Ultimi articoli nella sezione

08/12/2015
COP21, secondo round
di Lorenzo Ciccarese
03/12/2015
Lavoro, la fotografia impietosa dell'Istat
di Marta Fana
01/12/2015
La crisi dell’università italiana
di Francesco Sinopoli
01/12/2015
Parigi, una guerra a pezzi
di Emilio Molinari
01/12/2015
Non ho l'età
di Loris Campetti
30/11/2015
La sfida del clima
di Gianni Silvestrini
30/11/2015
Il governo Renzi "salva" quattro istituti di credito
di Vincenzo Comito
alter
capitali
italie
globi

L'economia che cade dalla cattedra

28/05/2009

A proposito di titoli tossici: il fallimento non è di tutto il pensiero economico, ma di quel modello unificato di spiegazione della realtà che negli ultimi anni è andato per la maggiore, riuscendo a fare nell'economia quel che non era riuscito neanche nelle scienze fisiche. Il che pone interrogativi di fondo sull'insegnamento dell'economia e sulle fatiche del pensiero critico

Conoscendola, non credo che Roberta Carlini esorti a bruciare i libri. Credo invece che sollevi una questione seria, una questione epistemologica di grande rilievo nella ricerca e soprattuto nella didattica dell’economia politica (sono ancora affezionato a questa denominazione, e non soltanto per ragioni di età). La teoria economica oggi dominante – l’economia neoclassica – si presenta come una teoria capace di indagare qualsiasi aspetto dell’attività umana. Essa sembrava essere riuscita in un’impresa nella quale la fisica sinora ha fallito, la proposta di un modello unificato di spiegazione della realtà considerata di propria competenza; di certo è riuscita a imporre come elementare e indiscutibile buon senso la sua visione del mondo e le conseguenti raccomandazioni politiche: visione del mondo e raccomandazioni politiche che hanno portato alla crisi in atto.
Così come non esiste l’agente rappresentativo con aspettative razionali, non esiste nemmeno l’economista rappresentativo portatore della teoria vera. Anche gli economisti, per fortuna, sono eterogenei. Infatti non esiste una sola teoria economica: a fianco di quella dominante ne coesistono altre, che si possono definire eterodosse e che di quella neoclassica mettono in discussione la rilevanza o la stessa coerenza logica (un elenco di riviste eterodosse si trova nel sito Heterodox economics web: http://www.orgs.bucknell.edu/afee/HetJrnls.htm). Basti qui ricordare che negli anni Sessanta del secolo scorso, sulla base del contributo di Piero Sraffa, si svolse una memorabile controversia sul concetto di capitale tra la Cambridge inglese (neoricardiana) e quella statunitense (neoclassica); controversia dalla quale la teoria neoclassica, per ammissione dei suoi maggiori esponenti, primo fra tutti Paul A. Samuelson, uscì sconfitta; una sconfitta alla quale non poté reagire che con la rimozione e la censura. D’altra parte è ancora vivace la tradizione marxista (si veda il sito Actuel Marx: http://ne.u-paris10.fr/actuelmarx/indexb.htm), al punto che in molte importanti università statunitensi vengono impartiti corsi di teoria economica marxiana; e particolarmente fiorente è la scuola postkeynesiana, che trova le sue radici nelle opere di John M. Keynes e dello stesso Sraffa. Chi fosse insoddisfatto della teoria neoclassica, o semplicemente curioso, potrà guardare in queste direzioni: a condizione che disponga di una bussola e di un buon Baedeker.
L’economia è una disciplina che non progredisce, o per lo meno non progredisce nel senso in cui progrediscono la fisica e la medicina, cioè con l’acquisizione di nuovi risultati sostanziali. Anche nelle scienze della natura coesistono teorie rivali, ma le scienze della natura dispongono, in generale, di criteri sufficientemente robusti per accertare lo statuto epistemologico delle diverse teorie. L’economia non si occupa di un oggetto naturale, bensì della società, e di una società storicamente determinata; nel lavoro teorico, e nella competizione tra le diverse teorie economiche per l’egemonia culturale, l’elemento politico ha perciò un peso importante, talora determinante.
Ognuno è libero di coltivare la teoria in cui crede, ma sarebbe bene se conoscesse anche le altre teorie. Non è invece libero di insegnare soltanto la teoria in cui crede; è invece moralmente tenuto a insegnare anche le teorie alternative alla sua. Un atteggiamento critico richiede un sovrappiù di lavoro, sia per il docente sia per lo studente, ma questa è una buona cosa. Anziché i manuali – in economia politica non ci sono le premesse nessarie per scrivere l’equivalente del Manuale Colombo dell’Ingegnere - si dovrebbero far leggere i testi; e si dovrebbe insegnare, non come insegnamento a parte, almeno un po’ di storia dell’analisi e del pensiero. «Lo studio della storia del pensiero», scrive il Keynes vituperato sino a ieri e oggi riscoperto, con un acrobatico salto della quaglia, anche da chi non lo ha mai letto o semmai soltanto in traduzioni traditrici, «è premessa necessaria all’emancipazione della mente. Non so che cosa renderebbe più conservatore un uomo, se il non conoscere niente altro che il presente, o niente altro che il passato».

