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Acciaio, servizi locali, finanza: il degrado del sistema Italia

03/01/2013

L’accaieria Ilva, la multiutility Hera, la Cassa Depositi e Prestiti hanno in comune una deriva pericolosa nei rapporti tra grandi imprese e territori in cui operano, tra potere economico e potere politico. Promemoria per una nuova politica industriale

Il 2012 ha visto rilevanti mutamenti nella situazione e nelle strategie di molti gruppi industriali italiani di dimensione grande e medio-grande, mutamenti che non sono stati positivi per le sorti del paese. Vediamo tre casi, che, pur nella diversità - di dimensioni aziendali, di controllo azionario, di settori di attività, di risultati economici - hanno qualcosa in comune: sono rappresentativi di una tendenza verso la deriva del nostro sistema industriale e finanziario e, in particolare, verso rapporti ancora più malsani con la società e la politica.

Il caso Ilva

L’Ilva, l’acciaieria di Taranto, non ha solo il problema del rispetto delle norme antinquinamento. Dietro di esso c’è un’altra questione altrettanto importante: la capacità dell’azienda di stare su un mercato sempre più difficile senza essere travolta. I due temi si intersecano tra di loro. Un’impresa con impianti aggiornati sul piano ambientale e tecnologico potrebbe giocare molto meglio la partita sul mercato internazionale dell’acciaio.

Sul primo punto, i fatti che sono emersi mostrano un gruppo che nel corso degli anni ha trascurato di osservare le più elementari norme sul fronte ambientale e su quello del lavoro, come testimoniato anche dai molti procedimenti giudiziari che esso ha dovuto subire. Poteva far questo anche per la complicità del governo e delle strutture tecniche preposte al controllo; solo l’intervento della magistratura ha permesso di portare alla ribalta il problema.

Sul secondo problema, il gruppo di controllo ha gestito sino a ieri l’azienda con una strategia molto “casalinga”, con favori da parte del governo e con rapporti con i dipendenti e la comunità circostante da vecchio “padrone delle ferriere”. L’Ilva è stata più attenta a speculare sul prezzo delle materie prime che a dotarsi di una lungimirante strategia industriale. Ora non sembra avere le capacità di far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita e che tende a erodere le quote di mercato in Italia, dove il gruppo colloca i due terzi della sua produzione. Oltre ad essere poco presente sui mercati internazionali e ad avere dimensioni ridotte rispetto ai concorrenti principali, la proprietà dell’Ilva non è in grado di mobilitare le grandi risorse finanziarie che servirebbero per reggere la scena e neanche soltanto quelle necessarie per portare avanti il programma in tema ambientale richiesto ora dal governo.

Ci sembra che solo un intervento in prima persona dei poteri pubblici sul fronte della proprietà e della gestione aziendale, nonché su quello finanziario, potrebbe permettere all’azienda di negoziare con qualche gruppo straniero un intervento di salvataggio che ne preservi un’italianità almeno parziale.

La gestione di Hera

Il settore dei servizi pubblici locali è assai diverso dall’acciaio, ma offre lezioni importanti, a partire dal caso di Hera, la multiservizi a controllo pubblico che opera in Emilia Romagna e Marche, costruita aggregando molte aziende municipalizzate locali. All’origine di strutture come Hera c’è l’idea liberista – che ha imperversato anche a sinistra – sulla trasformazione dei molti servizi pubblici locali in grandi aziende con comportamenti di mercato. Sono state così incoraggiate le operazioni di crescita di strutture politico-burocratiche sostanzialmente poco efficienti, fonte di inquinamento nei rapporti tra pubblico e privato, portatrici di inflazione.

Secondo quanto documenta la Cgia di Mestre, negli ultimi 10 anni si sono registrati nel nostro paese aumenti record nelle tariffe per l’acqua (+71,8%), per il gas (+59,2%) e per i rifiuti (+56,3%), proprio alcuni dei settori principali in cui operano queste società, mentre l’inflazione è cresciuta nello stesso periodo in generale del 24,5%.

A causare l’impennata dei prezzi c’è l’aumento delle tasse, ma sono rilevanti anche gli aumenti delle tariffe dei servizi pubblici. Alla forte crescita delle bollette non è peraltro corrisposto un corrispondente aumento della qualità dei servizi offerti ai cittadini, anzi in molti casi essa è peggiorata.

Che non ci siano ragioni importanti di economia di scala né altri vantaggi significativi in diverse delle attività gestite dalle multiutility è testimoniato, oltre che dai risultati economici poco brillanti, dal caso tedesco, paese nel quale, almeno nel settore dell’energia, si sta tornando con decisione alle vecchie municipalizzate su base locale.

