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Fondazioni bancarie sotto attacco

28/01/2013

La vicenda del Monte dei Paschi di Siena pone ancora una volta la questione del ruolo delle fondazioni bancarie. È bene premettere che uno scandalo come quello dei derivati dell'Mps non è certamente nuovo nel mondo finanziario. Gran parte delle maggiori banche del pianeta è stata pesantemente toccata da perdite sui derivati

Non si può quindi dare solo la colpa alla politica e alle fondazioni. Il nodo centrale del problema può essere sintetizzato da un concetto espresso da Gustavo Zagrebelsky in occasione del congresso dell'Acri (l'associazione che raggruppa tutte le fondazioni bancarie), nel giugno 2009. Affermava allora il giurista torinese: «... le fondazioni occupano (...) uno spazio precario, perché esposto alle pressioni e alle tentazioni che vengono dai due lati dell'esposizione, l'economia e la politica. Il raggiungimento e la difesa dell'equilibrio sono tutt'altro che facili, in un contesto come il nostro, dominato da stretti legami tra politica e finanza, entro i quali le fondazioni sono chiamate a destreggiarsi...».
Il problema appare del resto ancora più vasto e riguarda, più in generale, il rapporto tra l'intervento pubblico in economia e l'autonomia del sistema delle imprese. Esso è sembrato funzionare abbastanza bene tra gli anni Trenta e almeno la fine degli anni Sessanta, in particolare con strutture come l'Iri e l'Eni che hanno contribuito in maniera fondamentale alla ricostruzione del paese nel dopoguerra, nonché alla messa in opera di un importante sistema industriale. Si era instaurato, sia pure con qualche problema, un certo equilibrio tra politica ed economia, equilibrio che aveva contribuito non poco ai risultati ottenuti.
Poi, ad un certo punto, Amintore Fanfani teorizzò nella sostanza che i manager delle imprese pubbliche dovevano prendere ordini dal partito tutte le mattine. Da allora il rapporto tra politica-politici e imprese non ha più funzionato molto bene nel nostro paese.
Come è noto, dopo la guerra il sistema bancario è stato sostanzialmente controllato dalla Dc, anche se, con il prosieguo del tempo, il Psi cercherà di afferrare una parte della torta. Il settore è asfittico, provinciale, polverizzato; c'è un cartello tra le banche che ha una veste persino ufficiale. Ma, poi, con la progressiva apertura internazionale della nostra economia, con un sistema delle imprese che si era fatto più complesso, con l'evoluzione dell'opinione pubblica, con gli interventi di Bruxelles nel senso di una rapida liberalizzazione, il sistema non regge più. Ecco che si cerca di cambiare.
Così nel 1990 viene approvata la legge Amato-Carli, che sarà poi perfezionata con la riforma Ciampi del 1998-99; l'obiettivo di tali norme era quello della privatizzazione degli enti creditizi pubblici tramite la loro trasformazione in società per azioni, sotto il controllo di fondazioni. Queste ultime, da un lato controllano le banche, dall'altro devono perseguire scopi non di lucro. Si tratta di società di diritto privato ma senza azionisti privati, che devono dedicare il loro patrimonio allo sviluppo delle comunità locali, alla difesa della cultura, del patrimonio artistico, della ricerca, dell'ambiente, al volontariato, ecc.