Per visualizzare i commenti a quest'articolo vai qui

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: old.sbilanciamoci.info.
Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca qui

Commenti

paradigmi dominanti

la microeconomia moderna, nel tempo, si è andata riducendo ad astrusità matematiche. spiega molto meno di quello che spiegava 50 o 100 anni fa. ma nessuno lo sa o se lo ricorda, perchè i corsi di micro avanzata sono materia per esoterici specialisti che studiano esistenza, stabilità unicità dell'equilibrio con strumenti che farebbero la gioia di astrofisici, mentre l'economista medio ha il solo compito di spiegare perchè l'unica soluzione in ogni contingenza economica è tagliare i salari, aumentare i profitti e precarizzare il mondo del lavoro. microfondazioni, agente rappresentativo, rules rather than discretion, è tutta aria fritta, come questa crisi dimostra per l'ennesima volta. ma la cosa alla fine è irrilevante.

l'economia non è più una scienza da decenni, come si evince utilizzando qualunque standard epistemologico di riferimento, fosse anche quello mediocre dei neopositivisti. si tratta di propaganda, e pure di bassa qualità.

l'alternativa sarebbe ovviamente coltivare discipline meno inutili, come la storia, compresa la storia delle teorie economiche, in passato ben più efficaci come strumenti analitici. ma non bisogna ingannarsi, la scienza segue la società. finchè movimenti sociali di contestazione dell'esistente non si metteranno in moto, le teorie economiche alternative rimarranno marginali.

ciò non toglie che chi, come il prof. Lunghini, ha avuto la forza e il coraggio di insegnarle in tutti questi anni, formando generazioni di persone che pensano anzichè di difensori dei ricchi, ha fatto un'opera meritoria.

institutions

L'affermazione <<la teoria della crescita economica fondata su queste premesse per tutti gli anni '90 e oltre, ha ispirato le opinabili ricette di politica economica del FMI ben descritte da Stiglitz nel suo best seller "La globalizzazione e i suoi oppositori">> mi risulta incomprensibile. Mi sfugge come la teoria della crescita possa avere determinato politiche di aggiustamento per rientrare da crisi finanziarie (che poi le politiche siano folli, ça va sans dire, ma non vedo come dedurre qualcosa dall'elasticità degli input in una Cobb Douglas).

Se invece Lucarelli si riferisce alle politiche di sviluppo (World Bank and co.), a me risulta che siano passate attraverso mode di tutti i tipi, dal deficit di risparmio (dal sapore molto Harrod Domar, to tell the truth), alla bomba demografica, al capitale umano, tutte alla ricerca della panacea e sempre con notevole ritardo rispetto allo stato della disciplina in accademia (Aghion Howitt è del 1992, le critiche di Lucas a Solow sono del 1990). Che oggi la Cobb Douglas sia un dogma è falso visto che tutta la disciplina (con eccezione Boldrin-Levine-Parente-Prescott) guarda a externalities and increasing return.

Non vorrei sembrare saccente (non lo sono di carattere e non ne ho l'autorità) ma tutta la scuola Acemoglu ha costruito un paradigma su institutions, vedere articolo su Handbook of Growth (a mio parere con una visione epistemologica Settecentesca, ma who cares about epistemology?) e il dibattito con Unified Growth Theory (Galor and co.) è bello vivo, North ci ha vinto il Nobel, l'indirizzo prevalente di Development è su intitutions perchè è tutto incentrato su multiple equilibria (vedere "Development" di D. Ray del 2000)... Io continuo ad avere l'impressione che noi si stia a fare i giapponesi, mentre la teoria economica va avanti. Se continuiamo a sbandierare inviperiti i sacri testi del passato senza prestare attenzione a quello che succede negli USA tra qualche anno noi eterodossi non saremo più nemmeno in grado di parlare con loro...

