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Quanto si può incassare con la patrimoniale

03/11/2011

Secondo una stima realistica, da un'imposta ordinaria sulla ricchezza potrebbero entrare 15 miliardi. Non sono pochi, ma non possono servire sia a tappare i buchi che a finanziare la crescita

Ormai il tema dell’imposta patrimoniale ha una centralità ineludibile. Bene che sia così, ma riflettiamo bene prima di “sparare” numeri. Innanzitutto, distinguiamo il patrimonio immobiliare da quello mobiliare. E’ piuttosto pericoloso partire dai dati della Banca d’Italia, che non sono di fonte fiscale e utilizzano quindi informazioni che il fisco non possiede. Quando si ipotizza il gettito di provvedimenti fiscali da varare in tempi rapidi, è ragionevole partire da ciò che il fisco già conosce.

Per quel che riguarda il patrimonio immobiliare, cominciamo col dire che la base di partenza di un incremento del gettito sugli immobili è quella fatta dal tavolo ministeriale sull’erosione: 62 miliardi di euro sono l’erosione complessiva derivante dal mancato adeguamento delle rendite catastali ai valori di mercato e della loro mancata sottoposizione alle regole ordinarie di tassazione. Di questi 62 miliardi di mancato gettito, la metà provengono dalle imposte dirette (Irpef e Ires), 25 miliardi corrispondono a minore Ici e la parte restante è la perdita di gettito delle imposte indirette sui trasferimenti .

Le ragioni di questo mancato gettito sono principalmente due: 1) il fatto che la base imponibile delle imposte immobiliari è la rendita catastale, che, mediamente, è circa il 30% del valore di mercato, secondo quanto a suo tempo dichiarato alla stampa dalla direttrice dell’Agenzia del territorio; 2) il fatto che i redditi, presunti o effettivi, da patrimonio immobiliare sono tassati con aliquote agevolate o non sono tassati affatto (come accade, ad esempio, per gli immobili destinati ad abitazione principale).

Ovviamente, non è pensabile che questi 62 miliardi siano recuperati immediatamente anche perché (questo va ricordato) la patrimoniale è un’imposta che, non gravando sul reddito, rischia di determinare dei problemi di liquidità. La cosa più ragionevole è prevedere un avvicinamento progressivo del valore delle rendite catastali a quello di mercato, in modo che sia rispettata almeno l’equità orizzontale Se oggi la rendita è mediamente il 30% del valore di mercato, con qualcuno al 50 e qualcuno al 10, l’ipotesi potrebbe essere quella di portarla al 60 o al 70% per tutti. Con due precisazioni: 1) niente esenzione per la prima casa, ma solo detrazioni decrescenti al decrescere della condizione patrimoniale complessiva;2) niente soglie: le soglie non funzionano con i patrimoni, perché sono facilmente aggirabili. Le preoccupazioni circa la progressività (che le soglie dovrebbero assicurare) vengono meno considerando che la tassazione dei patrimoni, anche qualora avvenisse con aliquote fisse e quindi in modo proporzionale, è “naturalmente” progressiva data la concentrazione dei patrimoni nelle fasce ricche della popolazione.

In via prudenziale, se 62 miliardi è la perdita di gettito globale un approccio graduale potrebbe consentire di ottenere una parte di questa somma: 12,13 miliardi mi parrebbe già un importo significativo, specialmente con tassi di crescita dell’economia così ridotti.

Per quanto riguarda i patrimoni mobiliari, si deve tenere conto del fatto che è stata appena introdotta la riforma delle aliquote di tassazione delle rendite finanziarie, il che rende improbabile il passaggio ad un sistema all’olandese (cioè, basata direttamente sul rendimento presunto dei patrimoni investiti). In effetti, il sistema di tassazione alla maturazione, su cui puntava originariamente la riforma Visco, era analogo ad un sistema di tassazione dei patrimoni, ma è stato progressivamente smantellato (oggi la tassazione è sui valori realizzati per tutte le forme di risparmio, eccetto quello gestito individuale). Tornando alla recente riforma della tassazione delle rendite finanziarie, sarebbe (stato?) possibile portare l’aliquota sulle rendite al 23%, anziché al 20, ma il gettito aggiuntivo sarebbe stato limitato, nell’ordine di 1 o 2 miliardi di euro.

In sostanza, il gettito di una patrimoniale immobiliare e di un’ulteriore revisione al rialzo delle aliquote di tassazione delle rendite finanziarie potrebbe complessivamente arrivare a 15 miliardi di euro annui. Un importo significativo, ma che va considerato nel contesto di finanza pubblica in cui ci troviamo. Va ricordato che il famoso impegno all’azzeramento dell’indebitamento nel 2013 dipende in misura essenziale dal taglio lineare delle cosiddette agevolazioni fiscali, cioè delle detrazioni da lavoro dipendente, di quelle per carichi familiari e di tutta una serie di misure fiscali che vanno nel senso della redistribuzione e della progressività. Il valore previsto di questi tagli è di 20 miliardi annui (a partire dal 2013) un importo assolutamente non credibile e di dimensioni tali da provocare un impatto sociale di segno regressivo non trascurabile. Ecco dunque che i 15 miliardi ipotizzati in precedenza si pongono come alternativa valida al taglio delle agevolazioni e non come fonte di entrate aggiuntive.

