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DEF 2015, la trappola dell’ottimismo

22/04/2015

Fin dall’incipit (“L’economia italiana nell’ultimo trimestre del 2014 è uscita dalla recessione”) il DEF 2015 trasuda ottimismo. Secondo il DEF le cose vanno bene, anche meglio del previsto. La svalutazione dell’euro e i bassi prezzi del petrolio creano un quadro favorevole alla crescita, trainata dalle esportazioni.

L’economia crescerà nel 2015 e 2016 più di quanto previsto a fine 2014, mentre si riduce la spesa per interessi. Migliorano i saldi di bilancio tendenziali ma il governo, pur confermando l’adesione agli indirizzi comunitari di politica di bilancio, non intende modificare il percorso programmatico di rientro già fissato e invocherà per il 2016 la flessibilità nell’interpretazione delle regole europee introdotta a gennaio 2015 per i paesi che intraprendono riforme strutturali. Si creano, così, già al momento, margini di manovra per il 2015 (1,5 miliardi) e per il 2016 (6,7 miliardi, 0,4 punti di Pil). Il tesoretto 2015 dovrebbe venir speso per rafforzare il sociale. Il tesoro 2016 servirebbe per ridurre dall’1% del Pil allo 0,6% la correzione di spesa necessaria per neutralizzare la clausola di salvaguardia di 16,1 miliardi che farebbe scattare aumenti di IVA e accise. Il governo è convinto che ulteriori miglioramenti della congiuntura permetteranno, a settembre, di migliorare ancora le previsioni.

Tesoretto, clausola di salvaguardia e deroga europea sono, invero, i tre elementi portanti del DEF. Il tesoretto, innanzitutto. Lo scorso autunno, l’aggiornamento del DEF 2014 indicava un deficit programmatico per il 2015 del 2,9%, adesso la previsione tendenziale è del 2,5%, dunque apparentemente vi sarebbero 0,4 punti di Pil disponibili. Ma a fine ottobre la Commissione chiese all’Italia uno sforzo aggiuntivo di 0,3 punti, poi inserito nel quadro di riferimento delle legge di stabilità, cosicché l’obiettivo programmatico vero per il 2015 è il 2,6%, 0,1 punti in più dell’attuale tendenziale, il tesoretto, appunto, circa 1,5 miliardi. Nel 2016, il tesoretto si trasformerebbe invece in un tesoro di 6,7 miliardi, dato che l’obiettivo fissato a fine 2014 era di un deficit dell’1,8%, mentre il tendenziale attuale viaggia all’1,4%. Qui, però, entra in gioco la deroga europea: la correzione dello 0,3 richiesta dalla Commissione a fine 2014 riguardava il solo 2015; se la Commissione formulasse all’Italia analoga richiesta per il 2016, il tesoro 2016 tornerebbe alle dimensioni, 0,1 punti di Pil, del tesoretto 2015. Di qui l’importanza di invocare la deroga europea, che quest’anno ha buone possibilità di andare in porto, sia perché la Commissione non ha voglia di aprire un altro fronte, oltre alla Grecia, sia perché, con la Comunicazione pubblicata a gennaio 2015, ha aperto a pur modesti scostamenti dagli obiettivi di bilancio nel caso i paesi perseguano in cambio riforme strutturali, esattamente la strada indicata dal DEF. Quanto agli impieghi del tesoro 2016, la priorità indicata dal governo è una sola: disattivare la clausola di salvaguardia introdotta nella legge di stabilità, che prevede aumenti di imposte per 16,1 miliardi (1 punto di Pil, ancora di più nel 2017 e 2018) salvo non si trovino coperture alternative. Queste, nelle intenzioni del governo, sarebbero costituite dai 6,7 miliardi del tesoro e da 9 miliardi di tagli di spesa aggiuntivi.

 

Fin qui la logica del DEF che, pur con un’esposizione venata di ottimismo, non riesce a mascherare una realtà problematica: per quest’anno le risorse disponibili sono minimali, per il 2016 sono ancora da trovare almeno 9 miliardi. Altre preoccupazioni si aggiungono, poi, dalla lettura dei dati e delle tabelle contenute nel documento.