Cordiali Saluti

Francesco Bogliacino, PhD

Professor of Economics
Universidad EAFIT
Medellin (Colombia)

francesco.bogliacino@gmail.com

http://sites.google.com/site/francescobogliacino/Home

Una bazzecola

Non sono un esaltato amante delle scuole sraffiane (anche per merito di Giorgio Lunghini che in tempi in cui gran parte degli economisti italiani faceva carriera a colpi di trasformazione di valori in prezzi e di centri gravitazionali, sollevò - insieme a Carlo Giannini - critiche eleganti e utili per gli sraffiani nostrani cfr. Teoria economica e economia politica: Note su Sraffa, 1975). Col passare del tempo soprattutto nel percorso formativo dei giovani economisti italiani non ha perso terreno solo lo sraffismo - o altre eterodossie che quel terreno mai hanno calcato - ma soprattutto ogni considerazione dell'economia politica come scienza del capitalismo, delle sue forme istituzionali, dei conflitti di interesse - non oso riferirmi alle classi!- che questo sistema economico produce (è curioso che questi problemi siano vivi e vegeti nel programma di ricerca antikeynesiano della Public Choiche).
Questo significa fermarsi dinanzi al dibattito fra le due Cambridge attendendo il cadavere del nemico? No, quel dibattito non va mitizzato ma va conosciuto e studiato bene, come va preso molto sul serio chi segnala l'inesistenza di un paradigma neoclassico coeso e conservatore a tutti i costi. Nel 2004 Paolo Sylos Labini scrisse un libro significativamente intitolato "Torniamo ai Classici", un titolo che ho sempre interpretato come un consiglio e non come un imperativo ripugnante. Quel libro ha un'appendice coerente con i ragionamenti che la precedono in cui Sylos, con grande preveggenza - anche grazie all'aiuto di Wynnie Godley - mostra lucidamente alcune caratteristiche pericolose proprie del modello di crescita americano. (Questa parte del testo è scaricabile al seguente link:
http://www.syloslabini.info/online/wp-content/uploads/2008/09/267-sylos-labiniita.pdf)
Vorrei porre l'attenzione del lettore su un passo dedicato alla funzione di produzione neoclassica
(la Cobb Douglas, bella e comprensibile a tutti gli anglofoni la lezione http://homepage.newschool.edu/het// ) :
"Nella sua formulazione originaria la Cobb Douglas è Y = A L exp a + K exp b. I due esponenti (a e b) indicherebbero le due fondamentali quote distributive, salari e profitti - le rendite sono trascurate. Si pensa che la funzione vada bene se la somma dei due esponenti sia prossma all'unità. ... Di solito le deviazioni sono lontane da 1 in misura rilevante, a volte in misura addirittura folle. Chi ha fede vede le cose che non esistono o non vede le cose più evidenti. Così a Romer (1987) capita di trovare - non era l'obiettivo principale della sua indagine - che la quota che va ai salari sarebbe di 0,1 o 0,2, un risultato chiaramene assurdo dal punto di vista della teoria neoclassica della distribuzione. Ciò tuttavia non lo induce a porre in dubbio la validità della Cobb Douglas, che per lui è un dogma; lo induce invece a segnalare un suggestivo enigma. Nei sempre più numerosi libri e articoli sullo sviluppo quella funzione continua a esser presa per buona e le critiche teoriche ed empiriche continuano a essere ignorate o considerate paradossali e messe da parte". Tutto ciò costituirebbe una bazzecola se il tutto fosse relegabile al mero diletto dei teorici dell'economia - come gli esercizi proposti da Mas-Colell, Winston, and Green o da Varian. Non è così: la teoria della crescita economica fondata su queste premesse per tutti gli anni '90 e oltre, ha ispirato le opinabili ricette di politica economica del FMI ben descritte da Stiglitz nel suo best seller "La globalizzazione e i suoi oppositori". Sylos non propone di sbarazzarsi della funzione di produzione neoclassica nè tanto meno delle stime empiriche. Suggerisce di correggere quella forma funzionale tenendo conto non solo di Sraffa, ma anche di Smith, di Ricardo, di Keynes e ... del continuo confronto con il mondo reale....

Dalla redazione

Nessuna chiusura. La discussione continua liberamente, il nostro sito esiste per questo. I post pervenuti dai lettori e dagli autori sono tutti qui pubblicati, forse non sono stati visibili per qualche ora a causa della nostra imperizia tecnica. Però se qualcosa si è perso nel passaggio, vi preghiamo di rimandare il commento oppure scrivere a redazione@sbilanciamoci.info

Colpa del Server?

Salve. Sul vostro blog trovo il post originale di Giorgio Lunghini, e l’apportunità di aggiungere un commento, ma non trovo nessuno dei commenti precedenti, compreso un commento che so di sicuro essere stato aggiunto da un altro lettore, e un mio commento successivo. Strano. A volte nei blogs, per evitare che le discussioni vadano troppo per le lunghe, dopo un certo tempo si chiude il post. Ma in quel caso se ne indica la chiusura sul Blog, non sono ammessi commenti ulteriori, e si lasciano sul Blog i commenti pervenuti prima della chiusura. Non è questo il caso di Sbilanciamoci.info. A questo punto c’è da chiedersi se c'è una semplice spiegazione tecnica (i capricci del server, nel qual caso dovreste avvisare il pubblico), o se ci troviamo di fronte alla attuazione della politica proposta da Roberta Carlini e Giorgio Lunghini, di censurare/sopprimere i "titoli" che essi considerano "tossici" non solo nelle biblioteche ma anche nei Blogs. Spero proprio che questo non sia un caso di oscurantismo applicato alla teoria del valore.

