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La crisi dell’economia del debito

29/09/2011

Il muro del debito si erge di fronte ai ricchi paesi d'Europa e agli Usa ed è praticamente insuperabile, se si finanziano con denari pubblici le banche in stato fallimentare. Se le si nazionalizzasse, non sarebbe meglio? Si farebbe almeno chiarezza

 

“…per la prima volta dal 1945, l’idea dell’avvenire è in crisi in Europa…”

Nicolas Truong

 

Prologo

In un certo senso, non avevano forse tutti i torti i mercanti della Hansa che, per quasi tutto l’arco della loro storia, diffidarono dell’uso del credito nelle relazioni commerciali, cercando in molti modi di impedirlo o almeno di limitarlo al massimo; essi vi vedevano un fenomeno inquietante. Gli si rimproverava di provocare l’instabilità dei prezzi e la perturbazione degli affari, di moltiplicare la tentazione di operazioni rischiose e di favorire le manovre disoneste degli operatori poco scrupolosi (Dollinger, 1988).

Ancora nel Cinquecento i Fuegger, che comunque per alcune decine di anni avevano segnato fortemente della loro impronta i mercati finanziari europei, a un certo punto si ritraggono spaventati dagli affari del continente, di fronte agli scatenati banchieri genovesi che portano avanti la loro economia di carta e i loro giochi spericolati del denaro. I tedeschi pensavano che tale sistema sarebbe durato poco, ma in realtà, anche se i genovesi saranno poi a loro volta costretti a ritirarsi di fronte a operatori ancora più abili e forti di loro, stava allora sviluppandosi quel gioco finanziario che avrebbe marcato la storia, non solo economica, dei secoli successivi.

Le società tradizionali avevano sostanzialmente lo sguardo rivolto al passato. Si può ricordare, ad esempio, come nella società confuciana – ma anche in quella dello shogunato giapponese – la cosa più importante che bisognava fare era quella di rispettare i riti, di riprodurre cioè negli anni in maniera immutabile norme e comportamenti fissati magari molti secoli prima.

Come afferma Peter Sloterdijk (Truong, 2011), a partire dal Rinascimento, invece, con l’affermazione della società capitalistica, l’Occidente ha sviluppato, in particolare attraverso il credito, una forma di vita prima quasi sconosciuta, fondata sulla possibilità di anticipare l’avvenire. E cos'è il credito, nella sostanza, se non un profitto consumato prima di essere realizzato?

Tale costruzione diventa comunque da allora, per molti versi, il tratto fondamentale dell’esistenza umana; si apre la possibilità di fare delle promesse di rimborso di una somma di denaro presa a prestito, operazione prima molto difficile e questo grazie anche alle istituzioni messe in piedi per proteggere i creditori, da quelle finanziarie a quelle giuridiche a quelle politiche.

Gli ultimi decenni vedono, anche sul fronte teorico, un'accettazione sempre più spinta di alti e altissimi livelli di indebitamento, almeno per quanto riguarda le imprese, sino ai deliranti teoremi in proposito della cosiddetta scuola del valore azionario (Bennett Stewart G., 1991).

Il ricorso al credito, pubblico e privato, è cresciuto comunque nel tempo in maniera esponenziale ed esso ha assunto forme anche parossistiche.

Si consideri il caso del Brasile; in tale paese i consumatori spendono oggi annualmente ormai più del 25% del loro reddito disponibile per il servizio del debito e i tassi di interesse sui prestiti ai privati hanno raggiunto il 47% su base annua nel maggio 2011 (Marshall, Rajpal, 2011); è possibile acquistare un telefono cellulare pagandolo in dieci rate, la manutenzione delle autovetture può essere regolata in tre volte e si può fare benzina versando il relativo importo sino a 180 giorni dopo la prestazione (Jappe, 2011).

O si ricordi ancora il caso di certe banche di investimento statunitensi che finanziavano, almeno sino allo scoppio della crisi, una percentuale che raggiungeva il 97-98% delle loro operazioni con il ricorso ai prestiti.

L’avvenire della nostra civiltà si trova ora davanti a un muro di debiti. Siamo entrati in un’epoca nella quale la capacità del credito di aprirci un futuro sostenibile appare bloccata. Si sono accumulati tanti impegni finanziari che la promessa di rimborso sulla quale si basa la serietà della nostra costruzione del mondo non può essere più mantenuta, come ci ricorda ancora P. Sloterdijk. Il futuro sembra, almeno per una parte rilevante, compromesso. Consideriamo soltanto il fatto che si va rompendo, nel settore pensionistico, base essenziale del contratto sociale, il fondamentale patto tra i cittadini e lo Stato e la stessa solidarietà tra le generazioni.

Di fatto, tra oggi e il momento di un’ipotetica ripresa dell’economia stanno molti ostacoli, ma tra di essi si pone, anche se certamente non solo, una montagna di debiti, pubblici e privati, a breve e a lungo termine, di tipo commerciale e finanziario, in Europa e negli Stati uniti.

