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Austerità, la guerra delle riviste

17/02/2014

La pressione a pubblicare oggi è fortissima, così invece di riflessioni complicate e un duro lavoro di pulizia dei dati, molti affermati studiosi sono indotti a cercare quello che nel gergo degli economisti è detto l’esperimento naturale. E nascono errori clamorosi, come quello dell'“austerità espansiva”

Lo scorso Novembre è stato accettato per la pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics (Cje) un articolo di T. Herndon, M. Ash e R. Pollin dal titolo “Does high public debt consistently stifle economic growth? A critique of Reinhart and Rogoff” (l’articolo è a pagamento, ma la versione working paper si trova qui). Una notizia di per sè da addetti ai lavori, ma che riguarda le vite di tutti più di quanto si riesca ad immaginare.

L’articolo fa a pezzi un contributo apparso sui Papers and Proceedings dell’American Economic Review (Aer) a firma di due prestigiosi economisti di Harvard, Reinhart e Rogoff. Insieme ad un altro contributo di Alesina e Ardagna (a sua volta screditato completamente), il paper di Reinhart e Rogoff è stato sbandierato (tra gli altri dalla Commissione Europea e in audizioni al Congresso americano) come l’evidenza empirica a sostegno dell’austerità.

Tutti felici dunque, la verità ristabilita e i poteri forti sconfitti? Purtroppo le cose, come spesso accade sono più complesse. Innanzitutto il Cje è una rivista eccellente, che ha negli anni passati pubblicato contributi illuminanti sulla crisi da parte anche di economisti italiani, ad esempio Brancaccio e Bellofiore. Tuttavia, si tratta di una rivista ignorata nel dibattito mainstream, mentre l’Aer lo leggono necessariamente tutti, ortodossi o critici che siano. Il risultato, per una serie di complicati passaggi logici nel terreno arduo delle analisi bibliometriche è che Cje non serve a ottenere una tenure in un’università di massimo livello (a differenza di Aer) e naturalmente nei paesi dove si cerca di procedere a meccanismi di valutazione centralizzati e oggettivi, si finisce per dare spazio a liste di riviste dove contributi come quelli di Herndon finiscono necessariamente sminuiti.

Va da sè che in questo caso lo spazio ottenuto sulla stampa americana (e sulla televisione anche satirica) ha permesso di ristabilire la verità nell’opinione pubblica, ma lo stesso non si può dire per quei contributi che dalle stesse colonne avevano denunciato da anni la futura crisi americana o l’implosione dell’area euro, per non parlare del saggio di Pasinetti sul mito (o follia) della regola del 3 per cento deficit/pil addirittura nel 1998. Segnalo che è praticamente irrilevante sapere se i tre avessero mandato prima il saggio a Aer o meno, dal momento che l’eventuale autoselezione (“non mando a riviste ortodosse perché tanto non mi considerano”) oltre ad essere un fenomeno concreto e dimensionalmente rilevante, è anche un sintomo ulteriore del problema.

Attenzione, non si tratta di sminuire Aer o l’economia: pubblicare sulle riviste top è incredibilmente difficile e l’economia è una scienza seria, che ha sviluppato tecniche e contributi teorici che vanno ben al di là delle versioni a bignamino che dall’accademia defluiscono sui media. Tuttavia un elemento di chiusura ideologica è innegabile e ha effetti deleteri. In Italia, dove da qualche tempo si discute di dati in preda al livore e addirittura alcuni editoriali hanno cercato di fare le liste dei buoni e cattivi che parlano di economia, una riflessione in tal senso, nel non magnificare gli attuali meccanismi di selezione accademica, è irrinunciabile.