Un colpo al cerchio ...

Mi piace la sana reazione di Francesco Bogliacino. Va aggiunto però che Arrow-Debreu descrivono un mondo sconosciuto e grottesco in cui oggi si aprono i mercati per tutti i beni presenti e futuri, questi ultimi comprendenti anche beni contingenti (il cui prezzo è condizionato allo stato del mondo). Dove tutti gli agenti economici (compresi i rappresentanti delle generazioni future, ma su questo possiamo anche sorvolare, perché c’è di peggio), dati i loro "endowments" e preferenze, esprimono una domanda e una offerta per tutti questi beni, si forma un sistema di prezzi simultaneamente (sorvoliamo anche su pur annosi problemi di esistenza, unicità, stabilità), e poi nel tempo che rimane da allora in poi fino alla fine del mondo non si fa altro che eseguire gli scambi contrattati, senza che nessuno mai sgarri.

Bello, no? A parte, in ordine crescente di importanza:

1) l'inesistenza di mercati futuri e contingenti per la quasi totalità dei beni, a parte alcune materie prime standardizzate che si possono commerciare solitamente non oltre 3-6 mesi, e alcune valute;

2) la sequenzialità dei mercati per tutti i beni (sia spot che futuri), che in realtà riaprono e chiudono in continuazione, anzi nell'economia globale non chiudono mai perché su un mercato od un altro splende sempre il sole. Per cui anziché esprimere oggi una domanda futura irrevocabile basata su prezzi noti gli agenti economici agiscono e decidono intermittentemente sulla base di aspettative dei prezzi futuri; e chi risparmia senza che qualcunaltro simultaneamente spenda il suo risparmio crea disoccupazione.

3) l’obiezione finale a questa bizzarra costruzione, ossia la contraddizione fra l'ipotesi che stiamo parlando di capitalismo, e l'ipotesi di mercati a termine per il lavoro - necessari a questo costrutto - che sarebbero equivalenti a forme di schiavitù o di servitù feudale. Anche un contratto di lavoro con "tenure" come una volta avevano i professori universitari, dà al lavoratore l'opzione di vendere il suo lavoro a un salario predeterminato ma non lo obbliga a farlo; figuriamoci i precari, con un corto orizzonte temporale appunto determinato, Un mondo come quello che ci raccontano Arrow-Debreu, non sarebbe un capitalismo di lavoro salariato, ma una imprecisata "exchange economy" di schiavi e di servi legati pro-tempore ai loro padroni.

Non è (solo) una questione di realismo, ma di quale sistema stiamo teorizzando. Un conto sono le “parabole” già troppo care ai neoclassici, un altro la fantascienza di immaginari pianeti su cui con assoluta certezza nessuno ha mai messo né mai metterà o vorrà mettere piede. Il guaio è che il modello Arrow-Debreu è l'unica versione rigorosa che supporti la pretesa efficienza di un'economia di mercato. Da questo punto di vista possiamo concludere che un'efficiente economia di mercato è un'utopia, nel senso letterale che non è mai esistita, non esiste e non potrà mai esistere da nessuna parte,

La teoria dell’equilibrio economico generale temporaneo, invece, non imbocca nessuna di queste strade senza uscita, tant’è vero che approda a conclusioni né neo- né post- ma prettamente keynesiane.

e-mail: dmarionuti@gmail.com
Website http://sites.google.com/site/dmarionuti/
Blog "Transition" http://www.dmarionuti.blogspot.com/

eterodossie e ortodossie

Sono ancora nella fase di formazione e il mio cv non mi permette certo affermazioni ex cathedra; tuttavia, ho avuto una ricca preparazione eterodossa, sia in Italia, che in America, dove ho passato un periodo di studio ad Amherst. Dirò alcune banalità, di cui spesso ci si dimentica.

Lunghini sbaglia -non me ne voglia- quando afferma che la teoria neoclassica reagí con la censura. La verità è che reagì con 40 anni di teoria economica. È un calderone, e quindi si trovano cose meravigliose e banalità, affermazioni problematiche e risultati sconvolgenti. Anche in ambito eterodosso esistono floride linee di ricerca, quelle evoluzionista e istituzionalista, tanto per citarne due. È bene che si dialoghi, e si può anche essere duri, purchè si scontrino argomentazioni.

Tuttavia, una cosa è il dibattito scientifico, una cosa è l'insegnamento, dove è necessaria cautela e rispetto verso persone che si stanno formando.