Il modello di funzionamento di Hera e di altre società del genere appare semplice e perverso: data la scarsa efficienza della sua gestione, la società aumenta in misura rilevante le tariffe e così ottiene un modesto utile annuale, che versa interamente nelle casse dei soci, che sono poi in maggioranza i comuni. Questi ultimi, affamati come sono di soldi, sono obbligati a vedere di buon occhio la sviluppo di tali strutture. Per finanziare la distribuzione dei dividendi Hera è costretta ogni anno ad aumentare il livello dei suoi debiti, livello che nel giro di qualche tempo diventerà preoccupante. Intanto negli ultimi anni è stato significativamente ridotto il livello degli investimenti. Si tratta di una strategia senza sbocchi.

Nel caso della Hera, come di strutture consimili, la ricetta più adeguata non può che consistere in un loro smantellamento progressivo, con un ritorno a servizi pubblici a dimensione più vicina al territorio.

La Cassa Depositi e Prestiti

Veniamo alla finanza “pubblica”. Sino al 2003 la Cassa Depositi e Prestiti (CDP), organismo controllato dal Tesoro, svolgeva in maniera dignitosa il suo compito istituzionale, che era quello di raccogliere i depositi postali e di impiegarli per finanziare gli enti locali.

Nel 2003 il governo decideva di privatizzare la struttura, trasformandola in società per azioni, inserendo nel capitale le fondazioni bancarie, mentre allargava i suoi obiettivi di lavoro, che comprendevano ormai anche il sostegno ai progetti privati, nonché il finanziamento e la partecipazione al capitale delle imprese. Si aggiungeva inoltre la promozione di programmi di edilizia pubblica, la protezione dell’ambiente, la valorizzazione del patrimonio immobiliare; ma questi ultimi obiettivi non hanno peraltro trovato alcuna applicazione rilevante.

La partecipazione al capitale da parte delle fondazioni è stata fatta pagare poco, mentre, dall’altra, esse hanno ottenuto un potere di co-decisione molto rilevante e, tra l’altro, hanno cercato di frenare l’attività della CDP nel settore dei finanziamenti agli enti locali.

Da allora, la Cassa interviene in maniera sempre più estesa nel sistema industriale del paese, cosa che in sè non sarebbe necessariamente negativa. Ma in concreto essa, nella sua azione, privilegia il sostegno al vecchio establishment, mentre fornisce un’equivoca copertura finanziaria allo stesso Tesoro per ridurre, ma solo formalmente, il debito pubblico.

Così essa acquisisce dal governo delle partecipazioni di controllo in alcune grandi strutture imprenditoriali, senza peraltro ottenere alcun potere decisionale, che viene lasciato alle vecchie consorterie burocratico-politico-affaristiche. Per altro verso, essa spinge in direzioni certamente poco accettabili. Valga ricordare soltanto tre casi recenti, quello dell’intervento nel settore delle multiutility e in specifico proprio nel caso Hera; il tentativo di sostenere finanziariamente e senza contropartite Telecom Italia; infine l’ingresso nel capitale di Generali.

Vediamo con qualche dettaglio quest’ultima operazione, ancora fresca d’inchiostro. Nella sostanza, il 4,5% del capitale di Generali viene trasferito dalla Banca d’Italia, che si trovava ormai in conflitto di interessi, al Fondo Strategico Italiano, controllato dalla CDP. La presenza del Fondo sarà totalmente passiva; essa ha accettato di impiegare le sue risorse per mantenere gli equilibri di potere economico preesistenti. Così Unicredit, che controlla in sostanza la compagnia, potrà stare tranquilla.

La CDP si può fregiare a questo punto del titolo di “banca di sistema”, un sistema peraltro decrepito, che andrebbe demolito. Un intervento sulla Cassa da parte del governo, oltre che un ritorno alla sua pubblicizzazione, dovrebbe prevedere una concentrazione dei suoi sforzi nel sostegno alla parte migliore delle nostre imprese, privilegiando, in particolare, gli investimenti orientati verso la creazione di occupazione e l’innovazione tecnologica, nell’ambito di un complessivo progetto di sviluppo ecocompatibile.

Nel caso di tutte e tre i gruppi sopra ricordati sarebbero necessari radicali mutamenti di strategia. Chissà se il governo che si formerà dopo le elezioni, nel quadro di un necessario ripensamento della politica industriale del paese, avrà la lucidità e il coraggio di intervenire nei tre casi citati per raddrizzare la rotta.