I consiglieri vengono cooptati dai vertici con meccanismi complessi di carattere prevalentemente politico, dal momento che gli enti locali hanno ampi poteri di designazione. Bisogna ricordare che, nella sostanza, le fondazioni sono nelle mani di ex-politici e faccendieri di varia origine, e l'ingerenza della politica nei consigli di amministrazione appare pesante. Nel caso del Monte dei Paschi sembra che il consiglio fosse in mano alla Margherita e che peraltro, lungi gli enti locali senesi dal controllare lo stesso consiglio, fosse semmai quest'ultimo a dettar legge, con la sua potenza finanziaria, agli stessi enti locali.
Si pone oggi il problema di cosa fare.
Ricordiamo che già diversi mesi fa gli economisti Tito Boeri, Luigi Guiso, Luigi Zingales, Roberto Perotti, in un articolo apparso su Il Sole 24 Ore, hanno attaccato le fondazioni, ricordando come esse rappresentino la longa manus del potere politico nell'economia e come negli ultimi anni il loro patrimonio avesse perso il 40% circa del suo valore. Ma gli economisti dimenticavano di precisare che tale caduta non era imputabile alle fondazioni, ma alla perdita di valore sul mercato azionario dei titoli bancari esistenti nel portafoglio delle stesse, secondo un fenomeno che ha toccato tutte le principali banche europee.
Più in generale, gli economisti neoliberisti chiedono da tempo lo smantellamento delle fondazioni, la svendita del loro patrimonio per contribuire a ripagare il debito pubblico, la privatizzazione completa del sistema bancario nazionale. Ma, come lo stesso ministro del Tesoro Vittorio Grilli aveva a suo tempo dichiarato, non si può espropriare il patrimonio di enti privati quali sono le fondazioni e comunque è meglio ancorare le banche italiane ad azionisti nazionali stabili che hanno un'ottica non speculativa, ma di lungo periodo. Con la cessione sul mercato del capitale degli istituti, in assenza di investitori privati nazionali disponibili, il nostro sistema finanziario cadrebbe nelle mani della finanza estera, compresi fondi di private equity e simili.
Di fronte a tali obiezioni i quattro economisti sono tornati alla carica suggerendo invece che la proprietà delle banche potrebbe passare ai fondi comuni di investimento nazionali; ma gli stessi fondi comuni, come ha replicato Massimo Mucchetti, sono attori istituzionali che scelgono di volta in volta i prodotti su cui investire per aumentare i rendimenti, e quindi non possono diventare degli azionisti stabili.
Ma ancora su Repubblica del 25 gennaio 2013 Tito Boeri sostiene che bisogna separare nettamente politica e banche, concludendo che le fondazioni devono uscire dal capitale delle stesse.
La nostra posizione è invece quella che l'impianto del sistema, come ancora ieri dichiarava anche Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, deve essere salvaguardato e che le fondazioni devono continuare ad avere un ruolo stabile nell'assetto proprietario delle maggiori banche italiane. Si pone peraltro il problema, oltre che di maggiore trasparenza e maggiori controlli, di come democratizzare la gestione delle stesse e, più in generale, di come fissare un rapporto adeguato tra politica ed economia. È una questione che richiederebbe un altro articolo.
Comunque si può intanto affermare che un elemento importante della riforma dovrebbe essere quello di cambiare i criteri di nomina dei consiglieri, rendendoli trasparenti e aperti, favorendo l'ingresso negli stessi consigli delle associazioni e dei comitati di cittadini e magari, perché no?, dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori.

