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Fondi ai partiti, l'anomalia italiana

07/01/2014

La riforma varata a dicembre dal governo Letta abolisce i rimborsi elettorali e anche il cofinanziamento, mentre in tutta Europa i sistemi di finanziamento pubblico diretto ai partiti sono considerati una componente fondamentale per il corretto svolgimento del meccanismo democratico

Prima di entrare nel contenuto dell’ennesima riforma in materia di finanziamento alla politica è opportuno soffermarsi su due questioni importanti. La prima richiama le qualità generali che una legislazione sul finanziamento ai partiti dovrebbe rispettare, la seconda è un invito alla chiarezza terminologica.

Per varare una legge sul finanziamento ai partiti serve innanzitutto che il legislatore rispetti alcuni principi fondamentali: una regolamentazione deve essere chiara, comprensiva e internamente coerente. Serve – come già più volte sottolineato sia da parte delle istituzioni europee sia da voci e richiami interni al paese – che venga istituito un testo di legge unico che regolamenti al suo interno l’intero complesso di aree che contraddistinguono la gestione economico-finanziaria dei partiti e il loro controllo. Una legislazione sul finanziamento ai partiti necessita quindi che sia comprensiva di norme che definiscano: le entrate dei partiti (il sistema di finanziamento pubblico e/o privato), le loro spese (tipologia e tetti di spesa) e la rendicontazione (soglie sopra le quali rendicontare e relative modalità). Al contempo, essa dovrà definire le autorità adibite al controllo della gestione finanziaria, le loro funzioni e le sanzioni nel caso in cui fossero rilevati comportamenti illeciti.

L’incontinenza legislativa in materia di finanziamento alla politica che ha caratterizzato i due decenni dal 1993 ad oggi ha prodotto una regolamentazione estremamente frammentaria, causa di dispersione, inefficienza organizzativa, mancata trasparenza e mancata attuazione normativa. Quella passata a dicembre in Parlamento, se rappresenta una rottura rispetto alle riforme precedenti per l’abolizione dei finanziamenti pubblici diretti ai partiti è, per il suo carattere emergenziale e per la mancanza di definizioni normative comprensive e trasparenti, espressione di piena continuità con le precedenti leggi in materia.

Per quanto riguarda la chiarezza terminologica, va detto che, come nel 1993, il finanziamento pubblico ai partiti non è stato abolito. Ad essere stati aboliti sono i rimborsi elettorali, l’unica forma di finanziamento pubblico diretto di cui i partiti hanno (abbondantemente) continuato a beneficiare in seguito al referendum del 1993. Rimarrà, quindi, il finanziamento pubblico indiretto: con la nuova riforma lo Stato rinuncia infatti a tassare una percentuale delle donazioni liberali ai partiti, privandosi dunque di entrate. È importante che questo venga precisato.

Fatte queste due premesse passiamo al contenuto della riforma. L’abolizione del finanziamento pubblico diretto determinerà una riduzione sostanziale dei finanziamenti pubblici ai partiti politici da parte dello Stato italiano. Questo è un bene? Da un lato certamente sì. Dati del Consiglio di Europa mostrano come l’Italia sia tra i paesi europei in cui i partiti politici hanno la più alta dipendenza economica dai finanziamenti statali (con una media dell’82%), superata solo da Belgio e Spagna (con medie di dipendenza dai fondi pubblici rispettivamente dell’85 e 87,5%). Indubbiamente sono cifre alte, rivelatrici sia di un flusso di denaro pubblico sostanzioso, sia della bassa incidenza delle entrate di donazioni e di contributi ai partiti da parte di privati. Sono le istituzioni europee a raccomandare che i partiti non siano eccessivamente dipendenti da fonti pubbliche. Partiti finanziati in maniera preponderante da fonti statali rischiano infatti di perdere il loro legame con la società, e di essere mantenuti in vita soltanto in quanto apparati delle istituzioni.

