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Un reddito minimo sperimentale

27/11/2015

Nel Rapporto si propone l'introduzione di una misura strutturale di sostegno al reddito del costo di 11 miliardi di euro per un anno, rivolta a disoccupati, inoccupati e sottoccupati

A partire dal 2013 il dibattito intorno al tema del reddito minimo ha iniziato ad assumere centralità anche nel nostro paese e diverse forze politiche hanno iniziato a sostenere proposte che andassero nella direzione di introdurre una misura di questo tipo. In tal senso, il Partito Democratico (Pd) e il Movimento 5 Stelle (M5S) hanno promosso due diverse proposte di legge d’iniziativa parlamentare e Sinistra Ecologia e Libertà (Sel) una proposta di legge d’iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mila firme di cittadini italiani (il Pd, però, ha smesso nell’ultimo anno e mezzo di sostenere la proposta formulata). A giugno 2015 l’Istat ha presentato uno studio alla XI Commissione del Senato in cui si analizza la fattibilità in termini di costi e di impatto sulla società delle proposte di legge del M5S (disegno di legge n. 1148) e di Sel (disegno di legge n. 1670) oggetto della discussione al Senato.

La prima considerazione da fare è che l’entità della misura nei tre testi di legge risulta molto simile: sono previsti circa 7.200 euro annui frutto di diverse modalità di calcolo. Parliamo pertanto di proposte che prevedono un’erogazione che va da 600 euro a 780 euro mensili (proposte Sel e M5S)1. Per quanto riguarda i criteri reddituali di accesso alla misura, essi variano dal reddito personale imponibile di Sel (è necessario avere un reddito personale imponibile inferiore a 8.000 euro), al reddito netto annuo del M5S (è necessario avere un reddito netto annuo inferiore a 7.200 euro). I costi stimati nel 2015 per tali misure ammontano a circa 14,9 miliardi di euro a favore di circa 2,8 milioni di famiglie (proposta del M5S) e 23,5 miliardi di euro (proposta di Sel) per circa 2 milioni di famiglie2. Costo comparabile alla somma dei 5 miliardi di euro stanziati per i bonus assunzioni del Jobs Act e ai 9,5 miliardi per il bonus Irpef “degli 80 euro”.

Un altro tema importante, che ci consegna lo studio Istat, riguarda proprio la riduzione delle disuguaglianze. L’impatto delle misure di reddito sull’indice di Gini3 è rilevante in quanto passerebbe dallo 0,30 a 0,281 (proposta M5S) e 0,276 (proposta di Sel). La disuguaglianza si ridurrebbe pertanto in modo significativo, grazie a un intervento redistributivo.

Una proposta alternativa è stata presentata il 14 ottobre 2014 dal gruppo di lavoro “Reddito d’inclusione sociale” e sostenuta dall’Alleanza contro la povertà in Italia, un cartello di soggetti aventi come promotori le Acli e la Caritas che ha come obiettivo l’introduzione del Reddito di inclusione sociale (Reis). La proposta, i cui costi sono stimati in 7,1 miliardi annui, si concentra sul contrasto alla povertà assoluta rivolgendosi proprio alle famiglie al di sotto di tale soglia. Una delle differenze più importanti tra il reddito minimo e il Reis riguarda la condizionalità rispetto ai percorsi d’inclusione sociale, che nel Reis sono ispirati ai principi del welfare generativo: “si tratta di trasformare l’aiuto ricevuto con il Reis in ore di impegno che l’interessato offre in attività utili per la comunità e per se stesso. (…). Le attività possono essere svolte con le associazioni di volontariato, con i soggetti del Terzo Settore e con gli enti pubblici. (a)nche le forme possono risultare le più varie, spaziando dall’impegno orario nel volontariato o negli enti pubblici alla partecipazione a percorsi formativi e ad altre forme individuate dalla creatività locale”4.

Questi “principi del welfare generativo” si ritrovano anche nella proposta del M5S e andrebbero meglio approfonditi, in quanto sembrerebbero essere in linea con il discutibile protocollo d’intesa firmato da Anci e ministero del Lavoro qualche mese fa e che prevede attività di lavoro volontario per coloro che percepiscono ammortizzatori sociali5. Quest’idea, però, anziché essere compatibile con sistema di welfare universale, sembra molto più compatibile con un sistema di welfare al limite del coercitivo, in cui il sostegno al reddito è condizionato sulla base della disponibilità a svolgere lavori volontari di pubblica utilità: lavori che in realtà dovrebbero essere salariati.

L’idea di condizionalità alla base di una proposta di reddito minimo per l’autonomia sociale, invece, dovrebbe essere quanto più scollegata da un’idea di workfare o di lavoro volontario, lasciando alle politiche attive il compito di favorire il reinserimento dei beneficiari di reddito minimo nel mercato del lavoro.

La proposta di Sbilanciamoci!

