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La capitalizzazione delle banche

18/10/2011

Scartate, una per una, le altre soluzioni non rimane che nazionalizzare gli istituti in crisi. Ma come fidarsi degli stati?

“…tutti ci guadagnerebbero dalla messa a punto di un sistema (finanziario) più sicuro…”

S. Ingves (Masters, 2011)

Premessa

In questi giorni i membri dell’eurozona stanno mettendo a punto i dettagli di un piano per risolvere, almeno in parte, i problemi della crisi del debito sovrano dell’area e, in questo quadro generale, anche quelli specifici della ricapitalizzazione delle banche. Può darsi che già al momento dell’uscita di questo articolo i provvedimenti presi siano stati resi noti.

Come stanno veramente le cose?

Il settore bancario si può fregiare del discutibile privilegio di essere stato per molti aspetti al centro di ambedue le ondate di crisi manifestatesi nell’ultimo periodo, quella del 2007-2008 e poi quella del 2011, due tappe peraltro di un fenomeno sostanzialmente unitario.

Come è noto, dopo le prime gravi difficoltà del settore bancario circa tre anni fa, sì è manifestata, da parte di tutti i governi e di tutte le istituzioni internazionali, un'apparente e quasi unanime dichiarazione di volontà di voler cambiare lo stato delle cose; si era parlato, in particolare, di ripensare radicalmente i sistemi di controllo su di un settore che aveva manifestato l’impossibilità di autoregolarsi e che aveva invece mostrato la sua capacità di scatenare una crisi sistemica in tutto il mondo atlantico.

Nella realtà, si è poi invece fatto relativamente poco da parte dei governi per portare avanti le necessarie drastiche riforme richieste dalla situazione. Certo, le amministrazioni statunitense e britannica, nonché l’Unione europea, hanno varato, dopo molte giravolte, nuove normative e nuovi orientamenti, ma si è trattato complessivamente di poca cosa. Comunque il tema dei provvedimenti pubblici in tema di finanza meriterebbe di essere trattato in un articolo a parte.

Oggi vogliamo invece prendere in considerazione un aspetto della questione più legato all’attualità delle discussioni in atto. L’attenzione si è in effetti concentrata di recente da parte di governi ed esperti sul tema della capitalizzazione e del miglioramento della situazione di liquidità delle banche europee.

I buchi delle banche europee

Alla questione sopra indicata abbiamo già dedicato negli scorsi mesi due articoli su questo stesso sito.

Nel primo di tali testi (Comito, 2011, a) prendevamo lo spunto dalle nuove norme di Basilea III che prevedono, sia pure entro l’orizzonte temporale del 2019, che i mezzi propri delle banche siano portati almeno al livello del 7% delle attività ponderate per il livello di rischio delle stesse; per gli istituti più grandi le norme prevedono una percentuale aggiuntiva pari al 2,5% delle attività.

Mentre il sistema bancario tenta di opporsi con tutti i mezzi all’innalzamento dei livelli di capitale, una serie di studi, di cui nell’articolo citato si danno delle indicazioni, mostra che le norme di Basilea appaiono largamente inadeguate e che in realtà il livello dei mezzi propri dovrebbe essere portato almeno al 16-20% degli asset.

Per completezza di informazione bisogna ricordare come dopo la stesura dell’articolo citato, il comitato di Basilea ha anche messo a punto alcune norme che riguardano il livello minimo di liquidità degli istituti. In effetti, il caso Dexia mostra che le banche possono saltare non solo per una carenza di mezzi propri, ma anche per insufficienza di mezzi liquidi. Il tema deve essere ancora definito nei dettagli, ma i principi di base delle nuove regole dovrebbero essere due: da una parte le banche dovrebbero mantenere attività liquide a un livello tale da poter sopravvivere a una crisi di 30 giorni, dall’altra esse dovrebbero aumentare il livello dei fondi a lungo termine.

Rispetto alla situazione sopra descritta le novità delle ultime settimane sono due.

La prima è stata portata alla ribalta da Christine Lagarde, la nuova direttrice del Fondo Monetario Internazionale, sulle cui dichiarazioni si veda meglio il secondo articolo citato (Comito, 2011, b). Lagarde ha messo in rilievo la sottocapitalizzazione delle banche europee, un portato in particolare della crisi del debito sovrano dei paesi del Sud del continente, con la necessità di arrivare quindi a delle forti iniezioni di capitali freschi nelle medesime. Dopo Lagarde, hanno sparso l’allarme anche autorevoli esponenti delle istituzioni europee, quali Trichet e Barroso.

