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Finanziaria, cui prodest?

20/10/2015

È indubbio che, per come è stata presentata e sul piano della dimensione, la manovra finanziaria del governo è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. Ma sul piano della distribuzione del carico fiscale, e su quello della crescita economica, la valutazione è meno ottimistica

Vi è un pregiudizio sfavorevole verso chi esprime dubbi sull’atteso impatto espansivo della legge di stabilità 2016. Ed esiste un secondo pregiudizio, altrettanto negativo, verso chi si interroga sugli effetti positivi dell’azzeramento delle imposte sulla prima casa, architrave, per le famiglie, dell’attuale manovra finanziaria del governo. Il fatto è che ogni azione di bilancio pubblico va valutata avendo due stelle polari come riferimento: l’impatto sulla crescita economica, da una parte, e la distribuzione e dunque l’equità del carico fiscale dall’altra. È l'ago della manovra posto tra questi due estremi che dà la misura di quanto un intervento di finanza pubblica privilegi l’uno o l’altro capo del binomio, oppure una loro combinazione economicamente e socialmente sostenibile. Detto ciò, è indubbio che nei termini in cui è stata presentata, la manovra finanziaria è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. È una manovra di complessivi 27 miliardi, di cui 13 incideranno sull’aumento del deficit, da 1,4% al 2,2% del Pil. E potrebbe arrivare a 30 miliardi, se Bruxelles autorizzerà l'anticipo dei 3,2 miliardi della clausola migranti (da utilizzare per ridurre l’Ires già dal 2016). Ma se sul piano della dimensione è formalmente espansiva, su quello della distribuzione del carico fiscale, e dell'impatto complessivo determinato dall'intreccio tra il moltiplicatore dei saldi e la distribuzione del carico, la valutazione è meno ottimistica. Dunque, come valutare?

È una comune eredità dell’economia del benessere e della politica sociale l’opinione secondo cui entro i limiti del possibile in un mercato i punti di partenza degli individui debbano essere ravvicinati per evitare distorsioni nella disuguaglianza e per scongiurare avvitamenti verso il basso nella crescita economica. Già le recenti pagine di Thomas Piketty su crescita e disuguaglianza hanno contribuito a rilanciare, e chiarire, il ruolo della distribuzione della ricchezza nella crescita. Distribuzione della ricchezza e del reddito, aggiungiamo noi, che – per usare un'immagine di Luigi Einaudi – deve essere governata con equità distributiva attraverso l’abbassamento delle “punte” e l'innalzamento dal “basso”, affinché la produzione di ricchezza ne tragga complessivamente vantaggio. Un tema cioè, quello dell’equità, che coinvolge non solo quello della distribuzione e del contrasto alla povertà, ma anche il tema della crescita economica. Insomma, questioni cruciali che non rappresentano solo il punto di vista delle socialdemocrazie (“Noi non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”), ma anche quello di una moderna visione liberale dell’economia e della società.

Alla luce di queste considerazioni, quale valutazione possiamo dare dell’attuale legge di stabilità? Come accennato sopra il piatto forte è il taglio di Tasi e Imu sulla prima casa (pari a 3.700 milioni di euro). Certamente, sul piano mediatico, la percezione della riduzione del carico fiscale per le famiglie è immediata se paragonata ad altre forme di riduzione di imposta. Tuttavia, anche secondo la Banca d’Italia, l’eliminazione di Imu e Tasi “potrebbe avere effetti circoscritti sui consumi”, in quanto non contribuisce ad accrescere il reddito disponibile da cui dipendono i medesimi. Non solo. L'abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa rende esente anche le abitazioni di grande valore e, dunque, i grandi patrimoni a cui afferiscono. Per evitare ciò, si sarebbe potuto valutare una rimodulazione dell’imposta sulla prima casa, che mantenendo la no tax-area per quelle meno pregiate (ed eventualmente i redditi più bassi), e rimodulando l'incidenza sugli immobili di medio valore, avesse lasciato inalterato il contributo “delle punte”.

L'imposta sulla casa è difatti una delle poche forme di imposta patrimoniale effettivamente applicate e ha una sua giustificazione economica molto forte in tema di corrispondenza con i benefici derivanti dalla fornitura dei servizi. È in questo modo che la fiscalità generale dovrebbe agire per spostare risorse verso i servizi universali, dalla sanità all'educazione, all’innovazione. A ciò si aggiunga che in Italia la propensione al risparmio delle famiglie si è fortemente ridotta negli ultimi venti anni (dal 21% al 13% del Pil) e che, quindi, il maggiore reddito disponibile potrebbe essere trasformato dal ceto medio in risparmio, vanificando gli effetti espansivi attesi sulla domanda, mentre quello dei ceti redditualmente più elevati potrebbe avere, come tradizionalmente accade, un impatto molto limitato sui consumi e di conseguenza sulla domanda aggregata.