Quello che mi fa male, avendolo vissuto di persona, è che si formino studenti con la convinzione che tutto quello che si legge sui libri sia una colossale menzogna, che tutto sia stato smascherato nel dibattito sul Quarterly Journal. Non è vero, mi dispiace: l'equilibrio economico generale determina simultaneamente tutti i prezzi e quindi non risente di nessun problema di circolarità. Non ha bisogno di nessun indice di capitale aggregato, perchè assume dotazioni di capitali eterogenei (in un qualsiasi numero n, finito o infinito). Non ha bisogno di nessuna curva di investimento decrescente nel tasso di interesse, anzi è provato che al netto della golden rule (che rimane valida) "anything goes" e la curva può assumere qualsiasi andamento (l'espressione inglese è appunto il titolo di un celeberrimo risultato di Mass Colell). È perfetta? Macchè, ha i suoi problemi e su quelli lavoriamo...

La mia stella polare è sempre stato il laicismo. Io sono laico anche in economia. Siamo naufraghi che costruiamo la zattera in mezzo al mare, compito difficile ma bisogna provarci. Ho sempre pensato che il compito dell'eterodossia sia di discutere la robustezza delle assunzioni (il core della scienza normale), non certo di rimpiangere di non essere l'ortodossia dominante. Nel lamenti neoricardiani per la verità svelata e poi negata, io non vedo altro che un atteggiamento rigidamente ortodosso. Inoltre se da un lato ha ragione Lunghini che l'economia ortodossa ha un approccio totalizzante, è pur vero che la risposta non può essere il bailamme post modernista di rimettere sempre tutte le categorie in discussione! Per dire "quadrato" non è necessario che io ricostruisca il clima sociopolitico ellenista che mi aiuti a definire la retroazione sistemica che influì sul pensieo di Euclide. You need to draw the line somewhere! Si fanno assunzioni e si vede quali sono le implicazioni delle medesime: è la scienza e non possiamo certo rivendicare testi sacri o dogmi di fede. Laici, per favore, laici...

Francesco Bogliacino
Professore di Economia
Universidad EAFIT
Medellin (Colombia)
http://sites.google.com/site/francescobogliacino
e-mail: francesco.bogliacino@gmail.com

Lunghini a Nuti

Nonostante la sua durezza, forse proprio per questo, ho apprezzato il commento di D. M. Nuti, commento che mi ha ricordato due suoi scritti di tanti anni fa: "Capitalism, Socialism, and Steady Growth", The Economic Journal 1970, e "Vulgar Economy in the Theory of Income Distribution", Science and Society 1971 (presentato nel 1970 alla prima “Conference of Socialist Economists”). Erano scritti di grande intelligenza, tra l’altro sui rapporti tra Sraffa e Marx circa il concetto di sfruttamento, e sui rapporti tra Dmitriev-Sraffa e Keynes circa la chiusura dello schema di "Produzione di merci", dunque sul ruolo della lotta di classe nella determinazione delle quote distributive. Sono scritti segnalati anche da M. Dobb in "Theories of Value and Distribution since Adam Smith. Ideology and Economic Theory", Cambridge University Press, 1973 (trad. it. Editori Riuniti 1974); e sono scritti di cui ho sempre tenuto conto nelle mie letture di Marx e di Sraffa.
Grazie al commento di Nuti, cercherò ora di capire meglio come mai io sia arrivato a dire delle sciocchezze, a interferire con la libertà di pensiero e di insegnamento, e a coltivare idee autoritarie e ripugnanti. A tutti capita di dire sciocchezze, anche a 'persone informate dei fatti'; tuttavia alcuni ignorano la massima di Montaigne: "Nessuno è esente dal dire sciocchezze. Il male è dirle con pretensione".

L'economia che cade dalla cattedra

L'indirizzo esatto di Actuel Marx è:

http://netx.u-paris10.fr/actuelmarx/indexb.htm

I manuali sono necessari

Condivido molto di quanto è stato scritto e soprattutto la necessità di leggere i testi dei grandi economisti e di ritornare a studiare la storia economica, che, almeno, insegna il " buon senso" e i limiti dei modelli economici. Non sono d'accordo, tuttavia, quando si afferma che non è possibile, o auspicabile, avere in campo economico un " Manuale Colombo dell'Ingegnere". Noi siamo sempre costretti a prendere delle decisioni e quindi dobbiamo avere modelli in grado di interpretare la realtà e di fornire indicazioni su che cosa fare. La forza della teoria neo classica è stata proprio la capacità di tradurre una visione macro economica, forse sbagliata e basata su ipotesi discutibili, in un impianto normativo che fosse in grado di dare al decisore sicurezza, riferimenti generali e strumenti di intervento. Se le altre teorie economiche non sono in grado di fare altrettanto, esse non riescono di fatto ad orientare le scelte di politica economica e restano nell'ambito della critica ideologica e, nel caso migliore, della storia del pensiero economico. E' necessario, quindi, che gli economisti " critici" escano dalla metafisica e ritornino al mondo sensibile cercando di creare una strumentazione in grado di incidere sulla realtà.