A quanto ammonterebbero i fabbisogni degli istituti del nostro continente? Naturalmente le stime divergono a seconda di quali ipotesi si facciano sullo sconto che bisogna realisticamente applicare ai titoli pubblici dei vari paesi.

C’è chi, compresa una buona parte degli analisti, stima il fabbisogno in “solo” 100-200 miliardi di euro.

Il Fondo Monetario Internazionale ha fatto una stima pari a 287 miliardi di dollari; a questa cifra bisognerebbe aggiungere quelle relative alle perdite collegate al fatto che molti istituti posseggono in portafoglio assets di altre banche e la cifra sopra citata potrebbe quindi anche raddoppiare.

Secondo un’analisi della Goldman Sachs le cifre non sarebbero molto discoste (Le Monde, 2011). Applicando uno sconto del 60% ai titoli greci, del 40% a quelli portoghesi e irlandesi e del 20% a quelli spagnoli e italiani presenti nei bilanci delle banche europee, l’istituto statunitense è arrivato a una cifra non molto discosta da quella dell'Fmi e pari a 298 miliardi di euro.

La seconda novità è rappresentata dal fatto che la nuova Autorità europea per la supervisione del sistema bancario, anticipando in qualche modo e indurendo le richieste di Basilea III, ha approvato l’idea che le banche debbano portare il loro livello di mezzi propri almeno al 9% degli asset e questo entro sei-nove mesi e comunque dopo aver ripulito i loro bilanci del peso dei titoli sporchi. La misura peraltro deve ancora essere discussa dai governi nazionali e dalle autorità di Bruxelles.

Il problema, oltre che grave, appare urgente

L’urgenza nell’affrontare il problema della ricapitalizzazione è stata sollecitata molto di recente dalla crisi della Dexia, per la soluzione della quale sono intervenuti i governi di Francia, Belgio e Lussemburgo stanziando circa 100 miliardi di euro tra capitali veri e propri e garanzie. Da sottolineare che in questo caso i governi interessati sono intervenuti in pochissimi giorni, mentre nel caso della Grecia la cosa rischia di trascinarsi ormai per alcuni anni. Da ricordare inoltre che appena qualche settimana prima lo stress test fatto dalle autorità europee sui bilanci della banca non avevano rilevato alcun problema.

Inoltre, va sottolineato che i problemi di liquidità delle banche si vanno aggravando; dopo il rifiuto degli investitori istituzionali statunitensi di prestare altri fondi a breve termine alle banche del continente, ora le stesse banche europee diffidano l’una dell’altra e preferiscono collocare le loro liquidità temporanee in parcheggio presso la Bce.

Va anche considerato che i problemi legati al debito sovrano e alla crisi delle banche si rafforzano a vicenda, come avevamo già indicato nel nostro articolo e come viene sottolineato ora, tra l’altro, da G. Soros (Soros, 2011).

Ricordiamo che, nel frattempo, il valore di borsa delle azioni delle banche europee è caduto del 40% in tre mesi, mentre le loro difficoltà tendono a trasferirsi anche al sistema finanziario degli Stati Uniti (The Economist, 2011).

Inoltre, va sottolineato come un totale stimato di 250 miliardi di euro di obbligazioni emesse dalle banche europee verrà a scadenza nei primi mesi del 2012 e che nell’attuale situazione di mercato sembra impossibile che possano essere rinnovate (Jenkins, 2011).

Come risolverlo?

Uno volta definita in maniera realistica l’entità approssimata del fabbisogno, un aspetto ancora non verificato, bisogna decidere come intervenire per risolvere il problema.

In primo luogo, sul piano delle esigenze di liquidità, la Bce deve continuare a estendere i suoi interventi di supporto al sistema. Si pensa in effetti all’ipotesi che l’istituto potrebbe portare tali interventi sino a 24 mesi.

Per quanto riguarda il problema dei rapporti di capitale, intanto le banche potrebbero liquidare una parte almeno delle loro attività e ridurre il livello del credito alla clientela, quel che nessuna persona responsabile sembra, per ovvii motivi, auspicare.

Per quanto riguarda la cessione di assets, le banche sperano nell’intervento dei fondi sovrani del Medio Oriente, del Nord America e dell’Asia.

Se gli istituti fossero costretti a portare a breve il loro livello di capitale al 9%, una parte consistente del sistema bancario minaccia di ridurre il livello del credito disponibile per il sistema economico.

Gli istituti potrebbero poi annullare o ridurre per qualche anno la distribuzione di dividendi agli azionisti e ridimensionare finalmente i bonus distribuiti ai loro alti dirigenti.

