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Germania, il lato oscuro della crescita

29/11/2013

A un tasso di disoccupazione tra i più bassi in Europa fa da pendant un aumento esponenziale di precarietà, sotto occupazione e diseguaglianze all'interno del paese

Un’analisi dei mutamenti recenti del mercato del lavoro in Germania non può non partire ricordando la riforma del mercato del lavoro Schroeder- Hartz avviata nel 2003 e sottolineando i suoi effetti sulla situazione economica e sociale del paese.

Tra i punti specifici più importanti della riforma va sottolineata la creazione dei cosiddetti minijob (lavori con retribuzione sino a 450 euro mensili e senza carichi contributivi per i datori di lavoro); inoltre, l’approvazione di una serie di provvedimenti che favorivano la liberalizzazione e la precarizzazione del mercato del lavoro; infine, l’avvio della ormai tristemente famosa, almeno in Germania, normativa Hartz IV, che prevedeva la riduzione degli importi degli assegni di disoccupazione e la diminuzione della loro durata.

Le conseguenze della legge sino ad oggi

La riforma ha avuto apparentemente grande successo. Da allora le fortune economiche della Germania sono rifiorite, grazie sostanzialmente ad un progressivo boom delle esportazioni.

Ma bisogna sottolineare che, negli anni in cui si varava la norma, tale sviluppo è stato favorito da una parallela forte crescita del commercio internazionale, collegata in particolare al boom economico dei paesi del terzo mondo, boom che è durato anche oltre la crisi. D’altro canto, appare opportuno ricordare anche le pesanti conseguenze che le riforme hanno avuto sul tessuto sociale del paese e sulla sorte di molti milioni di lavoratori.

Certo nel 2012 si registravano 2,6 milioni di persone occupate in più rispetto al 2005; ma, intanto, mentre il livello della produttività del lavoro cresceva in media ogni anno dell’1% tra il 1995 e il 2005, tra il 2005 e il 2012 l’aumento si era ridotto allo 0,5%. Inoltre, dal 2002 al 2011, secondo i dati Eurostat, mentre la media annua di aumento dei salari nei paesi dell’Unione Europea è stata del 3,1%, in Germania essa si è collocata sull'1,6%, i risultati più bassi di tutta l’Unione.

Dal 2003 in poi si è avuta una crescita esponenziale del lavoro precario. Oggi il fenomeno interessa il 25% dei lavoratori. Il 50% dei nuovi posti vacanti è a tempo determinato. Nel frattempo il numero dei cittadini che vive sotto la soglia della povertà è passato dall’11% del 2000 al 15,5% del 2010 (Blog, 2013).

Si è manifestata poi, in quello che era uno dei paesi meno diseguali del mondo, una forte crescita delle differenziazioni dei redditi.

Su di un altro piano, il tasso di sindacalizzazione della Germania da allora ha cominciato a declinare ed oggi esso si aggira a fatica intorno al 20% della popolazione attiva del paese. La forte crescita del lavoro precario ha contribuito al drastico calo delle adesioni alle organizzazioni sindacali. Così, ad esempio, nel settore metalmeccanico, complessivamente solo il 20% dei lavoratori ha la tessera del sindacato, ma tra quelli a tempo indeterminato la cifra è invece pari al 50% (Blog, 2013).

Il tasso di disoccupazione a fine agosto 2013 risultava essere del 6,8%, certamente il valore più basso tra i paesi europei. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, le cose non cambiano molto; secondo i dati Eurostat, mentre al giugno 2013 essa era pari al 58% in Grecia, al 55% in Spagna, al 40% in Portogallo e al 38% in Italia, toccava solo l’8% in Germania.

Va peraltro sottolineato come il livello della disoccupazione presenti disparità eclatanti tra le differenti regioni del paese. Esso è molto più elevato della media, ad esempio, nei territori della ex Germania Est. Così, secondo la Bundesagentur fur Arbeit, nel Sachsen Anhalt esso era pari al 10,8%, nell’area di Berlino all’11,7%. Per contro, esso raggiungeva livelli minimi in alcune regioni del Sud, mostrando un valore del 4,2% nel Baden-Wuttemberg e del 3,8% in Baviera.

Su di un altro fronte, bisogna considerare che, sempre per l’agenzia tedesca per il lavoro, nell’agosto 2013 3.868.000 mila persone, escludendo quelle che lavoravano a tempo parziale, risultavano sottoimpiegate. Il personale temporaneo era poi valutato a metà 2012 in circa 900.000 unità.

È da sottolineare che il fenomeno dei minijob interessava alla stessa data ben 7.500.000 di persone. I lavoratori vengono pagati 3-4 euro all’ora. Il fenomeno riguarda per una parte molto rilevante gli immigrati, in particolare romeni e bulgari.

Esso ha da tempo attratto l’attenzione non benevola dei paesi vicini. In particolare, il Belgio ha accusato formalmente la Germania di dumping sociale, chiedendo un intervento della Commissione europea. In effetti, l’esistenza di tali normative spinge le imprese dei paesi vicini, Belgio, Olanda, Francia, a delocalizzarvi la produzione di beni, in particolare nei settori in cui c’è un’alta incidenza della manodopera sul costo dei prodotti.