Innanzitutto, il DEF è probabilmente eccessivamente ottimista. Il tasso di cambio col dollaro (1,07) e il prezzo del petrolio (57,4 dollari per barile) sono ipotizzati rimanere ai livelli storicamente bassissimi raggiunti in questi mesi per l’intero periodo fino al 2019. I tassi di interesse, pur ipotizzati in leggero aumento a livello nominale, rimarrebbero bassissimi (il Bot a tre mesi raggiungerebbe l’1,35% solo nel 2019), mentre per tutto il quinquennio i tassi di interesse reali rimarrebbero negativi, dunque i risparmiatori dovrebbero essere disposti a vedere la propria ricchezza deprezzarsi pur di comprare titoli del debito pubblico italiano. Anche i tassi di crescita previsti lasciano perplessi, soprattutto l’1,3% e l’1,4% previsti, rispettivamente, di tendenziale e di programmatico nel 2016. A fronte di una crescita nel 2014 negativa dello 0,4% e di una crescita nel 2015 prevista nello 0,7%, nel 2016 il tendenziale balzerebbe all’1,3% malgrado si consideri operante la clausola di salvaguardia, dunque un aumento di imposte pari all’1% del Pil. Sono dati da boom economico e, a questo punto, non si spiega poi come il programmatico, che sconta la disattivazione della clausola di salvaguardia mediante una manovra per 0,4 punti in deficit (il tesoro di cui sopra) avrebbe un effetto espansivo di appena 0,1 (da 1,3% a 1,4%).

Il secondo elemento di preoccupazione si ricollega alle molteplici evidenze di un insufficiente capacità di controllo della finanza pubblica da parte del governo. A ben guardare, la riduzione del deficit tendenziale nel 2015 e 2016 è sostanzialmente dovuta al calo dei tassi di interesse, mentre il saldo di bilancio primario (ovvero al netto della spesa per interessi) nel 2015 sta andando peggio del previsto (per 0,2 punti di Pil) e nel 2016, malgrado la crescita economica ipotizzata, migliorerebbe appena di 0,1 punti rispetto a quanto previsto a fine 2014. C’è di più: vanno male le imposte indirette, non calano i consumi pubblici, mentre, ad offrire risparmi di una certa sostanza sembrerebbe soprattutto il blocco dei salari dei dipendenti pubblici. Perfino gli incassi delle privatizzazioni si sono rivelati molto più contenuti del previsto. In tali condizioni, con una spending review, dopo la fine dell’era Cottarelli, da attivare ex novo nel corso del 2015, c’è da dubitare seriamente che si riescano ad individuare i risparmi necessari per la disattivazione della clausola di salvaguardia senza interventi sanguinosi e indiscriminati.

Un terzo elemento di preoccupazione riguarda il fatto che, anche ammesso si riesca a disattivare la clausola di salvaguardia, non appaiono all’orizzonte risorse necessarie per fare altro. E non si tratta solo di nuovi interventi o nuove politiche, ma anche di interventi già deliberati o che lo stesso governo dichiara essere cruciali, ma che non sono al momento finanziati. Si pensi a vari interventi contenuti nel job act, dal rafforzamento delle norme sui congedi parentali, all’assegno di disoccupazione (Asdi) alla prestazione di disoccupazione per i collaboratori (DIS-Coll), introdotti in via sperimentale per il solo 2015, che verranno riproposti nel 2016 solo se verranno individuati finanziamenti aggiuntivi. Oppure all’estensione del bonus di 80 euro a incapienti e pensionati, o alla reintroduzione di una qualche flessibilità nell’età di pensionamento.

Più in generale, perplessità sostanziali riguardano l’approccio generale di politica economica seguito dal DEF. Sostanzialmente ci si affida completamente alla favorevole congiuntura internazionale e alle riforme strutturali, di stampo politicamente autoritario ed economicamente neoliberista, che il governo intende perseguire. Alla fine, pur se si cercano di sfruttare i pochi decimi di punti di Pil concessi all’interno delle regole di bilancio europee e si evidenziano alcune discrasie tecniche delle stesse regole, il DEF riconferma l’adesione totale del governo all’approccio di bilancio europeo, fatto di tagli di tasse, tagli di spesa pubblica, sostegno ai profitti, riduzione dei salari e delle protezioni, approccio già responsabile di una buona parte della disastrosa situazione dell’economia europea. Manca una presa d’atto del fallimento delle politiche fin qui perseguite, manca una rifocalizzazione delle politiche economiche che punti al superamento dell’austerità, manca la capacità di finalizzare le risorse in direzione di uno sviluppo economico che offra vero benessere e progresso sociale.

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