Allo stesso tempo, in Europa non si guarda con favore a sistemi di finanziamento di natura prevalentemente privata, come nella nuova riforma italiana. Abolire il finanziamento pubblico (diretto) ai partiti lascia infatti aperte alcune domande fondamentali, centrali non solo per il sistema di finanziamento alla politica in sé, ma anche e sopratutto centrali rispetto allo svolgimento delle regole del gioco democratico. Prima di tutto, quali interessi privati finanzieranno la politica? Il principio del divieto di donazioni ai partiti politici da parte di imprese e società vigente in vari paesi (tra cui Belgio, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Grecia e Francia) è quello di evitare che le politiche pubbliche siano guidate dai grandi interessi, secondo il motto ‘politics is not for sale’. Senza necessariamente voler abbracciare questo principio, siamo proprio certi che sia un bene formalizzare con atto di legge un sistema di finanziamento alla politica che verrebbe quasi interamente determinato dai grandi interessi economici ed industriali? E inoltre, come può questa riforma garantire il principio cardine dei sistemi democratici, cioè competizione equa tra partiti e gruppi politici, quando verranno inevitabilmente ridotte le chances di eguaglianza nelle competizioni elettorali, dato che saranno necessariamente i partiti numericamente ed economicamente affermati a beneficiare dei flussi economici più rilevanti, rispetto alle forze politiche minori o di formazione più recente?

Le istituzioni europee, governative e non-governative, incoraggiano quindi un sistema di finanziamento in cui vi sia un bilanciamento equo tra finanziamenti pubblici e privati. L’esperienza di altri paesi dimostra come rimediare a un’eccessiva dipendenza dei partiti dai fondi pubblici senza abolire forme di finanziamento diretto sia possibile. Basti fare riferimento alla Germania, il primo paese in Europa ad istituire un sistema di finanziamento pubblico diretto ai partiti politici (già nel 1959), che ha una percentuale di dipendenza dei partiti dai fondi pubblici tra le più basse di Europa (35%). Al fine di stimolare i partiti a mantenere il loro legame con la società civile, in Germania si è scelto di adottare un sistema in cui in cui i fondi pubblici vengono distribuiti ai partiti sulla base di un doppio criterio secondo il quale contano sia i voti ottenuti, sia la quantità di donazioni private ricevute (sistema del ‘matching funds’) e i fondi pubblici ai partiti politici non possono eccedere quello che, individualmente, ciascun partito riesce a ricavare da fonti private. Un sistema simile è stato attuato in Olanda, dove la percentuale di dipendenza dei partiti dai fondi pubblici è del 42%. La riforma del sistema di finanziamento pubblico attuata in Italia nel 2012 sembrava costituire un primo passo in questa direzione, con l’introduzione di un 30% di fondi pubblici distribuiti in relazione alle entrate derivate da tesseramenti e donazioni private (il cosidetto ‘cofinanziamento’).

Ma con la nuova riforma anche il cofinanziamento è stato abolito. Vale inoltre la pena rimarcare come i tetti per le donazioni fissati dalle nuove disposizioni siano particolarmente alti: 300.000 euro per persone fisiche e 200.000 euro per imprese sono cifre decisamente superiori alle medie europee (per fornire solo alcuni dati: i tetti massimi per donazioni da parte di persone fisiche sono fissati in Irlanda a 2.500 euro, in Francia a 7.500 euro, in Finlandia a 30.000 euro, ed era sinora la Spagna ad avere i tetti massimi più elevati, a 100.000 euro). Certamente si potrà ribattere che altrove in Europa i partiti ricevono ingenti finanziamenti statali, che verranno a mancare in Italia a seguito della riforma, motivo per cui fissare tetti alti è fondamentale per rimediare alla mancanza di questi ultimi. Rimane il fatto che mentre sistemi di finanziamento pubblico diretto ai partiti sono ormai diffusi in tutti gli stati europei (fatta eccezione solo per la Svizzera, Malta e l’Ucraina), e sono considerati come una componente fondamentale per il corretto svolgimento del meccanismo democratico, troviamo in Italia una riforma fatta di fretta, mancante di un apparato normativo adeguato e che va in netta controtendenza con l’Europa. L’anomalia italiana continua.

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Commenti

Commento a "Fondi ai partiti, l'anomalia italiana"