Ciò implica che i) la patrimoniale non può certo bastare a finanziare eventuali nuovi interventi di ulteriore correzione dei conti, ii) la patrimoniale non può essere utilizzata, in questo contesto di finanza pubblica, per finanziare, attraverso la spesa pubblica, gli investimenti e la crescita.

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Commenti

patrimoni emersi e sommersi

@guido da torino: discorso in principio ineccepibile tuttavia:
1) è possibile che una parte dei patrimoni immobiliari siano una forma di ricchezza alimentata proprio con i redditi evasi e magari poi rientrati attraverso gli scudi fiscali;
2) è un doloroso dato di fatto che ad oggi le nostre capacità di intercettare i flussi di capitali verso i paradisi fiscali sono limitate, seppure alcuni passi avanti siano stati fatti (in particolare, con alcune forme di inversione dell'onere della prova): se dovessimo attendere di riuscire ad intercettarli tutti credo che un'imposta patrimoniale ordinaria non ce l'avremo mai;

DIFFERENZA DI STIMA DEL VALORE DI RICCHEZZA IMMOBILIARE TRA BANCA D’ITALIA E AGENZIA DEL TERRITORIO

1) Il 21.7 u.s., da questo ‘post’ del blog “Percentualmente” di “Repubblica” http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/07/19/il-paese-delle-disuguaglianze, ho rilevato una notevole differenza del dato della ricchezza degli immobili residenziali tra l’Agenzia del Territorio (che il giorno 18.7 scorso ha presentato i dati del suo studio) e la Banca d’Italia, la nostra più importante ed affidabile tecnostruttura (cfr. “La ricchezza delle famiglie italiane nel 2009” http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2010/suppl_67_10.pdf ): 6.335 mld contro 4.800 mld, con un divario di ben 1.535 mld.
Ho risolto il rebus telefonando alla Banca d’Italia (06/47921) e parlando con uno dei due autori dello studio sulla “Ricchezza delle famiglie 2009”, il dott. Andrea Alivernini, il quale mi ha detto che la differenza è ascrivibile, non ai prezzi medi utilizzati (in entrambi i casi, quelli di mercato), ma allo stock complessivo di immobili presi in esame: la Banca d’Italia utilizza i dati del censimento ISTAT 2001, aggiornati periodicamente in base ai dati del CRESME sulle nuove costruzioni, inferiori rispetto a quelli dell’Agenzia del Territorio (OMI).
A breve, avremo il nuovo censimento, quindi è auspicabile che si possa anche fare il punto sul numero totale degli immobili residenziali esistenti in Italia.
E’ soltanto una curiosità, non c’è relazione tra i due numeri, e tuttavia si ricava facilmente che il solo patrimonio immobiliare residenziale italiano vale tra i 4.800 e i 6.335 miliardi di €, cioè 2,60 volte, nell’ipotesi minima, e 3,43 volte, nell’ipotesi massima, l’enorme debito pubblico italiano, pari a fine 2010 a 1.843 mld.

2) Per far fronte alla terribile crisi economica ed occupazionale, che sarà lunga, è fondamentale apprestare non una soltanto, ma un mix di misure che, da un lato, aumentino le tutele di welfare, riformino il mercato del lavoro, varino un corposo piano di alloggi pubblici di qualità; dall’altro, trovino le risorse finanziarie, chiamando a contribuire secondo capacità di reddito e, appunto, consistenza patrimoniale.
In attesa degli eurobond e della TTF, occorre:
a) reintrodurre, come ha suggerito anche la Banca d’Italia recentemente, l’ICI sulla prima casa dei più abbienti, abolita dal governo Berlusconi (2,5 mld circa), lasciando le franchigie decise dal 2° governo Prodi;
b) introdurre, come hanno suggerito, da ultimo, anche le associazioni imprenditoriali, un’imposta patrimoniale ordinaria ad aliquota bassa sulla ricchezza netta al di sopra di una certa soglia, cioè prevedendo una franchigia di almeno 800 mila €;
c) ritassare, come suggerito da Pierluigi Bersani, i capitali scudati;
d) eliminare lo scandaloso doppio stipendio ai magistrati fuori ruolo.

3) Dossier “Imposta patrimoniale”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2670796.html

chi paga?

Ragionevole ovviamente il commento del lettore di Torino.
Si tratta di comprendere se pagando qualcosa in più i soliti noti, alla fine gli stessi pagherebbero meno di quanto accadrebbe se le cose continuano in questo modo. Oppure i soliti noti protestano ed i soliti "ignoti" evadono..Accetto di pagare 200 euro in più sulla mia casa se a questo corrisponde un concorso proporzionale di chi possiede patrimoni x volte più alti del mio.

La legge deve essere uguale per tutti

Come per l'IRPEF,anche per l'imposta patrimoniale,prima di rialzare le aliquote,occorre scovare quei redditi e quei patrimoni
che non sono censiti,o se censiti non pagano nulla,perchè IGNOTI al Fisco.
Alzare le aliquote significherebbe continuasre a colpire sempre gli stessi che già pagano,i lavoratori dipendenti per l'IRPEF,
i proprietari della casa in cui abitano,ottenuta con grandi sacrifici,per l'imposizione sul patrimonio.
Non ci sono in Italia irca 2 MILIONI di immobili NON CENSITI? Che cosa si aspetta a registrarli e far pagare il dovuto?

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