Ma l'abolizione dell’imposta sulla prima casa (per un totale di 3 miliardi e 100 milioni) è accompagnata da altre luci e ombre. Si prenda il caso delle attività produttive. Abolire l’Imu sui terreni agricoli (400 milioni) e sugli imbullonati (500 milioni) significa alleggerire il carico fiscale sulle attività produttive e renderle relativamente più competitive. Similmente, effetti positivi sull'economia saranno determinati dalla possibilità per le imprese di portare fino al 140% l’ammortamento degli investimenti effettuati entro il 2016. Infine, l'ipotesi di riduzione dell’Ires al 2017, e se possibile già al 2016, accrescerebbe la redditività. Ma perché non vincolare questi risparmi a nuove forme d’investimento, magari rendendo fiscalmente più favorevoli quelli innovativi e ad alto contenuto tecnologico, per favorire non solo la creazione di ricchezza, ma anche per rilanciare la produttività del lavoro da cui dipende anche il salario?

Lo spostamento verso l’investimento di risorse della fiscalità potrebbe essere unito al bonus sull’occupazione, che per i contratti firmati entro il 2016 avrà una durata massima di due anni, e per una somma che scende dall’attuale tetto di 8.060 a 3.200 euro. Perché non prevedere che il beneficio fiscale sia ricondotto a forme di riqualificazione del lavoro e alla formazione continua, a spese innovative di processo e di prodotto o a investimenti qualificati? Negli ultimi venti anni in Italia si è assistito a un costante deterioramento della produttività e degli investimenti, alla caduta degli indici di progresso tecnologico, a una perdita di quote di valore aggiunto nel manifatturiero (e particolarmente nei comparti più tecnologicamente avanzati, come la meccanica, che rappresenta il cuore dell’industria italiana). Perché non tracciare già nel quadro complessivo delle spese e delle coperture della legge di stabilità l’impegno per le imprese ad ampliare la loro capacità produttiva e tecnologica, finanziando questa trasformazione attraverso quelle risorse fiscali che la manovra rende disponibili? La competitività internazionale, come il nostro recente mancato sviluppo economico ci insegna, non passa per il costo del lavoro e per la svalutazione interna, ma per la crescita della produttività.

Troppo lunga e dettagliata sarebbe l’analisi complessiva delle misure particolari previste nella manovra (tra cui spicca, per le perplessità che genera, l’innalzamento dell’utilizzo dei contanti fino alla soglia di 3.000 euro). Ma per dare un giudizio equilibrato non basta dire che l’azione economica sarà espansiva in quanto finanziata in deficit. Il sottofinanziamento di settori strategici come la scuola, l'università, la sanità, i deboli segnali sul tema della produttività (che riguarda il cuneo fiscale, ma non i dispositivi atti alla creazione di nuova produttività) lasciano dubbi sulla capacità della manovra di segnare un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Certamente, la ripresa economica, da cui dipende anche il rispetto degli impegni europei, deve essere sostenuta nell’immediato dall’effetto volano dei maggiori consumi e investimenti interni (anche necessari per compensare il motore internazionale della domanda mondiale attualmente in fase recessiva), ma deve essere principalmente spinta verso l’alto attraverso politiche attive (industriali, del lavoro) che mirino al rilancio stabile del progresso tecnologico e della conoscenza.

È un percorso lungo da avviare ora, senza ulteriori ritardi, per mantenere l’equilibrio dinamico tra crescita economica ed equità fiscale. Il rischio è che manovre finanziarie che non coniughino la crescita con la tassazione e la sua distribuzione, finiscano per ricadere negativamente sulla capacità produttiva del Paese e sulla sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Articolo pubblicato da www.rassegna.it

 

 

 

 

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Commenti

Abolizione IMU-TASI

Come ha insegnato il suo "maestro" Berlusconi (ma l’allievo, come talvolta succede, è più bravo e soprattutto più determinato e spietato del maestro), la pessima decisione del sempre più destrorso PdC Renzi di abolire l'IMU-TASI, e per tutti, anche i ricchi proprietari di case di lusso (cat. A1), ville (cat. A8) e castelli (cat. A9), cosa che Berlusconi non osò fare, è solo marketing elettorale e solletica l'egoismo di milioni di Italiani che odiano le tasse, in particolare quelle sulla casa, che viene subito dopo la mammina.