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Commenti

ancora su hera

all'obiezione di Claudio Arlati sulla contraddizione tra inefficienza e profitti ha risposto in gran parte Sylos Labini: basta trovarsi in situazione di monopolio o di oligopolio ed allora aumentando i prezzi dei beni e servizi prodotti (o trovando delle autorità compiacenti che lo fanno per te) e/o riducendo la qualità si ottiene facilmente il risultato desiderato; l'Italia è piena di risultati di questo genere. Io non ho peraltro parlato di lauti profitti, ma di utili "modesti".
Vedo poi che sia lo stesso Sylos Labini che Messina mettono giustamente in discussione il fatto che i servizi pubblici debbano essere gestiti con l'obiettivo della massimizzazione del profitto.
Vedo anche che ci sono delle idee diverse su come debba essere articolata l'organizzazione delle imprese nel settore; io sono fortemente convinto che bisogna intanto abbattere dei megabaracconi sensa senso alcuno e che l'organizzazione dei servizi deve essere portata quanto più vicina possibile ai cittadini che ne usufruiscono e che hanno il diritto di controllarla; i questo caso in particolare io penso che non ci si deve basare in effetti soltanto sulle variabili economiche, ma anche e soprattuto su quelle politico-sociali. Dopo di che, si può discutere su che livello dimensionale bisogna fissare la bussola e probabilmente, come sembra suggerire Sylos Labini, anche su una possibile risposta differenziata per i vari tipi di servizi forniti.
Confesso che anch'io qualche anno fa pensavo ( e lo ho anche scritto su di un volumetto dedicato al caso Finmeccanica) che sarebbe stato opportuno unire le forze di Eni, Enel e Finmeccanica per varare dei grandi progetti di investimento nel settore delle energie verdi, ma mi rendo conto che mettere insieme le consorterie di tali enti aggiungendovi anche Hera lo si può fare solo se si tratta di parlare di come spartirsi i mercati, altrimenti l'impresa appare impossibile. A meno che il nuovo governo abbia la capacità e la voglia di imporsi su di una tale linea, cosa che mi sembra peraltro molto difficile. Non ci resta comunque che sperare.

sul link

Il link non si apre, il titolo dell'articolo è questo:

Usa, aggirata la riforma Obama polizze sanitarie più care del 26%
In attesa dell'entrata in vigore nel 2014 di tutte le nuove norme volute
dal presidente, le compagnie americane stanno applicando pesanti rincari
dei premi assicurativi sulla salute. A farne le spese, come sempre, i soggetti più
deboli: chi deve comprare la polizza individualmente o le piccole imprese

Chissà perchè tutte le grandi imprese assicurative stanno alzando il prezzo delle polizze: ma negli USA non c'è la mitica concorrenza ????????????????????

risposta a Messina

Esprimere dei dubbi su Bersani significa sostenere Monti ?? Ci vuole proprio una grande immaginazione. Vorrei solo ricordare che Il PD con Bersani in prima fila pensa che le liberalizzazioni siano una delle chiavi per rilanciare la crescita dell'economia italiana, in perfetta sintonia con Monti. Peccato che questa gente non sa che in certi settori economici come l'energia, il credito e le assicurazioni la fantomatica concorrenza invocata dal PD e da Monti non esiste, ma vi sono imprese dominanti che controllano e si spartiscono il mercato.
Basta guardare agli Stati Uniti: http://www.repubblica.it/economia/2013/01/06/news/usa_aggirata_la_riforma_obama_polizze_sanitarie_pi_care_del_26_-50020642/?ref=HREC1-3

Allora se il centrosinistra pensa che con le liberalizzazioni si possa ottenere maggiore concorrenza e in questo modo rilanciare la crescita, allora è davvero fuori strada.
Personalmente, sono convinto che bisognerebbe usare le imprese energetiche ancora sotto il controllo pubblico come strumento di politica economica. Poi servirebbero anche banche pubbliche in concorrenza con quelle private. Certamente le imprese pubbliche devono essere indipendenti dai partiti politi che generano corruzione.
Per chi fosse interessato, il discorso è approfondito nel libro che ho scritto con Giorgio Ruffolo: Il film della crisi. La mutazione del capitalismo.

Politica industriale e imprese municipalizzate

L'impressione è che, seppur con la semplificazione e la sintesi di un breve articolo e dei relativi commenti, questa discussione abbia ben centrato alcuni nodi cruciali per il futuro dell'Italia: l'esigenza di una nuova politica industriale nazionale, la gestione dei beni comuni tra inefficienze delle gestioni partitiche e localistiche e bisogno di prossimità, banche pubbliche o meno e il caso CDP.

Condivido le valutazioni di Arlati sul fatto che le piccolissime gestioni municipali sono più inefficienti e foriere di corruzione. Ma condivido anche quelle di Comito sulla fallacia del modello di holding capitalistica per la gestione di infrastrutture pubbliche: dai tempi delle ferrovie inglesi l'Europa ha capito che beni comuni e in genere i quasi-mercati non ha senso siano gestiti in ottica di massimizzazione dei profitti, come illusoriamente i governi degli ultimi trent'anni hanno pensato. Sulla materia sarebbe il tempo di sperimentare con convizione la via maestra per coniugare interesse generale ed efficienza privata, che a mio modesto parere è quella della cooperazione di consumo. L'Italia ha una glioriosa tradizione, sa come si fa, occorerrebbe trovare il coraggio di sperimentare anche in questa direzione.