Le false alternative all’iper-liberalismo fallimentare.

Giorgio Lunghini (Sbilanciamoci Newsletter n. 37, del 29 maggio 2009) ha ragione: la teoria economica alla base dell’iper-liberalismo è oggi del tutto fallimentare. Ma egli non si ferma lì, scrive che “… a fianco di quella [teoria] dominante ne coesistono altre, che si possono definire eterodosse e che di quella neoclassica mettono in discussione la rilevanza o la stessa coerenza logica … Basti qui ricordare che negli anni Sessanta del secolo scorso, sulla base del contributo di Piero Sraffa, si svolse una memorabile controversia sul concetto di capitale tra la Cambridge inglese (neoricardiana) e quella statunitense (neoclassica); controversia dalla quale la teoria neoclassica, per ammissione dei suoi maggiori esponenti, primo fra tutti Paul A. Samuelson, uscì sconfitta; una sconfitta alla quale non poté reagire che con la rimozione e la censura”. E si richiama a quella controversia, e alla tradizione neo-keynesiana e Marxiana, come alternative alla tradizione neoclassica. Queste invece sono sciocchezze.

Parlo come “persona informata dei fatti” – come si dice in gergo giudiziario – avendo dedicato parte delle mie energie giovanili negli anni sessanta a questa controversia; non sono un “pentito”, ma solo perché non mi sono mai pentito di niente.

Piero Sraffa era un grand’uomo, un intellettuale geniale e politicamente coraggioso. Era anche un economista pratico di prim’ordine, che ha scritto cose eccellenti di politica monetaria e, secondo la leggenda che lo circonda, avrebbe speculato con successo sia sul rialzo del prezzo dell’oro quando stava a $35 l’oncia, sia sui titoli del debito pubblico giapponese quando nessuno si aspettava che fosse restituito e costava una frazione del suo valore nominale, al quale poi invece fu ripagato.

Ma la pretesa che Production of Commodities sia un Prelude to a critique to economic theory non è un accattivante understatement cambridgiano, ma una grossolana esagerazione. I prezzi di Sraffa sono gli stessi del Paul Samuelson del cosiddetto Non-Substitution theorem, se e solo se si aggiunge a Sraffa l’ipotesi – di cui lui ha sempre strenuamente negato la necessità – di rendimenti costanti di scala. Se non si aggiunge quest’ipotesi quei prezzi sono basati su costi medi e quindi sono numeri che non hanno alcun significato né fondamento microeconomico. L’ Ipse dixit può soddisfare i credenti, ma non basta a pretese scientifiche.

La ricerca sraffiana di uno standard invariabile di valore equivale alla ricerca della pietra filosofale. La standard commodity da lui inventata non può essere tale misura invariabile una volta che ci siano più di un’unica matrice di coefficienti di produzione, nel qual caso la tecnologia usata – e quindi la corrispondente standard commodity – dipendono dal salario e non sono invariabili: quella pietra filosofale non esiste. In ogni caso i sindacati non negoziano le quote distributive, né negoziano i salari misurati in standard commodity (anche se ce ne fosse una sola).

La misurazione del capitale è un problema insormontabile per ogni teoria aggregata della produzione, soprattutto se intesa a “spiegare” la distribuzione del reddito. Basta dire che il capitale può essere misurato a costi storici, o di sostituzione o di mercato, e che ognuna di queste misurazioni ha vantaggi e svantaggi, anche senza tirare in ballo la circolarità fra distribuzione e prezzi. Questa parte della teoria neoclassica è stata attaccata con successo.

Ma gli economisti neoclassici si sono spostati dal terreno delle funzioni di produzione aggregate a quello dell’equilibrio economico generale, dove non sono stati seguiti dagli sraffiani-neoricardiani, che hanno seguitato a combattere la loro guerra su un territorio che era già stato abbandonato dal nemico – come quei giapponesi che hanno continuato a combattere nella giungla senza rendersi conto che la guerra era finita. Chi ha contribuito alla critica della teoria dell’equilibrio economico generale – più di tutti gli economisti neo-ricardiani o neo-keynesiani degli ultimi quarant’anni, e per di più dall’interno – è stato Jacques Drèze con i suoi lavori sull’equilibrio temporaneo, un concetto Hicksiano (da Value and Capital) infinitamente più distruttivo e al tempo stesso più pregnante di qualunque cosa abbia mai scritto Piero Sraffa. Il quale dopo tutto a parte qualche omissione e il millantato Prelude non ha alcuna colpa; semmai gli si può solo rimproverare di non avere sconfessato i suoi epigoni, che hanno polemizzato e asserito in suo nome. Diciamocelo: non è tanto Sraffa a essere nudo, lo sono i suoi epigoni.

