ai loro colleghi più poveri, che dimostrano una peggiore performance universitaria e una minore percentuale di continuazione degli studi, poiché i costi diretti e indiretti dell’istruzione, per le famiglie con reddito più basso, incidono molto di più sulla scelta di intraprendere percorsi di studio di durata maggiore.

Le politiche attuabili per evitare il perpetuarsi della disuguaglianza tramite l’istruzione dovrebbero mirare all’emancipazione dello studente dalle condizioni economiche familiari, garantendo a studenti ricchi e studenti meno ricchi uguali opportunità. Sicuramente il primo passo è quello di aumentare il finanziamento del diritto allo studio, sia per quanto riguarda la quantità delle borse erogate, che in riferimento all’ammontare economico delle borse di studio, aumentando l’importo delle quote monetarie e la quantità di servizi e agevolazioni forniti alle famiglie con reddito più basso.

Può il riconoscimento del “merito” degli studenti dare soluzioni a questi problemi? Solo fino a un certo punto. Poiché è il background familiare ad influenzare l’acquisizione delle capacità di base degli individui nell’infanzia, dunque la loro performance scolastica e universitaria, i possibili strumenti di misurazione del merito (media dei voti, numero di esami svolti etc.) riflettono essi stessi le disuguaglianze nei punti di partenza tra gli studenti e dovrebbero quindi tener conto dei diversi percorsi di formazione possibili. Senza queste attenzioni, una politica del merito può risultare nell’accentuazione delle disuguaglianze.

L’istruzione universitaria, insomma, può essere uno strumento essenziale per l’uguaglianza delle opportunità tra i giovani, ma nei fatti tende a riprodurre le disuguaglianze ereditate dalle famiglie di origine, come hanno mostrato per l’Italia i risultati di Maurizio Franzini, che nel libro Ricchi e poveri. Le disuguaglianze inaccettabili descrive come sia alta e persistente la correlazione tra disuguaglianza di reddito e trasmissione intergenerazionale, che determina la forte dipendenza del reddito dei figli da quello dei genitori. I condizionamenti e l’influenza che le origini familiari hanno sugli individui si osservano anche sul mercato del lavoro, come hanno spiegato recentemente Michele Raitano e Maurizio Franzini in Wage gaps and human capital: looking for an explanation, dove osservano che le differenze salariali tra lavoratori dovute al diverso titolo di studio sono appena il 12,5% della disuguaglianza retributiva totale nei paesi dell’Europa a 15, dunque è altissima la disuguaglianza tra lavoratori con la stessa istruzione: infatti quasi il 90% delle differenze retributive sono spiegate da fattori diversi dall’istruzione.

In questo modo l’istruzione si svuota del suo ruolo di strumento di riscatto sociale e si innesca un circolo vizioso che riduce la mobilità sociale intergenerazionale e aumenta le disuguaglianze sociali ed economiche, con effetti negativi sulla crescita economica di un Paese e sull’instabilità sociale.

Nel caso di Urbino - pur con i limiti dei dati disponibili – alcuni di questi meccanismi, come l’influenza del reddito sulle performance universitarie e sulla continuazione degli studi, sembrano essere all’opera, anche se solo uno studio che consideri le condizioni di partenza e i risultati economici degli studenti potrebbe consentire una valutazione d’insieme degli effetti che legano l’istruzione universitaria alla disuguaglianza e degli effetti che l’università ha sulle disuguaglianze sociali.

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