Sbilanciamoci! propone di sperimentare una misura strutturale di sostegno al reddito del costo di 11 miliardi di euro per il primo anno di sperimentazione (poi, se quest’ultima dovesse dare esito positivo, si potrebbe confermare ed estendere la misura negli anni successivi). La misura è rivolta a disoccupati senza altre forme di ammortizzatori sociali, inoccupati, lavoratori precariamente occupati, sottoccupati, soggetti riconosciuti inabili al lavoro, Neet, working poor, il cui reddito lordo non sia superiore a 8.000 euro annui (e comunque con un reddito familiare non superiore a 15.000 euro). I beneficiari devono essere residenti sul territorio nazionale da almeno 24 mesi. L’ammontare individuale del beneficio del reddito minimo garantito è di 7.200 euro annui, circa 600 euro mensili, ammontare che soddisfa i criteri suggeriti dal Parlamento europeo (pari alla soglia di povertà che corrisponde al 60% del reddito mediano nazionale, rivalutata in base al numero dei componenti del nucleo familiare). I beneficiari devono essere iscritti ai Centri per l’impiego, senza obblighi di lavori di pubblica utilità: a essi saranno proposte offerte di impiego congrue con il loro curriculum di studi e di esperienze lavorative, e la copertura del reddito minimo verrebbe a decadere con l’eventuale assunzione di un impiego di lavoro. La platea dei beneficiari nel primo anno di sperimentazione riguarderebbe circa 1,5 milioni di persone.

La copertura finanziaria della misura (11 miliardi di euro) si potrebbe ottenere da una rimodulazione dei capitoli di spesa pubblica, così come proposto nella nostra contromanovra, ad esempio: con la rinuncia alle proposte del Ddl Stabilità 2016 sulla tassazione sui premi aziendali (400 milioni), sull’abolizione dell’Imu agricola (400 milioni), sull’abolizione dell’Imu sui macchinari imbullonati (500 milioni), sulla riduzione dell’Irap agricola (200 milioni), sulla decontribuzione per i nuovi assunti nel 2016 (800 milioni), sugli ammortamenti (600 milioni). Ulteriori risorse potrebbero essere disponibili grazie all’introduzione di una “vera” Tassa sulle Transazioni Finanziarie (5 miliardi), alla riduzione degli investimenti in programmi di armamento (3 miliardi) e all’utilizzo di una parte del risparmio generato dalla riduzione dei costi di personale per le Forze Armate (500 milioni).

 

1 Per quanto riguarda il testo di legge del M5S le stime si riferiscono a un sussidio che equivale alla differenza fra una soglia minima di intervento pari a 9.360 euro annui (stabilita secondo una valutazione dell’indicatore ufficiale di povertà monetaria al 2014, art. 3, comma 1) e il 90% del reddito familiare. Il beneficio mensile massimo, erogato alle famiglie senza reddito, è pari a 780 euro per un singolo e cresce con il numero di componenti della famiglia. Per quanto riguarda invece il testo di Sel, il sussidio viene calcolato in somma fissa, pari come indicato nel testo a 7.200 euro annuali per le famiglie di una sola persona. Per le famiglie con più componenti il beneficio sale (come indicato nell’allegato A al Ddl) e l’ipotesi adottata è che tali importi rappresentino l’ammontare massimo del sussidio da erogare alla famiglia beneficiaria. L’attuale versione del disegno di legge non definisce una soglia di intervento, non consentendo di identificare le famiglie beneficiarie. Si è scelto di adottare la stessa soglia utilizzata nel disegno di legge 1148, pari a 9.360 euro annui per le famiglie di una sola persona e maggiorata in base alla scala di equivalenza “Ocse modificata” per le altre famiglie. Quindi, la soglia di intervento non è uguale al beneficio massimo erogabile (7.200 euro) e la popolazione obiettivo della misura è la stessa della proposta di reddito di cittadinanza presentata nel disegno di legge 1148.

2 Da un lato, nella prima proposta, l’Istat considera che nel 2015 sia presente il bonus di 80 euro mensili che, aumentando il reddito disponibile di una parte delle famiglie interessate dal provvedimento, riduce la quota complessiva da erogare. Dall’altro lato, nella seconda proposta, si considera che il beneficio medio, pari a circa 12mila euro annui, non si riduca all’aumentare del reddito familiare, essendo stabilito in somma fissa per ipotesi. La misura raggiunge la quasi totalità delle famiglie al di sotto del 60% della linea di povertà.

3 Il coefficiente di Gini, introdotto dallo , è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 e 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione (ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito); valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione in cui una persona percepisce tutto il reddito del paese, mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.statistico Corrado Gini

4 Cfr.: , p.52 http://www.redditoinclusione.it/

5 Cfr.: http://www.lavoro.gov.it/Priorita/Pages/20150128-diamociunamano.aspx


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