Ultimi articoli nella sezione

08/12/2015
COP21, secondo round
di Lorenzo Ciccarese
03/12/2015
Lavoro, la fotografia impietosa dell'Istat
di Marta Fana
01/12/2015
La crisi dell’università italiana
di Francesco Sinopoli
01/12/2015
Parigi, una guerra a pezzi
di Emilio Molinari
01/12/2015
Non ho l'età
di Loris Campetti
30/11/2015
La sfida del clima
di Gianni Silvestrini
30/11/2015
Il governo Renzi "salva" quattro istituti di credito
di Vincenzo Comito
alter
capitali
italie
globi

Austerità, Blanchard fa l’autocritica

10/01/2013

Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario, ammette che i conti sugli effetti dell’austerità erano sbagliati. Ora cambieranno anche le politiche europee?

“Uno stupefacente mea culpa da parte del capo economista del Fondo Monetario Internazionale”. Non lascia spazio a dubbi il titolo dell'articolo pubblicato la scorsa settimana dal Washington Post. Cos'è successo? In buona sostanza uno studio appena pubblicato dal FMI – Olivier Blanchard and Daniel Leigh in the study Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers (IMF WP/13/1) – riconosce che i piani di austerità proposti, o meglio imposti, a mezza Europa negli ultimi anni sono un danno per l'economia e l'occupazione. Peggio ancora, non funzionano nemmeno per rimettere a posto i conti pubblici, ovvero per diminuire il famigerato rapporto tra debito pubblico e PIL, vero e proprio faro che guida le scelte politiche di tutti i Paesi occidentali.

Cerchiamo di capire meglio. Dimentichiamoci per un momento che la crisi è stata causata da una gigantesca finanza privata fuori controllo, e non certo dalla finanza pubblica. Ammettiamo che siano adesso gli Stati a dovere rimettere a posto i conti pubblici, e non delle banche private sommerse di titoli tossici e che continuano a lavorare con leve finanziarie degne di avventurieri da casinò. Supponiamo anche che lo stato di salute di un Paese vada valutato in base al rapporto tra debito pubblico e PIL e non al benessere dei cittadini o al tasso di disoccupazione, tanto per fare un paio di esempi.

Anche partendo da queste ipotesi, in realtà ampiamente criticabili se non completamente false, fino a oggi il FMI ha segnalato che la strada maestra per ridurre il rapporto debito/PIL era una sola: piani di austerità, tagli alla spesa pubblica, smantellamento del welfare. Analizziamo questo rapporto. Se si taglia la spesa pubblica, a parità di entrate diminuisce il deficit e quindi il debito pubblico. C'è però una difficoltà: tagliare la spesa pubblica vuole dire meno investimenti, meno denaro per i dipendenti pubblici, meno servizi e via discorrendo, ovvero una diminuzione del PIL. Da un lato quindi i piani di austerità fanno calare il numeratore, dall'altro però cala anche il denominatore.

Non c'è problema, sosteneva il FMI. Abbiamo fatto i conti, e il debito diminuisce più rapidamente del PIL. Nel complesso, quindi, il rapporto debito/PIL migliora. Certo, la ricchezza diminuisce, tagli al welfare significano meno risorse proprio per le classi più deboli, aumenterà la disoccupazione, nel breve si rischia di acuire una recessione già in atto. E' però un prezzo da pagare. Nel suo insieme, lo Stato di salute del Paese migliorerà.

E invece no. L'ultimo studio del FMI segnala che tagliando la spesa pubblica il PIL diminuisce più rapidamente di quanto non diminuisca il debito. Il rapporto continua a peggiorare. I piani di austerità non solo sono devastanti dal punto di vista sociale, ma sono nocivi anche da quello macroeconomico.

E allora siamo sicuri che “non ci sono alternative”? Forse sarebbe il caso di ridiscutere alla base le ricette di politica economica, secondo almeno due direzioni. Da un lato porre un freno a un casinò finanziario di dimensioni decine di volte superiori a quelle dell'economia reale. Chi crea instabilità e rischia di trascinare nuovamente il mondo nel baratro, come avvenuto unicamente sei anni fa, non è l'Italia con un rapporto debito/PIL al 120% ma alcuni dei maggiori gruppi bancari del mondo – gli stessi responsabili della crisi del 2007 – con leve finanziarie di 40 a uno, ovvero con attivi finanziari pari al 4.000% del loro patrimonio. A chi dovrebbe essere imposto un controllo ferreo? Chi dovrebbe applicare severi piani di austerità?

Dall'altra parte, occorre un radicale cambiamento di rotta anche nelle politiche economiche pubbliche. Redistribuzione del reddito, un diverso sistema fiscale, un diverso utilizzo della spesa pubblica. In pratica le proposte sostenute da anni dalla campagna Sbilanciamoci! che nel suo ultimo rapporto mostra come un percorso differente sarebbe perfettamente possibile.

Oggi anche il FMI ammette di avere completamente sbagliato le sue previsioni (un’analisi delle previsioni sbagliate è nell’articolo di Mario Pianta “Economia europea, sono pessime quelle previsioni”, http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Economia-europea-sono-pessime-quelle-previsioni-16018). In Italia abbiamo appena vissuto un anno di governo che ha fatto dei piani di austerità il proprio credo e unica bussola. All'inizio della campagna elettorale, tanto chi ha guidato l'esecutivo quanto chi lo ha sostenuto in Parlamento dovrebbero forse iniziare con un analogo mea culpa, per poi proporre ricette di politica economica radicalmente differenti. Se persino il FMI ha chiesto scusa, forse possono farlo anche i politici di casa nostra.

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: old.sbilanciamoci.info.
Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca qui

Commenti

Baranes, Austerità: l'FMI fa autocritica

Baranes, partendo da premesse e giungendo a conclusioni che condivido per intero, è a mio avviso eccessivamente ottimista sul cambiamento di atteggiamento che dovrebbe conseguire all’ammissione da parte del FMI dei suoi errori passati in materia di austerity.
Un attenta lettura dell’articolo di Blanchard e Leigh (e di quello analogo per ambiente, metodo e contenuto di Corsetti et al.) mostra che, nella visione di fondo, nulla è cambiato. Il loro mondo è animato da agenti iperrazionali che risparmiano e consumano in modo da ottimizzare i loro “piani di consumo” attraverso il tempo (e altre amenità comportamentali dal lato delle imprese e del mercato). Domanda di beni di consumo e investimenti non reagirebbero ad impulsi fiscali espansivi (e, simmetricamente, restrittivi) perché gli agenti aumenterebbero i loro risparmi prevedendo l’esigenza futura di maggiori imposte rivolte a sanare gli squilibri creati con le politiche espansive.
Di qui la convinzione abbastanza indefettibile che il buon principio dell’austerità andrebbe mantenuto e, quale conseguenza del riscontro degli errori, solo “declinato” diversamente nel breve periodo perché, in particolari momenti e in particolari contesti storico-ambientali, i moltiplicatori, invece che essere nell’intorno del valore “zero” (come è giusto che sia!), possono assumere un valore situabile tra 0,5 e 3.
Conclusione: occorre essere un tantino più cauti e tentare di dare un ruolo, nelle future stime previsionali, ad un certo numero di variabili di contesto.

autocritica

Qualcuno lo dica a Monti, Bersani e compagnia!!!

eZ Publish™ copyright © 1999-2015 eZ Systems AS