Ma tutto questo potrebbe non bastare, né sarebbe in questo momento sufficiente cercare di ricorrere ad aumenti di capitale da collocare sul mercato, dato che gli investitori non sarebbero molto ansiosi di sottoscrivere nuove emissioni.

A questo punto resterebbero i fondi cinesi o sauditi ma, da una parte, i governi europei non sarebbero entusiasti di un loro arrivo in forze, dall’altra gli stessi fondi sovrani sono già rimasti scottati dalla crisi del 2008, quando in particolare gli americani hanno venduto loro della carta straccia a caro prezzo.

Alla fine non resterebbe quindi che l’intervento pubblico.

L’intervento pubblico

Un aumento di capitale direttamente da parte dei singoli stati sarebbe anch’esso in questo momento molto difficile: siamo di fronte a entità già alle prese con i propri debiti. Qualcuno suggerisce che gli stati potrebbero semplicemente fornire la loro garanzia all’emissione di obbligazioni da parte degli istituti.

Ci sarebbe ancora il fondo salva stati.

Ma tale fondo era stato a suo tempo varato soprattutto per aiutare i paesi europei in difficoltà; se esso venisse invece utilizzato per garantire le banche, resterebbero ben poche risorse per gli stati in crisi.

Nota però un autorevole giornalista del Financial Times (Munchau, 2011) che vi è una debolezza strutturale del fondo: quella che ogni paese garantisce tutti gli altri, in una specie di gioco di domino. Così la parte di garanzia apportata dall’Italia al sistema è pari al 18% del totale e questo 18% manca certamente di credibilità, dal momento che il paese non è neanche in grado di garantire i propri debiti; anche se poi la Francia appare in migliore forma, la sua garanzia a favore dell’Italia manca anch’essa di credibilità e infine la stessa garanzia della Germania per la Francia non sta in piedi. Per rendere il fondo credibile, oltre che aumentarne di molto le dimensioni, bisognerebbe adottare un sistema di garanzie congiunte, nel quale gli stati membri garantiscono insieme i debiti di tutti gli altri, oppure bisognerebbe arrivare a una garanzia illimitata da parte della Bce. Ma per il momento ne siamo lontani.

Contro l’intervento pubblico a favore del sistema bancario si possono comunque avanzare diverse osservazioni:

- intanto bisogna ricordare che andando avanti su tale strada continuerebbe una incredibile divaricazione di comportamenti da parte degli stati nazionali: se bisogna salvare le banche si trovano subito i soldi, in un modo o nell’altro; quando si tratta invece di aiutare le classi più disagiate e di avviare processi di sviluppo i soldi non ci sono ed anzi si portano avanti con accanimento tagli indiscriminati di risorse. Ricordiamo, seguendo una ricerca Mediobanca (Livini, 2011), come tra il 2008 e il giugno del 2011 i contribuenti europei e statunitensi abbiano già sborsato 2.700 miliardi di euro per puntellare i bilanci delle banche occidentali, una somma pari al debito pubblico di Italia, Spagna e Grecia messe insieme. Se si aggiunge il salvataggio recente della Dexia e delle banche danesi si arriva a circa 3.000 miliardi. E il problema appare lungi dall’essere risolto;

- per altro verso, appare opportuno smetterla di trattare molto meglio i portatori di obbligazioni delle banche rispetto ai contribuenti; se le banche sono in difficoltà, si pensi a farne sopportare i danni prioritariamente a chi ha prestato loro del denaro e non a chi non c’entra niente;

- infine, bisogna ricordare che chi mette i soldi in una impresa, deve anche avere i poteri di governo; se le banche dovessero essere salvate con i fondi pubblici, bisognerebbe nazionalizzarle. E noi pensiamo che, alla fine, in particolare per alcuni istituti, non resta altra soluzione.

Ma, d’altro canto, se la radice del problema delle banche sta, almeno in parte, nella crisi degli stati sovrani, bisognerebbe intervenire prioritariamente su questo fronte.

 

Testi citati nell’articolo

Comito V., Banche e rischi, lavori infiniti in corso, old.sbilanciamoci.info, 15 marzo 2011, a

Comito V., La crisi dell’economia del debito, old.sbilanciamoci.info, 29 settembre 2011,b

Jenkins P., Europe’s bank recapitalisation plan must change, www.ft.com, 17 ottobre 2011

Le Monde, Paris approuve l’idèe de recapitaliser les banques, www.lemonde.fr, 14 ottobre 2011

Livini E., E per salvare la finanza dal crack 3 mila miliardi dai contribuenti, La Repubblica, 14 ottobre 2011

Masters B., Banks to be forced to boost liquid assets, www.ft.com, 9 ottobre 2011

