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Atene

Produzione sparita e conti esteri in rosso

10/02/2015

Per comprendere quello che succede in Grecia non si deve guardare tanto al debito e il deficit pubblico, ma piuttosto al deficit della bilancia commerciale. Mentre il primo veniva affrontato, il secondo è cresciuto tra il 2000 e il 2010 al ritmo del tre-quattro percento annuo, aprendo uno squilibrio strutturale nell’economia del paese assai difficile da affrontare.

La Grecia è un paese minuscolo, con un Pil che nel 2013 era pari all’11% di quello italiano e all’1,4% del totale dell’Unione Europea. Il Pil pro capite greco è sempre stato sotto la media dell’Unione Europea, ma ha registrato un balzo e un crollo senza precedenti: tra il 1999 e il 2008 è cresciuto di oltre il 30%, ma in appena due anni la crisi ha riportato il paese al reddito per abitante del 1999. Dopo il 2009 in poco più di tre anni il reddito disponibile delle famiglie è crollato di un terzo e il risparmio è sceso di oltre il 40%.

Negli stessi anni la Grecia non registrava solo deficit pubblici ‘truccati’ per rientrare nella tolleranza delle soglie comunitarie, ma anche uno squilibrio permanente del saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Nel 1999 il saldo delle partite correnti era negativo per quasi cinque miliardi di euro, appena il tre percento del pil greco, ma poi anno dopo anno il saldo negativo è cresciuto di quasi cinque volte toccando 35 miliardi di euro, ovvero il 14% del Pil. La maggiore apertura internazionale ha favorito l’industria dell’Unione Europea – Germania in testa -che ha trovato un nuovo mercato di sbocco per oltre 30 miliardi di merci all’anno.

Senza più una valuta nazionale da deprezzare, la perdita di competitività della Grecia ha portato alla distruzione di buona parte della base industriale del paese, creando le condizioni per deficit sempre maggiori, che dovevano essere compensati da flussi di capitali dall’estero – altro debito, pubblico e privato e qualche investimento estero nelle imprese. L’economia greca è così diventata sempre più distorta; il settore finanziario produce il 25% del valore aggiunto, mentre la manifattura appena il 12%.

Una tendenza che nemmeno la durissima politica di austerità ha saputo fermare: nel 2013 la bilancia commerciale era ancora in squilibrio per circa 5 miliardi, ed è stat compensata dai trasferimenti dall’estero, fino ad arrivare a un saldo positivo di tutte le partite correnti di 1,4 miliardi di euro. I conti, insomma, migliorano solo per il crollo della domanda interna e delle importazioni e per le rimesse dei greci emigrati.

Accanto al debito pubblico, è quindi importante considerare il debito estero della Grecia – sia pubblico che privato – pari a 413 miliardi nel terzo trimestre del 2014, in cui le banche e le imprese hanno raggiunto un’esposizione con l’estero di oltre 104 miliardi. Gli afflussi di investimenti diretti esteri, attratti dalla svendita del territorio greco, nel 2013 raggiungono appena i 2,1 miliardi, di cui 790 milioni concentrati nel settore immobiliare. Solo nel 2013 la Svizzera, l’Olanda e la Francia investono nel paese oltre 1,7 miliardi e iniziano ad affacciarsi anche le multinazionali cinesi per circa 80 milioni di investimenti diretti. Le banche sono le prede tradizionali del capitale straniero e oggi su 39 istituti di credito, 19 sono controllati da gruppi stranieri e un paio hanno il nome di colossi dell’automobile tedeschi, probabilmente per garantire sul mercato locale l’acquisto di nuove vetture al costo di nuovi debiti.

Le ricette dell’austerità hanno imposto un programma di privatizzazioni che ha mostrato subito i suoi limiti, riempiendo di scandali le pagine di cronaca mentre l’agenzia per le privatizzazioni cambiava l’amministratore delegato cinque volte in tre anni. Le svendite di beni pubblici si sono concentrate nel settore del gioco d’azzardo e nell’immobiliare, portando meno risorse rispetto alle attese.

I tagli di spesa pubblica sono stati l’elemento più grave delle politiche di austerità. La spesa pubblica si è concentrata sul pagamento degli interessi sul debito; la spesa sanitaria ha registrato una caduta del 28% fra il 2009 e il 2012, la protezione sociale è scesa del 10%, ad eccezione della spesa per i sussidi di disoccupazione, date le chiusure di massa delle imprese e le espulsioni dallo stesso settore pubblico. Il crollo della spesa sociale e sanitaria è mostrato solo in parte dalle statistiche sulla spesa pubblica. Ad esempio, i mancati rimborsi alle farmacie, non registrati nelle statistiche, hanno portato all’interruzione della fornitura di medicinali gratuiti nel paese.