Su CDP, è evidente che Comito ha perfettamente ragione. E' stato Tremonti a trasformarla in quel mostro di interessi finanziari che oggi è, crocevia perverso di management pubblico corrotto, banchieri incapaci e fondazioni bancarie ancora in mano ai partiti politici. Il rischio, con la crescita incontrollata di CDP, è di tornare a quella "foresta pietrificata" che Amato e Ciampi provarono a scardinare nel 1992 con la riforma del Testo Unico Bancario.

Infine, non ho capito la domanda finale di Sylos Labini: vuole essere un indiretto endorsement a Monti? Personalmente, dubito che il professore sceso dal piedistallo e senza più la forza di essere super partes possa mai riuscire ad esprimere una politica indipendente e autonoma sulle grandi questioni industriali e finanziarie. I Casini (leggi Caltagirone e tutto ciò che significa tra finanza e industria) e i Montezemolo (idem, non solo Fiat) che lo sostengono, passeranno presto alla cassa. Così come farà il Vaticano. Semplifico, ma credo proprio che con la scelta di Monti di fare una sua lista, il tempo (illusorio) dei tecnocrati sia già finito. Torna quello della politica politicante. E allora Bersani, con tutti i limiti del partito che si porta dietro, ma anche alla luce del riformismo dimostrato anche nelle forme del fare politica (primarie e compagnia) possa dare più garanzie al Paese.

Certo, occorrerà trovare il coraggio di rimettere la politica industriale al centro dell'agenda. Oggi è sullo sfondo. Probabilmente è bene così perchè altrimenti il fuoco incrociato delle lobby diverrebbe presto insostenibile.
Se avrà la maggioranza, l'uomo delle lenzuolate è uno dei pochi che può riuscirsci.

Saluti.



oligopolio energetico

Non conosco bene la situazione di Hera, però, è possibile che Hera sia un baraccone burocratico che produce utili. Le due cose non sono incompatibili se consideriamo il fatto che Hera ha certamente un potere di mercato essendo un'azienda che opera in un settore oligopolistico. Su questo punto credo che Hera andrebbe gestita con altre finalità rispetto al conseguimento di profitti e alla distribuzione di dividendi agli azionsiti. Penso che Hera potrebbe aumentare l'impegno in ricerca e negli investimenti per lo sfruttamento dell'energia geotermica a bassa entalpia, dove ha delle competenze rilevanti. Credo che il prossimo governo dovrebbe puntare in modo deciso sulla geotermia, specialmente nel Mezzogiorno, attivando ENI (leader nelle prospezioni profonda), ENEL che opera nella geotermia ed Hera che gestisce l'impianto di teleriscaldamento a Ferrara. La geotermia rappresenta una fonte energetica immensa che dovrebbe essere sfruttata in misura molto maggiore (specialmente l'acqua calda per il riscaldamento). Inoltre, il futuro governo dovrebbe utilizzare queste aziende per creare un'Industria Nazionale dei Rifiuti che abbia la capacità di selezionare, di trattare e di riciclare tutti i tipi di materiali. I rifiuti devono trasformarsi da un disastro ad una fonte di ricchezza: è un problema che non può essere più rinviato e deve essere affrontato a livello nazionale. In questo ambito entra in gioco un discorso di impiantistica industriale e di sviluppo tecnologico che si affianca all’esigenza di potenziare la raccolta differenziata, un settore ad alta intensità di lavoro.
Voi credete che uno come Bersani possa mai avere la capacità di rilanciare l'intervento pubblico su obiettivi di interesse nazionale ??

hera

Mi pare che l'articolo su Hera sia poco documentato e contraddittorio : vi si dice che i Comuni percepiscono lauti guadagni (ed è abbastanza vero) e, nel contempo, che l'azienda è un baraccone burocratico. Ora : o l'una e l'altra cosa : o è un baraccone inefficiente o produce utili a meno che non si voglia dimostrare che i baracconi possono produrre cospicui utili.
L'autore non conosce la realtà delle piccole municipalizzate comunali, queste si sommamente inefficienti, fonte di sprechi e ruberie varie.
La vera sinistra tenta di coniugare efficienza, efficacia ed equità. Hera potrebbe e dovrebbe essere più efficiente, efficace ed equa (ma perchè prendersela con Hera e non con la dissestata municipalizzata di Napoli?), non certa scomparire per essere sostituita da tante aziendine comunali gestite dal sindaco ...
Leggersi per favore i report di Civicum e Confservizi.
Cordialità,
Claudio Arlati

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