Così la macellazione delle carni, la lavorazione del legno, l’industria del giardinaggio stanno sparendo dal Belgio per rinascere in Germania (Antistar, 2013).

Ma l’utilizzo dei minijob e dei lavori mal pagati penetra anche nel cuore dell’eccellenza produttiva delle grandi imprese tedesche. Un giornalista, infiltratosi sotto mentite spoglie in un’agenzia interinale, riceveva 8,19 euro lordi all’ora per lavorare in una società di logistica che forniva servizi alla Daimler; egli guadagnava così meno della metà dei dipendenti a tempo indeterminato di tale grande impresa pur svolgendo le loro medesime mansioni e lavorando al loro fianco (Blog, 2013).

Da notare che il bilancio pubblico si fa carico ogni anno di una cifra di 8,7 miliardi di euro per sussidiare i lavoratori con salari troppo bassi; così le aziende scaricano una parte consistente dei costi del lavoro sullo Stato.

Bisogna anche sottolineare come ci siano grandi differenze di retribuzioni tra il settore industriale e quello dei servizi, comparto quest’ultimo ancora poco sviluppato nel paese; si tratta delle più grandi differenze esistenti a livello europeo (Watt, 2013).

Gli accordi di governo

Ma c’è qualche segnale di un possibile miglioramento della situazione. Sulla stampa si dà conto del probabile raggiungimento di un accordo tra il partito della Merkel e quello socialdemocratico per la formazione di un governo di coalizione. Tale accordo prevederebbe, oltre all’aumento degli stanziamenti pubblici per l’istruzione, la sanità, le infrastrutture, l’istituzione di un salario minimo obbligatorio che dovrebbe essere fissato a 8,50 euro, ben al di là di quanto guadagnano oggi i lavoratori che ricevono un minijob. Il nuovo livello potrebbe poi contribuire ad elevare tutta la struttura salariale del paese, come era stato da tempo chiesto a gran voce da molte parti per aiutare anche ad aumentare le esportazioni da parte dei paesi del Sud Europa. Ad ogni modo, uno studio fatto da un istituto di ricerca tedesco (Steen, 2013) indica che dell’istituzione del salario minimo a 8,5 euro l’ora beneficerebbe subito il 17% della forza lavoro.

Conclusioni

Mentre il risultato complessivo delle normative Schroeder-Hartz è stato quello di rafforzare l’economia del paese, le conseguenze si sono rivelate come molto negative per una fetta importante della società tedesca. Esse hanno comportato, o accentuato, un grande frazionamento del mercato del lavoro, tra i lavoratori protetti e quelli precari, tra l’ovest e l’est, tra il nord e il sud del paese, infine tra il settore industriale e quello dei servizi.

Ora l’ipotesi di accordo per la formazione del nuovo governo tedesco, se confermato, sembra portare qualche nota positiva in tale quadro; ne potrebbe uscire un certo progresso nella condizione del lavoro salariato del paese, almeno attenuando alcune delle storture precedenti.

 

Testi citati nell’articolo

-Antistar, L’iniquo mercato del lavoro in Germania e le pericolose conseguenze per la UE, www.economy50.it, 22 aprile 2013

-Blog, Europa/Germania: lavoro precario, sindacati e alcune ipotesi sul capitale transnazionale, www.worldpress.com, 28 giugno 2013

-Steen M., Angela Merkel may bend on minimum wage to form Germany coalition, www.ft.com, 30 settembre 2013

-Watt A., Minimum wage will boost German services and the euro periphery, www.ft.com, 10 ottobre 2013

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Commenti

risposta a Vincensko

sì, penso che si possa sostenere che si tratta di aiuti di Stato. Per altro verso quella norma, a mio parere, andrebbe riscritta.

Aiuti di Stato alle imprese?

“Da notare che il bilancio pubblico si fa carico ogni anno di una cifra di 8,7 miliardi di euro per sussidiare i lavoratori con salari troppo bassi; così le aziende scaricano una parte consistente dei costi del lavoro sullo Stato”.

Lo scorso 14 novembre, anch’io commentando un articolo di “Economia e politica” scrivevo ed alla fine mi chiedevo:
“2. Il successo economico attuale della Germania e la crescita della sua competitività poggiano anche su 7 milioni di mini job retribuiti 400 € al mese (sulle riforme Haartz - varate sotto il governo Schroeder - e i cosiddetti lavori minori, v. questa ampia e dettagliata analisi “Il ruolo del diritto del lavoro e della sicurezza sociale nella crisi economica. L’esperienza tedesca” di Maximilian Fuchs
http://www.aidlass.it/convegni/archivio/2013/2013/Fuchs_Aidlass_2013.doc ). E così può rinfacciare ai partner europei di aver già fatto le cosiddette riforme ed imporre misure analoghe agli altri (v. Grecia, Portogallo, ecc.).
Ma i mini job sono integrati dal robusto welfare tedesco con:
a) un reddito minimo garantito (364 € al mese, compatibile coi mini job); e
b) un sussidio integrale all’affitto.
Una domanda provocatoria (da non esperto): non si potrebbero equiparare questi sussidi ad aiuti di Stato alle imprese?”.

"Barroso, il peggiore presidente della Commissione Europea"
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2797427.html

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