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Poco, tardi e sbagliato

25/05/2012

In Europa, la corsa verso il collasso non si ferma. A meno che le elezioni dei prossimi mesi in Grecia, Olanda, Italia e Germania impongano un radicale cambio di rotta

Troppo poco e troppo tardi. Di fronte alla crisi è così che agisce la politica, europea e italiana. Prima questione, la finanza. Per decenni si è lasciata mano libera alla speculazione, la Commissione europea ha presentato una proposta di tassa sulle transazioni finanziarie, due giorni fa il Parlamento europeo ha votato una mozione. L’accordo politico è generale – con l’eccezione del premier inglese David Cameron - e secondo Eurobarometro il 66% degli europei vogliono questa misura. Ma non sappiamo ancora se e quando entrerà in vigore.

Seconda questione, la Grecia. Il (piccolo) debito pubblico della Grecia avrebbe potuto essere garantito senza problemi dall’insieme dell’Eurozona. E’ diventato la miccia che ha fatto scoppiare la speculazione contro tutti i paesi della periferia europea. Ora rifinanziare il debito costa il doppio di prima (quasi il 15% della spesa pubblica andrà a pagare gli interessi) e l’Unione – costretta da Berlino – si è infilata in un “fiscal compact” che costringe tutti a rimborsare il debito: una politica irrealizzabile, ma solo il nuovo presidente francese Hollande osa dire che “il re è nudo”; l’Italia si allinea e la cancelliera tedesca Merkel resta irremovibile – dopo quattro sconfitte elettorali – sulla proposta di eurobond.

Dopo questi disastri sul lato della finanza pubblica, l’asse Berlino-Bruxelles-Francoforte ha deciso a fine 2011 di salvare le banche private; il conto sono gli oltre mille miliardi di euro di liquidità “regalati” per tre anni dalla Bce alle banche al tasso dell’1%, per rimettere in sesto conti che continuano a fare acqua da tutte le parti (si vedano i casi di JP Morgan, banche spagnole, Monte Paschi). In più, il “Meccanismo europeo di stabilità” si profila come lo strumento per permettere alle banche private di liberarsi dai titoli pubblici a rischio. Le quote del debito di Grecia, Spagna e Italia detenute da investitori stranieri stanno scendendo rapidamente; in Italia tra giugno e dicembre scorso gli stranieri si sono liberati di Bot per 150 miliardi, in questi mesi la corsa è accelerata.

Messa in salvo la finanza, si può a questo punto scaricare la Grecia dall’Eurozona. Le voci si moltiplicano, i costi non saranno più pagati dalle banche tedesche, ma – attraverso svalutazione e prezzi delle importazioni alle stelle - dal 90% dei greci più poveri; i ricchi hanno già portato via i soldi dal paese.

E’ questa la terza questione, la fuga di capitali. Scappano da Grecia, Spagna e Italia, vanno in Germania (si comprano titoli tedeschi con rendimenti dello 0,07%), vanno in Svizzera, dove a fine 2011 si valutavano in 80 miliardi i patrimoni finanziari dei greci in fuga (ora moltiplicati), vanno nei paradisi fiscali.

Per l’Italia Citigroup valuta le fughe di capitali nel 2011 in 160 miliardi di euro (il 10% del Pil), per la Spagna si calcolano 100 miliardi; quest’anno la tendenza è accelerata bruscamente. I depositi in Italia delle banche straniere sono caduti di un terzo, ancora peggio negli altri paesi del sud Europa. Siamo arrivati ora al ritiro dei depositi dalle banche: è l’intero sistema finanziario che vacilla, e la politica, ancora una volta, non vede, tace, non agisce. La corsa verso il collasso non si ferma, a meno che le elezioni dei prossimi mesi – nell’ordine, in Grecia, Olanda, Italia e Germania impongano un radicale cambio di rotta.

Questo articolo è uscito anche sul manifesto del 25 maggio

 

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Commenti

Le promesse da marinaio della “bottegaia” Merkel

La soluzione che garantisce la Germania l’hanno già delineata Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio con gli EuroUnionBond.