La scarsa qualità della spesa pubblica è stata sicuramente un limite per lo sviluppo del paese, regno di potentati e clientele capaci di resistere a qualsiasi riforma. Ma in alcuni casi proprio i creditori di oggi, Germania in testa, hanno approfittato della situazione, con probabili casi di corruzione per garantire mercati alla propria industria. Un caso clamoroso è quello della spesa militare, con l’acquisto dei sommergibili tedeschi, costati nel mezzo della crisi circa 2 miliardi, o appena qualche anno prima gli F-16 americani risultati in un ulteriore un esborso di circa 1,5 miliardi di euro. Le industrie militari straniere non hanno mai risparmiato attenzioni al governo di Atene, a partire dai timori per la minaccia turca, seppure sia proprio il governo di Ankara il mercato più importante per le esportazioni greche. La rincorsa agli armamenti ha portato a una spesa per la difesa stabilmente superiore alla media europea, oltre il tre percento del Pil, e a un sistematico aggravio della bilancia commerciale per l’importazione di armi.

Adesso il nuovo governo guidato da Alexis Tsipras ha il compito di portare il paese fuori dall’austerità, ma si trova stretto dai vincoli di liquidità del settore pubblico - appena 15 miliardi di euro a fine dicembre, oltre a 5 miliardi di riserve presso la banca centrale, appena sufficienti per due mesi di autonomia del settore pubblico. L’urgenza, per Atene, oggi riguarda i conti pubblici, ma la ricostruzione di una base produttiva capace di ridurre la dipendenza dalle importazioni dall’estero rappresenta l’ugualmente difficile sfida di domani

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Commenti

l'un contro l'altro armati

Non capisco. Non s'era detto che, grazie all'UE, l'epoca degli stati-nazione l'un contro l'altro armati era finita per sempre? Ma pensiamo proprio che la vita sia fatta di gare a chi arriva primo, di chi ha torto o ragione, etc.? Ma stiamo impazzendo tutti quanti?

Razzisti e monetaristi

Dunque: la causa dei problemi, a giudizio del signor Colombo, è dei greci fannulloni fancazzisti che vivono sulle spalle degli altri, i quali, alti belli e biondi come sono, avranno pure approfittato della situazione, ma che ci volete fare. Appartengono ad una razza superiore, ed ai superuomini si perdona tutto!
Se ho una moneta propria che si svaluta la conseguenza immediata è che i prodotti importati costeranno di più e quelli esportati di meno. Certo, anni di devastazione sociale non si recuperano in due mesi e ricostruire una base produttiva distrutta a beneficio di chi sappiamo sarà una gran fatica. Ma questo è quello che si chiede ai veri uomini politici! A meno che, come sopra, non si pensi che i greci siano untermenschen. D'altronde l'alternativa qual è? Continuare a far morire le persone perchè non possono mettere in tavola da mangiare o comprare medicine salvavita?
O davvero qualcuno pensa che un accordo con l'eurogruppo risolverebbe uno solo dei problemi del paese?

uscita dall'euro

In un paese che importa più di quanto esporti non mi sembra una buona idea

Finalmente !!

Finalmente un articolo che non si limita ad un attacco all'Europa, come causa di tutti i mali della Grecia. La debolezza di una base produttiva competitiva è alla base dei mali della Grecia e questo problema non risale all'euro ma è precedente all'entrata nella moneta comune. Forse la Grecia non doveva entrare nell'euro, ma per molti anni, come dice l'articolo, ne ha avuto dei vantaggi e non ha saputo cogliere le occasioni per rinforzare la propria industria. Non penso che ci sia stato un complotto: l'industria tedesca e le sue banche hanno approfittato della debolezza competitiva della Grecia, Chi non l'avrebbe fatto ? Spettava ai greci crearsi le condizioni per approfittare fino in fondo dell'entrata nella moneta comune. Con questo non voglio dire che non ci siano gravi responsabilità dell'Europa e che la posizione di Tsipras non sia da condividere, dico soltanto è che solo partendo da una visione oggettiva e completa della situazione si può avviare un programma credibile e realistico.

Manca una parte:l'euro

L'articolo si dovrebbe concludere così: ... e senza uscire dall'euro la speranza per la Grecia di imboccare un sentiero di lenta e faticosa ripresa è praticamente nulla.
Perchè vi pesa tanto trarre le logiche conseguenze da un ragionamento che altrimenti appare monco? E' davvero per voi "de sinistra" rompere il tabù della moneta unica?

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