Il testo è condivisibile sotto molti aspetti ed interessante soprattutto per i riferimenti alla legislazione vigente nei vari paesi europei. Tuttavia l’articolo è incentrato sull’idea che il recente decreto legge sul finanziamento dei partiti non preveda un contributo pubblico; l’autrice sembra dimenticare che parte fondamentale del decreto è costituito dalla istituzione del contributo del 2 per mille delle entrate IRPEF dello Stato a favore dei partiti: un finanziamento pubblico! Benché condizionato dalla scelta dei contribuenti, si tratta infatti in tutto e per tutto di un finanziamento che proviene dalle casse dello Stato, dunque pubblico, che potrebbe venir meno solo se tutti i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, non attribuissero il loro 2 per mille. Questo è altamente improbabile che accada perché una volta che ogni contribuente avrà realizzato che, dedicando il 2 per mille ad un partito, non tira fuori direttamente neppure un centesimo, sarà probabile che molti, almeno quelli che abitualmente si recano a votare, indicheranno la loro preferenza, se non altro per evitare che il partito di propria scelta non sia svantaggiato rispetto agli altri. (A sostegno della tesi che alla fine la totalità del finanziamento previsto con il 2 per mille non verrà negato ai partiti sta il fatto che le entrate IRPEF dello Stato ammontano, nel 2013, a 164 miliardi di euro ed il 2 per mille sono 328 milioni di euro mentre il tetto fissato, per il 2017, per il finanziamento è di 45,1 milioni di euro; dunque è sufficiente che meno del 14% dei contribuenti opti a favore dei partiti perché il tetto sia raggiunto ed il finanziamento attribuito al 100%)
C’è da aggiungere che anche il finanziamento previsto con le donazioni dei privati contiene un’alta percentuale di finanziamento pubblico. Infatti per le donazioni sono previste sostanziose detrazioni fiscali che vanno dal 26% al 37% fino al 75% per le spese di partecipazione a scuole o corsi di formazione politica. Si tratta anche qui di un contributo da parte dello Stato che è molto simile al sistema dei “matching funds” o cofinanziamento citato nell’articolo come funzionante in Germania ed Olanda e dato per abolito in Italia. Così non è, la sola differenza, irrilevante, fra i due citati paesi europei e l’Italia è che nel primo caso i fondi necessari vengono tolti dal bilancio dello Stato e nel secondo caso i fondi vengono negati alla formazione di questo bilancio.
In conclusione, il recente decreto sul finanziamento dei partiti ha abolito il rimborso elettorale, ma ha istituito un nuovo finanziamento pubblico, malgrado un vecchio referendum avesse voluto abolirlo a grande maggioranza e malgrado le dichiarazioni ufficiali ed i titoli dei giornali abbiano fatto a gara un mese fa ad annunciarne la soppressione (successivamente parte della stampa e degli operatori politici si sono blandamente ricreduti).
Si dirà che il nuovo finanziamento pubblico sarà di minor entità rispetto ai rimborsi elettorali del passato che hanno suscitato scandalo. Su questo punto si può concordare. E’ stato previsto un tetto all’ammontare del contributo dello Stato con il 2 per mille: per il 2017 questo è circa la metà dei 91 milioni di euro erogati ai partiti nel 2013. A questo si deve aggiungere il contributo dello Stato tramite le detrazioni fiscali sulle donazioni dei privati. Dipenderà dunque dalla generosità di questi ultimi, ma si può pensare che a regime, se il tetto fissato per il 2017 verrà mantenuto per gli anni successivi, il finanziamento pubblico non supererà in futuro quanto i partiti hanno ricevuto nel 2013 come rimborso elettorale. E, bisogna dire, che nel 2013 questo rimborso è stato largamente ridimensionato rispetto agli anni passati.
E’ forse bene infine ribadire che, a meno che il finanziamento totale (pubblico più privato) non superi circa il doppio dei rimborsi elettorali ottenuti nel 2013, il finanziamento prevalente sarà sempre quello pubblico.

i vigliacchi che potevano e non hanno fatto

il finanziamento pubblico non deve gravare sui contribuenti, il prelievo obbligatorio del 2x1000 è sbagliato, perché in questo caso diventa una tassa impositiva invece di una liberalità. Meglio un tot fisso ai partiti che entrano in Parlamento indipendentemente dai voti conseguiti. Non si capisce il meccanismo premiale che c'è stato in passato, più consenso più soldi ai partiti, mentre per non falsare la competizione elettorale, tutti dovevano avere uguali risorse (pubbliche). La vecchia legge del finanziamento ai partiti violava la Costituzione, per ciò che concerne l'uguaglianza, estendendo per analogia la fattispecie dai cittadini ai partiti. Ovviamente nessuno ha mai sollevato eccezioni d'incostituzionalità, trincerandosi dietro il formalismo è l'inapplicabilità della norma ai partiti soggetti con capacità giuridica e non persone fisiche. I compagni di merende non erano e non sono stupidi a gettarsi la zappa sui piedi! Io non accetto più che Letta faccia l'offeso, gli offesi e gli incazzati sono gli italiani.

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