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Commenti

Fondazioni di origine bancaria

Condivido la citazione di Gustavo Zagrebelsky, che aiuta a comprendere bene i contorni della discussione, soprattutto alla luce dell'evoluzione del sistema bancario che ha portato alla nascita delle Fondazioni di origine bancaria (e non, sempliocemente, "bancarie" tout court).
Spero che nessuno rimpianga la situazione precedente, nella quale la politica nominava direttamente gli amministratori delle Casse di Risparmio, Banche del Monte ed Istituti di Credito di diritto pubblico (per inciso, in molti casi nati per iniziativa privata e poi "nazionalizzati"), con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: alcune realtà tutto sommato gestite
in modo da non essere del tutto dissanguate (specialmente al nord ed al centro), altre gestite così male (soprattutto al sud) da dover essere assorbite da altre, perché sostanzialmente senza più patrimonio.
E' questa la principale causa (forse con la sola eccezione del Banco di Napoli, le cui perdite probabilmente furono amplificate per consentire alla Banca Nazionale del Lavoro di "salvarsi" attraverso la plusvalenza realizzata a seguito dell'acquisto e della successiva rivendita del Banco ad Intesa) della scarsa dotazione patrimoniale delle Fondazioni di origine bancaria al sud, mentre il loro ridotto numero è essenzialmente dovuto al fatto che la presenza del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia (che erano Istituti di emissione) non aveva favorito la nascita delle Casse di Risparmio.
Del resto, le Fondazioni di origine bancaria hanno sentito l'esigenza di operare per favorire il riequilibrio di questa situazione, e nel 2006 hanno creato la Fondazione con il Sud, cui hanno devoluto complessivamente oltre 300 milioni di euro (direttamente o attraverso i Centri per il Volontariato, a loro volta finanziati sempre dalle Fondazioni, ex L. 266/91).
Certo, si può sostenere che anche oggi i consiglieri delle Fondazioni di origine bancaria vengano designati (e non cooptati dai vertici) "con meccanismi complessi di carattere prevalentemente politico", ma questo non perché gli enti locali abbiano "ampi poteri di designazione"; la legge dispone infatti che le modalità di designazione e di nomina contenute negli Statuti (approvati dal Ministero dell'Economia) siano " ... ispirate a criteri oggettivi e trasparenti, ... e dirette a consentire una equilibrata, e comunque non maggioritaria, rappresentanza di ciascuno dei singoli soggetti che
partecipano alla formazione dell’organo". Ergo: nessun ente (sia pubblico sia privato) può designare "formalmente" la maggioranza dei consiglieri delle Fondazioni di origine bancaria, e mi sembra quindi un po' apodittico asserire (come fatto nell'articolo) che "... nella sostanza, le fondazioni sono nelle mani di ex-politici e faccendieri di varia origine, e l'ingerenza della politica nei consigli di amministrazione appare pesante".
Oltre alla banale constatazione che un'affermazione del genere rischia di uniformare nella generica stroncatura realtà diverse che probabilmente si comportano ed hanno stili di governance diversa, mi sembra doveroso sottolinerae che dove si verificassero effettivamente situazioni del genere ciò sarebbe dovuto al fatto che i vari enti designanti (oltre agli enti locali anche Università, Curie, Camere di Commercio, Associazioni di categoria, Associazioni di Volontariato ecc.) avrebbero sostanzialmente abdicato ad esercitare in piena autonomia le facoltà loro riconosciute dagli Statuti, evidentemente perché anche a loro starebbe bene designare "ex-politici e faccendieri di varia origine".
Se questa fosse realmente la situazione generale, allora bisognerebbe concludere che il problema non sta tanto nelle Fondazioni di origine bancaria, bensì nel profondo deficit di adeguatezza (con conseguente sudditanza psicologica) della classe dirigente, sia pubblica sia privata, del nostro paese, al punto da far dubitare della concreta applicabilità dei principii democratici; ma se questo fosse vero, la soluzione potrebbe mai essere quella di rendere le cariche elettive ? E quindi soggette ancor di più alla mutevolezza delle maggioranze ? Aggiungere i sindacati tra gli enti designanti sortirebbe qualche effetto diverso dall'avere nei consigli anche ex-sindacalisti oltre che ex-politici ?
Simile discorso si può fare per l'invocata maggiore trasparenza e per i parimenti invocati maggiori controlli; la legge già li prevede, ed affida i controlli (compresi quelli sulla trasparenza) al Ministero dell'Economia. Ergo: abbiamo bisogno di nuove "grida manzoniane" o di prendere atto che, per separare di più la politica dalle banche, la vigilanza sulle Fondazioni di origine bancaria va affidata ad un'Autorità tecnica ed indipendente (come la Banca d'Italia) ?
Infine, malgrado il diverso parere di Fassina, non vedrei nulla di strano se il legislatore, dopo aver vietato alle Fondazioni di origine bancaria di detenere la maggioranza delle banche conferitarie, rimuovesse anche le residue accezioni a tale principio (Fondazioni con patrimonio inferiore a 200 milioni di euro o operanti nelle regioni a Statuto speciale), o addirittura qualificasse maggiormente il principio vietando le partecipazioni in banche, ancorché non di controllo, oltre una certa quota del patrimonio delle Fondazioni (onde evitare fenomeni di concentrazione o di dipendenza dagli utili della partecipata).
Invito poi a riflettere su una circostanza: l'asserzione secondo la quale " ... l'impianto del sistema ... deve essere salvaguardato e ... le fondazioni devono continuare ad avere un ruolo stabile nell'assetto proprietario delle maggiori banche italiane" ha un senso solo se si ammette che non ci sono e ragionevolmente non ci possono essere a breve altri soci stabili interessati a rilevarne le partecipazioni. Ora, normalmente un privato investe stabilmente dove spera di ricavarne un utile, e quindi, poiché le banche oggi non rappresentano un investimento profittevole (di fatto, evidenziano redditività inferiore al costo del capitale), il ragionamento sotteso all'asserzione di cui sopra è "meglio non toccare nulla, nell'attesa che la situazione cambi o che si addivenga ad una nuova pubblicizzazione del settore"; vale la pena di chiamare le cose col proprio nome, così almeno il dibattito sarà più trasparente.