C’è peró un secondo elemento che andrebbe evidenziato. Bob Pollin è per certi versi un’economista di un’altra epoca, nella sua visione l’economia è una specie di scienza darwiniana basata sull’osservazione: il suo metodo è quello di riflettere e investigare a fondo i dati, un lavoro metodico, molto lento e per nulla scenico. L’articolo in questione è un perfetto esempio. Prende spunto da un lavoro fatto dallo studente di dottorato Herndon proprio al corso di Pollin. Gli errori nel caso di Reinhart e Rogoff sono grossolani (esclusione di Paesi, errori excel ecc.), ma al di là dello “smascheramento” il contributo è interamente equiparabile a una riflessione sulla qualità dei dati su cui basare la conclusione, nulla di rivoluzionario.

Qui emerge la frattura più radicale con le tendenze in atto. Oggi la pressione a pubblicare è fortissima e una selezione brutale fa si che i finanziamenti per la ricerca (e i “tempi”, cioè la dispensa da carichi didattici pesanti) vengano distribuiti in modo incredibilmente asimmetrico. È la tanto agognata meritocrazia. Il problema è che in presenza di pressioni così forti, l’obiettivo diventa ottenere risultati concreti e in breve tempo. Questo ha due conseguenze: (1) si persegue la trovata metodologica geniale che risolva il problema della causalità, a dispetto della rilevanza del tema; (2) induce una distorsione verso il politicamente scorretto.

Detto in altre parole, invece di riflessioni complicate e un duro lavoro di pulizia dei dati, molti studenti e molti affermati studiosi sono indotti a cercare quello che nel gergo degli economisti è detto lo strumento o l’esperimento naturale, cioè un evento che permetta di ottenere in natura le condizioni di variazione esogena della variabile interessata come se fossimo in laboratorio, evitando così la critica di endogeneità inevitabile nelle scienze sociali (cioè il rischio che ciò che si presenta come una relazione causale sia spiegata da una variabile omessa o addirittura che la causalità vada nella direzione opposta a quella che si sostiene). Questa ricerca avviene a scapito della rilevanza e così abbiamo articoli sulle combine nel Sumo, sulle discriminazioni nei giochi televisivi, sul prezzo del sesso sicuro e di quello non protetto con prostitute, e via dicendo. Il successo di Freakonomics ne rappresenta il caso più eclatante.

La seconda conseguenza è più subdola, ma ugualmente importante. Generare interesse ed essere citato (chiave del successo bibliometrico) spinge ad essere politicamente scorretti. Non si parla qui di mala fede, ma di strumenti retorici che possono aiutare al successo di un articolo e che l’autore stesso non può controllare una volta finiti sulla stampa generalista. I risultati sono predizioni che essendo politicamente scorrette sono anche sistematicamente a favore di una certa visione del mondo: se uno presta attenzione scopre titoli di articoli sulla costruzione del mercato degli organi, sulle riflessioni strategiche sull’uso della tortura, sull’importanza dell’aborto per ridurre la criminalità, e naturalmente sull’austerità espansiva.

 

 

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Commenti

segnalarlo ......

utilissimo, segnalarlo a Roars ...

http://www.roars.it/online/

Brevemente

Il link adesso è corretto, c'era un typo, grazie per la segnalazione.

Segnalavo che siccome esiste un elemento distorsivo (consistente) e un problema di rilevanza (per una parte magari minoritaria ma consistente), il successo accademico non mi sembra un buon criterio per decidere chi è legittimato all'intervento su temi di politica economica nel dibattito con l'opinione pubblica.

ristabilire il link

Per cortesia potreste ristabilire il link da "a sua volta screditato completamente"?

Buoni e cattivi

Maddai, addirittura le liste di buoni e di cattivi. Che cattivoni, questi editorialisti.
Forse potremmo inserire anche la Gabbia e il Fatto Quotidiano nelle liste di riviste (o meglio delle apparizioni) buone per la tenure, sarebbe più plurale, no?

Come è possibile che studiosi seri e che hanno a cuore il pluralismo degli approcci scientifici non riescano a vedere la differenza tra una patente impostura e una pubblicazione eterodossa? Misteri tutti italiani.

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