Certamente la legge ordinaria può - sbagliando, da tutti i punti di vista, salvo prova contraria (sfido a trovarla) - escludere dall’imposizione fiscale la casa principale, ma: 1. deve avere una ratio ( = principio, motivazione); e 2. non essere incostituzionale.

Si leggono, infatti, come successe per l’abolizione dell’IMU nel 2012, dei ragionamenti, al minimo, capziosi, che, in definitiva, servono soltanto a giustificare l’egoismo di chi li fa. Non indicano mai una sola motivazione valida per cui la casa principale, indicatore di capacità contributiva ex art. 53 Cost.,[*] debba per giunta essere addirittura esclusa dal pagamento di un tributo locale (anche se in parte viene incamerato dall'onnivoro Stato centrale italiano), destinato a pagare servizi erogati dal Comune, di cui i possessori delle citate case beneficiano, talvolta o spesso in misura maggiore rispetto ad altri contribuenti (si pensi, ad esempio, all'incremento del valore dell'immobile grazie all'effetto di spese d'investimento infrastrutturale o spese correnti - illuminazione pubblica, trasporti, ecc. - effettuate dal Comune medesimo).

La considerazione più importante, però, che, a mio avviso, va fatta è che il dibattito, aperto dalle dichiarazioni del medesimo Renzi, prontamente alimentato ad arte dai suoi reggitori di coda vecchi e nuovi, sull'abolizione della IMU-TASI sui ricchi (appena 60.000 residenze su circa 34 milioni) è fumo per i gonzi, poiché è solo un modo furbesco di stornare l'attenzione dalla colpa principale: favorire i ricchi e i relativamente benestanti, che costituiscono la stragrande maggioranza degli Italiani, fregandosene sia – come ha osservato Bersani - del principio contenuto nell’art. 53 della Costituzione,[*] sia della natura iniqua e destrorsa del provvedimento che snatura vieppiù il PD, sia degli affittuari, che sono "soltanto" 15 milioni e che - come fiscalità generale - pagheranno anch'essi lo sgravio. Come dire? Cornuti e mazziati.
Infatti, quelli che abitano in affitto, in particolare milioni di anziani, stanno molto peggio, a causa sia dell'elevatezza del costo degli affitti, sia della estrema penuria di alloggi pubblici, sia della carenza dei sussidi all'affitto, ma di loro nessuno quasi si cura. Anzi, come fiscalità generale, contribuiranno, appunto, a pagare lo sgravio dell'IMU e della TASI, a beneficio anche dei ricchi e dei benestanti. E' un'ingiustizia talmente evidente e scandalosa (che replica quella del governo Berlusconi con l’eliminazione dell’ICI ai ricchi ed ai più abbienti, finanziata anche col taglio della spesa sociale, destinata ai poveri) che soltanto in Italia, popolata da milioni di individui egoisti, piagnoni e con scarsissimo senso civico, cui un PdC senza pudore liscia il pelo per un egoistico calcolo elettoralistico, si può provare, invero con qualche successo, a obliterare.

[*] Art. 53 Cost.: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
IL PRINCIPIO DI CAPACITA’ CONTRIBUTIVA (art. 53 Cost.)
 Le leggi che istituiscono e regolano i tributi, pertanto, devono rispettare il principio di capacita` contributiva, sancito dall’art. 53 Cost., secondo cui Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacita` contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
• Quali sono i fatti che esprimono capacità contributiva?
• Che cosa è la capacità contributiva?
• L’indice generatore di capacità contributiva è, per eccellenza, il reddito.
• Oltre al reddito, sono considerati indici diretti di cap. contributiva, anche il patrimonio e gli incrementi di valore del patrimonio.
• Sono, invece, indici indiretti di capacita` contributiva, il consumo e gli affari (colpiti dalle imposte indirette, come le imposte di fabbricazione, l’imposta sul valore aggiunto, l’imposta di registro, ecc.).

Abolizione IMU-TASI, l’allievo Renzi ha superato il maestro Berlusconi
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2839241.html oppure (se in avaria) http://vincesko.blogspot.com/2015/10/abolizione-imu-tasi-lallievo-renzi-ha.html

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