Munchau W., The fallacy of the “big bazooka”, www.ft.com, 12 ottobre 2011

Soros G., La BCE tracci la rotta delle banche, Il Sole 24 ore, 14 ottobre 2011

The Economist, Danger everywhere, 8 ottobre 2011

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Commenti

Bancario da 31 anni

Assunto nell'81 al fu Credito Italiano allora Banca IRI e quindi controllata dallo Stato ancorchè quotata in Borsa, ho vissuto in prima persona la completa privatizzazione del 92 (gestita dal governo non si sa se in modo sciocco, criminale o complice) con la quale per il controllo il gruppo Ras Allianz spese veramente poco e insediò subito un proprio esponente (il Dr. Alessandro Profumo) addirittura in una carica inventata ad hoc. Secondo me Profumo ha fatto meglio di quanto dicano i detrattori e peggio di quanto dicano i suoi sostenitori. Sembra una sciocchezza (forse lo è) ma mi spiego: non ha distrutto tutto quello che poteva essere un certo clima di assistenzialistico e paternalistico 'clima di welfare interno'; contemporaneamente non ha spezzato definitvamente le catene tipiche dell'impresa a partecipazione statale cioè una certa inefficienza, una approssimativa meritocrazia e in definitiva una modernizzazione molto di facciata e un po' meno di sostanza. Questo anche dopo l'integrazione con Rolo e Casse di Risparmio, la fusione con HypoVereins di Monaco e poi con Capitalia di Roma. Per come la vedo io nazionalizzare Unicredit è difficile: lo nazionalizza la Germania o l'Italia ? o un altro dei 25 paesi dove siamo ? Per il resto: ho 51 anni + 31 di banca. Se devo stare qui fino a 67 di età + 47 di lavoro (quota 114, laddove anni fa si è discusso all'infinito su 'quota 95 o quota 97' !?!) è meglio che cominci a trovarmi una badante perchè mi sarà difficile pure trovare la tastiera del Pc...

La capitalizzazione delle Banche.

L'analisi condotta non può non suscitare diverse perplessità perchè spazia dal campo dell'economia internazionale all'ambito più ristretto della situazione europea, inserendo qualche riferimento ad aspetti specifici degli Stati Uniti. Non è poi chiaro se l'ipotesi sia limitata all'Italia od alla comunità ovvero, ancora, all'intero occidente. Credo sia necessario rielaborarla con criteri sistematici ed espositivi più ordinati e, principalmente, logicamente sequenziali. Talune note meritano, tuttavia, precisazioni che ritengo essenziali. La prima è quella che il potere economico ha ormai spodestato i governi occidentali di ogni potere di controllo sulle attività finanziarie. Le stesse Banche centrali sono state private sia di strumenti preventivi di controllo, che di strutture adeguate e dotate dei necessari poteri per esercitare una vigilanza efficace. Per quanto riguarda il nostro paese, poi, il contraccolpo di questo effetto di supremazia del potere economico si é amplificato per una riforma, inopportuna quanto lacunosa e carente, adotatta da un governo (Amato) improvvisato e sul fronte dell'economia assolutamente incompetente. E, per quanto assurdo possa sembrare, la sostituzione della classe dirigente, certamente non eccelsa, di provenienza dal mondo politico è avvenuta con un management (comunque non alieno da suggerimenti politici) tanto inadeguato sotto il profilo professionale, quanto ingordo nell'autoliquidarsi remunerazioni plurime semplicemente immorali. Il rapporto tra lo stipendio di un impiegato e quello del direttore generale che prima della riforma era di 1 a 20, oggi si è attestato su un parametro da 1 a 100, al netto dei benefit ed elargizazioni varie.
Ma non solo. La scarsa qualità di questa dirigenza ha provocato il generale progressivo impoverimento della professionalità della categoria che è divenuta succube di sistemi di gestione di tipo industriale che hanno messo in crisi l'intera attività creditizia. Da qui una crescita incontrollata delle sofferenza, non di rado infondate, un crollo degli affidamenti che riducono i margini economici e frenano la crescita economica e, quindi, l'espansione dei mercati già logorati dalla concorrenza estera.
Quindi, prima di capitalizzare occorre studiare bene lo stato del settore e valutare le ragioni di un malessere che, come tutti i fatti economici, ha radici d'ordine sociale che, ormai, travalicano i confini di un paese o di una circoscritta area, ma interessano l'intero pianeta. Evitiamo i pannicelli caldi e cerchiamo di trovare con rigore ed attenzione le ragioni vere del problema e, quindi, dedicare ogni impegno e la necessaria fantasia alla ricerca di soluzioni vere.
Cordialità,

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