Richiamarsi alla tradizione neo-ricardiana per capire l’attuale crisi globale, finanziaria e reale, è come ricorrere all’alchimia per capire e combattere l’aids. Lo stesso vale per la teoria neo-keynesiana, se per questa si intendono proposizioni ottenute con la manipolazione di vari rapporti macroeconomici medi – del tipo risparmio/reddito, o importazioni/reddito, o deficit/reddito – come parametri di compartamento, per di più costanti, e non come variabili misurabili esclusivamente ex-post in assenza di una spiegazione teorica. Si pensi ad esempio alla teoria cosiddetta neo-keynesiana della distribuzione del reddito. Keynes era ed è un’altra cosa, ed è ancora fonte di ispirazione, anche se non necessariamente di conclusioni e tantomeno ricette di politica economica ancora valide oggi. E riconosciamo che nel sito raccomandato da Lunghini, di Hetherodox Economics, ci sono più o meno le stesse proporzioni di perle e di spazzatura che si possono trovare nelle fonti dell’economia ortodossa.

E Marx? Il mio browser mi dice che è “unable to open” il sito Actuel Marx suggerito da Giorgio Lunghini (mentre non ha problemi con l’altro), e quindi mi baso sulla mia esperienza. Il contributo più importante di Marx all’economia è la sua teoria dell’evoluzione dei sistemi economici – i suoi “modi di produzione” – come risultato di conflitti e contraddizioni fra la base produttiva, lo sviluppo delle forze di produzione, le relazioni di produzione e la sovrastruttura economica. Purtroppo Marx commise tre grossi errori: 1) ridurre tutto al materialismo economico; 2) ritenere che il sistema economico comunista fosse esente dai conflitti e contraddizioni che caratterizzavano gli altri sistemi; 3) credere in una inevitabile, inarrestabile e irreversibile progressione dei sistemi economici (o modi di produzione) dal capitalismo al socialismo al comunismo, una progressione clamorosamente rovesciata vent’anni fa dal fragoroso e inglorioso collasso del sistema economico di tipo sovietico.

Per il resto, della costruzione Marxiana rimane il suo (troppo spesso dimenticato) fortissimo apprezzamento per le conquiste del capitalismo (nello stesso Manifesto Comunista); la nozione esagerata e caricaturale del mercato come caos, negandone la sua funzione omeostatica di auto-aggiustamento automatico (cara invece a Dick Goodwin e Axel Leijonhufvud); la comprensione del ruolo della disoccupazione come esercito di riserva del lavoro. Tutti ottimi punti di partenza ma non di arrivo, nello sviluppo del pensiero economico. Back to the drawing board, allora, come si dice nel mio ex-paese di adozione.

La storia del pensiero economico – come altre discipline ausiliarie, dalla storia economica alle scienze politiche, dal diritto alla sociologia alla matematica – certamente sarà sempre utile agli economisti che la studiano. Ma considerarne lo studio e l'insegnamento come doveroso, come fa Lunghini, è un’intollerabile interferenza con la libertà di pensiero e di insegnamento. Così come la stessa idea di un dovere, per chi insegna l’economia, di illustrare e diffondere le varie scuole di pensiero, comprese quelle di alchimia economica, è autoritaria e ripugnante.

e-mail: dmarionuti@gmail.com
Website http://sites.google.com/site/dmarionuti/
Blog "Transition" http://www.dmarionuti.blogspot.com/

l'economia politica deve confrontarsi con la realtà del capitalismo contemporaneo