"Le promesse da marinaio della “bottegaia” Merkel"
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2739381.html

La crisi economica, scoppiata in USA nel 2008, ormai dura in Europa da quattro anni, in particolare nei Paesi periferici e mediterranei. Essa investe ormai anche Paesi forti come la Francia e l’Olanda. Fa eccezione soltanto la Germania, che può contare su esportazioni cospicue di qualità ed un costo del denaro prossimo allo zero.

A differenza degli USA, le cui autorità politiche e monetarie hanno letteralmente inondato l’economia interna con una massa enorme di dollari, l’Europa, su imposizione della Germania, e stante il limite statutario della BCE [1], ha innescato un circolo perverso crisi finanziaria --> salvataggio delle banche --> misure di rigore (minore spesa pubblica e maggiori imposte, riduzione del credito) --> crisi economica e dell’occupazione/recessione (calo del PIL/diminuzione delle entrate fiscali/crollo dei consumi) --> peggioramento del rapporto debito/PIL ed aumento - sotto la spinta di capitali speculativi enormi - dello spread, del costo del denaro e dell’onere per interessi --> ulteriori manovre correttive, ecc. ecc.

In attesa che il cambiamento politico, cominciato in Francia, continui in Italia ed in Germania e determini un sostanziale cambio di rotta da una politica economica neo-liberista ad una socialdemocratica, ma questo processo richiede tempo, il problema andrebbe diviso in due parti: la prima parte riguarda il varo di misure anticrisi; la seconda attiene al varo di nuove misure di regolamentazione dei mercati finanziari.

Nel primo caso, si tratta di reperire risorse congrue conferite dagli Stati in proporzione alle rispettive quote nella BCE, sia per finanziare ad esempio progetti europei in infrastrutture (v. [12] “EuroUnionBond per la nuova Europa” di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2697319.html ); sia per aiutare - in una visione solidaristica dell'UE - gli Stati in difficoltà ed evitare il rischio concreto di un devastante effetto domino, finanziando in misura congrua il fondo salva-Stati, oppure, ancora meglio, e/o modificando lo statuto della BCE in linea con quello di tutte le banche centrali (non solo difesa dei prezzi, ma anche crescita economica e dell'occupazione). E questo significa scontrarsi con l'egoismo, le paure e la renitenza dei tedeschi a mettere mano al loro portafoglio. E quindi almeno in parte si può comprendere.

Nel secondo caso, invece, si tratta di separare le banche commerciali da quelle d'investimento (com’è stato per 70 anni dopo la crisi del 1929), controllare i 'capitali-ombra' (come rammentato recentemente dal presidente della BCE, Mario Draghi), togliere urgentemente agli speculatori gli strumenti di offesa ai bilanci pubblici (v. ad esempio il "Regolamento UE 2012 per le vendite allo scoperto", che andrà in vigore soltanto dal prossimo primo novembre [2]), e last but not least far pagare alla finanza - responsabile della crisi - almeno una parte del costo del risanamento attraverso l'introduzione di una tassa minima dello 0,05% sulle transazioni finanziarie (TTF), già approvata, nel lontano marzo 2011, dal Parlamento europeo [3]. E questo significa toccare i ricchi e, per la cancelliera Merkel, mantener fede finalmente alle promesse già fatte da lei da molto tempo (fine 2010), più volte ribadite (assieme all’ex presidente francese Sarkozy), ma non ancora mantenute.
E questo, francamente, non si comprende affatto.
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2739381.html

[1] http://www.ecb.int/ecb/orga/tasks/html/index.it.html
[2] http://www.pmi.it/economia/mercati/articolo/54307/regolamento-ue-2012-per-le-vendite-allo-scoperto.html
[3] http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2606972

Naturalmente, tra i compiti in casa nostra da completare, c’è l’introduzione di un’imposta patrimoniale (e/o prestito forzoso), necessaria sia per ridurre il debito, sia per finanziare la crescita e gli ammortizzatori sociali universali (visto che, per questi ultimi, non si è destinata neppure una quota dei cospicui risparmi pensionistici).

Dossier Imposta patrimoniale
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2670796.html

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