e la Banca d'Italia?

A sinistra è vietato parlar male della Banca d'Italia. Ma è possibile che dal 2008 (quando sono scoppiati i subprime) a oggi la Vigilanza non sia riuscita a mettere a punto un modulo di vigilanza, come i tanti che fa compilare alle banche, in cui ogni 3 mesi, consapevoli dei rischi penali e civili, i responsabili di ogni banca elencano le loro posizioni in derivati , analizzandone natura, controparte e scadenza? Serve anche a censire il rischio paese. Han fatto bene a mandare Tarantola alla RAI, ma se tanto mi dà tanto , metterà i TG in mano a Sallusti...

FONDAZIONI BANCARIE SOTTO ATTACCO

Sono un attento lettore si Sbilanciamoci, ma non condivido assolutamente la conclusione dell'articolo sulle Fondazioni bancarie.
Certamente bisogna rilevare il carattere "strano" delle privatizzazioni italiane: capitali privati che mettessero soldi non se ne sono visti, qua e là si sono costituiti "nocciolini duri" (vedasi Telecom) che poi non hanno saputo gestire niente, così Telecom è diventata oggetto di pura speculazione (prima Colaninno, poi Tronchetti Provera). Alla fine i capitali privati sono usciti, dopo il disastro, indennizzati da investitori istituzionali (Mediobanca, Intesa, Generali), l'azienda è a pezzi e super indebitati, al punto che neanche telefonica la vuole più (salvo Tim Brasil). La vicenda di Alitalia è ancora peggio: 3 miliardi di euro scaricati sul contribuente, quattro soldi messi dapi privati per fare figura e poi l'azienda finirà ad Air France, senza una lira per i contribuenti paganti. I Benetton hanno preso in mano Autostrade e Autogrill e ci fanno su un bel po' di soldi, senza rispettare magari gli impegni di investimento.
Nelle banche sono rimaste a comandare le Fondazioni e le fusioni hanno creato giganti dai piedi d'argilla, le banche sono comunque scalabili e anche qui il controllo rischia di fine all'estero.
Chiedere di fare entrare nei CdA delle Fondazioni i rappresentanti dei lavoratori significa nascondersi dietro al dito: avete idee di cosa hanno combinato nel CDA della Banca Popolare di Milano? Hanno garantito le promozioni dei propri dirigenti spartendo con Ponzellini (ex- presidente agli arresti domiciliari) la responsabilità di affondare la banca. Il ruolo dei sindacalisti nel co.gestire le nomine al Monte dei Paschi sono state denunciate persino da Massimo Mucchetti.
D'altronde i sindacalisti che premono per entrare nei C.D.A (la Fabi è vicina al'obiettivo per quanto riguarda UBI) sono gli stessi che firmano accordi non condividi dai loro rappresentati: lo sapete che l'ultimo contratto del credito, firmato all'inizio del 2012, è stato sostanzialmente bocciato dalle assemblee. Che per simulare un risultato positivo hanno deciso di NON fare le assemblee nelle zone e nelle aziende dove sapevano di perdere?
E questi dovrebbero entrare nella stanza dei bottoni? Ma per cortesia....

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