Condivido appieno le idee di Giorgio Lunghini: chi studia l'economia deve vaccinarsi dal morbo delle idee dominanti con una buona conoscenza della storia del pensiero economico e compito degli insegnanti onesti è di trasmettere agli studenti questa conoscenza mettendoli in grado di confrontare diversi paradigmi della teoria economica col ricorso ai testi originari. In aggiunta, mi chiedo se ciò basti a diffondere le tesi degli economisti eterodossi, di quelli che stanno fuori del mainstream neoclassico, e soprattutto basti a mostrarne la rilevanza e l'attualità. Non credo che basti. E' necessario un di più: occorre porre il pensiero classico e keynesiano a confronto con i dati dell'esperienza, con i fatti, con le tendenze del capitalismo contemporaneo per verificare il realismo di quel pensiero, per separare ciò che in esso è vivo da ciò che è morto. Quest'operazione intellettuale è un passo necessario per mostrare l'irrealismo e l'inconsistenza della teoria dominante più di quanto lo sia la sua debolezza concettuale, la sua incoerenza interna. La sfida tra economisti ortodossi ed economisti eterodossi si combatte anche sul piano empirico, sulla raccolta e il vaglio critico dei dati, delle informazioni disponibili, sugli esiti delle politiche economiche che traggono ispirazione dall'approccio neoclassico oppure dal marxismo più o meno dogmatico o ancora dal keynesismo più o meno imbastardito. Questa è la prova del budino delle teorie economiche: osservare e spiegare gli esiti che le teorie hanno avuto e ancora hanno sulle condizioni di lavoro e di vita dell'umanità. Occorre ricostruire questi esiti, i fatti della cosiddetta economia reale, riportandoli alle idee che hanno guidato i governi, gli interessi organizzati, gli studiosi consulenti delle istituzioni pubbliche e delle imprese. Porto un esempio di ciò che dico. Nell'ottobre di due anni fa, quando s'era già avviata negli Stati Uniti la crisi finanziaria col tracollo del mercato dei mutui cosiddetti subprime, in un seminario al quale partecipavamo studenti e docenti (tra questi economisti e matematici finanziari), discutevamo la politica monetaria fatta dalla Riserva Federale guidata da Alan Greenspan, come e perchè quella politica aveva favorito la bolla speculativa delle abitazioni e creato le condizioni del successivo collasso finanziario.Discutendo tra chi fra di noi riteneva la crisi finanziaria una parentesi e chi invece ne prevedeva sviluppi dolorosi,uno studente segnalò che Greenspan era stato un fedele seguace di una scrittrice in Italia poco conosciuta, Ayn Rand, accesa sostenitrice del primato dell'individuo sulla società, dell'interesse personale sull'interesse collettivo, ammiratrice di von Mises e degli economisti austriaci. Da quest'accenno alla formazione intellettuale del presidente della Riserva Federale è scaturito l'interesse di alcuni di noi ad approfondire il pensiero di Ayn Rand e del circolo d'intellettuali americani che come Greenspan si era raccolto e formato attorno a lei. Questo episodio è un piccolo esempio di un'interazione necessaria da stabilire tra eventi della realtà dei nostri giorni e idee, teorie economiche, a cui si ispirano i protagonisti di quegli eventi. Buon lavoro a chi crede in ciò.

Ancora titoli tossici

“Conoscendola, non credo che Roberta Carlini esorti a bruciare i libri.”
Assolutamente lontano da me il pensiero di una Roberta Carlini che incita al rogo di libri, se è questo ciò che appariva dal mio commento al suo articolo “Fuori i titoli tossici dalle università”, mi scuso!
La questione era terminologica: i libri e i manuali di economia “tossici” ci sono, continueranno ad esserci, è anche giusto che ci siano.
Il problema è capire perché siano dominanti, nelle università e anche nelle scuole superiori.
Solo se si riesce a capire bene questa che considero una vera disgrazia, è possibile combatterli con le uniche armi possibili, quello della battaglia delle idee.
Provo ad elencare qualche ipotesi:
1) Nell’accademia, e quindi ad alti livelli di sofisticazione e complessità, la teoria neoclassica comporta un investimento di startup di conoscenza notevole e faticoso. Una volta acquisita dà un’ampia possibilità, con uno sforzo minimo, di dare contributi (complicazioni) alla perpetuazione perversa dei modelli neoclassici. Contributi che per linguaggio e impostazione trovano facile collocazione nelle riviste ad elevato ranking accademico.
2) Si innesca un meccanismo di riproduzione di “tossicità a mezzo di tossicità”, in alcuni casi indipendente da quello che gli economisti (in privato) pensano realmente, anche se i talebani acritici sono la maggioranza.
3) Questo porta una ricaduta profonda sui libri di testo e sui manuali che sono anche ben accetti dagli studenti per vari motivi:
a - Sono più facili, danno risposte certe, tranquillizzanti e non insinuano dubbi;
b - Usano tanta matematica e, superato lo scoglio della comprensione, danno la soddisfazione del raggiungimento certo della soluzione dei problemi;
c - Arrivano a conclusioni semplici, banali (in genere sbagliate o ovvie) ma ampiamente già orecchiate e diventate patrimonio culturale attraverso la vulgata dei mass media che si sono appropriati dei peggiori luoghi comuni di queste teorie.
4) Ad aggravare la situazione c’è il provincialismo di molta accademia italiana, si tratta nella maggior parte di ripetitori di teorie elaborate all’estero (negli Stati Uniti in particolare), ripetizioni che spesso avvengono in ritardo e che si trovano a proporre modelli che sono ormai già considerati superati nella madrepatria (il ritmo di obsolescenza dei modelli neoclassici è velocissimo).
5) Purtroppo non ho in mente soluzioni che vadano al di là d’insegnare e scrivere quello che mi hanno insegnato, soprattutto nella metodologia di approccio ai temi economici, maestri non ortodossi. E su questo sono pienamente d’accordo con le osservazioni di Lunghini. Purtroppo l’affermarsi di un pensiero critico nella scienza economica non sarà semplice se non sarà combinato con l’affermarsi di un pensiero critico nella società, cosa che, almeno in Italia, non mi sembra molto vicina.

eZ Publish™ copyright © 1999-2015 eZ Systems AS