Troppi debiti?

Quando un debito risulta troppo elevato?

Sorprendentemente, gli esperti non riescono a fornire altro che relativamente pochi elementi sicuri per rispondere a tale domanda. Intanto, un debito è tanto più sostenibile, quanto più produttivo è l’impiego del denaro preso a prestito. Un elemento chiave della sostenibilità risiede poi certamente nella capacità di produrre flussi di cassa futuri da parte dello stesso debitore. Così, più alta è la capacità di crescita di un’economia o più alte le possibilità di produrre reddito da parte di una persona, maggiore sarà il livello di debito sopportabile.

In ogni caso, alcuni anni fa, due studiosi, in un libro che ha avuto ampia diffusione e che è basato sull’analisi di molte crisi del passato (Reinhart, Rogoff, 2009), hanno suggerito tra l’altro che, almeno per il settore pubblico, il raggiungimento di un rapporto del 90% tra debito e pil costituisca uno spartiacque importante; oltre tale soglia la crescita di un’economia verrebbe seriamente impedita. I due autori arrivano a valutare che al di là di tale valore il livello di sviluppo di un paese si riduca almeno dell’1% all’anno.

Che dire di tale tipo di analisi? I numeri indicati dai due autori non devono certamente, a nostro parere, essere presi in maniera troppo rigida; le altre variabili da considerare nel quadro sono indubbiamente molte. Come ci ricorda M. Wolf (Wolf, 2011), nel 1815 il debito pubblico britannico, dopo le guerre napoleoniche, aveva raggiunto il livello del 260% del pil, ma era in corso la rivoluzione industriale, che cancellò rapidamente il problema. Comunque la cifra del 90% per lo meno indica un punto di orientamento, anche se un po’ grossolano.

In ogni caso, il limite sopra ricordato è stato superato da diversi stati e sta per esserlo anche da diversi altri ed è anche vero che i due paesi, tra quelli di un certo peso, che presentano il più alto livello nel rapporto debito/pil, Giappone e Italia, di fatto non crescono o crescono molto poco da lungo tempo.

Ma una questione essenziale da considerare riguarda comunque la scelta del momento in cui operare per cercare di ridimensionare il livello dell’indebitamento. Pur considerando che esso ha raggiunto punte alla lunga insostenibili, ciò che in questo momento sembra aggiungere follia a follia è l’ottusa decisione presa praticamente di tutti i governi occidentali di ridurre l’ammontare dei debiti pubblici ora, senza considerare i problemi della crisi reale e senza varare misure per spingere la crescita dell’economia e lottare contro la disoccupazione, questione oggi a nostro parere più grave di quella del debito. In altri termini, sarebbe oggi semmai necessario, almeno per gli stati che se lo possono ancora permettere, prendere ancora qualcosa in prestito e spendere i soldi per risollevare la situazione.

Si distinguono in questa gara apparentemente verso l’abisso molti contendenti, i repubblicani Usa, il terzetto Cameron-Clegg-Osborne in Gran Bretagna, i tedeschi con la Merkel, la loro Banca centrale, nonché la loro Corte costituzionale; partecipano con entusiasmo la Bce e la Commissione europea. È come se una mano invisibile spingesse inesorabilmente tutti questi soggetti verso una strada senza sbocchi, verso una possibile autodistruzione.

La bizzarria delle loro ricette è semplificata dal caso greco. Dopo che nel 2010 la cosiddetta troika, costituita da Fondo monetario, Bce e Commissione europea, aveva imposto al paese una cura drastica fatta soprattutto di tagli alla spesa, ora si scopre che la stessa cura ha prodotto un deficit di bilancio più elevato di quello ipotizzato, una caduta del pil superiore alle aspettative e quindi un rapporto debiti/pil lontano da quanto si sperava. Come poteva essere altrimenti? E adesso, invece di cambiare la cura, si vuole ricominciare con la stessa ricetta.

Una proposta di Christine Lagarde sui guai delle banche

Arriviamo ai fatti delle ultime settimane. Christine Lagarde, il nuovo direttore del Fondo monetario, ha parlato in maniera per lei insolitamente audace all’ultimo incontro dei banchieri centrali, tenuto alla fine dell’agosto 2011.

L’esperta francese ha, tra l’altro, dichiarato che il problema comune che deve affrontare il mondo sviluppato è la presenza di un eccessivo livello di debiti, che hanno a suo tempo contribuito a finanziare investimenti inutili e senza valore. La Lagarde fa in particolare riferimento a due grandi rischi oggi presenti sulle due sponde dell’Atlantico: la fragilità, da una parte, delle banche europee – piene di titoli pubblici dei paesi del Sud Europa – e la continua caduta, dall’altra, dei prezzi delle case negli Stati uniti, con il crescente numero di proprietari che si ritrovano così intrappolati con un livello di debiti superiore al valore delle loro proprietà.

Si tratta per molti versi di una situazione drammatica, sia in Europa che negli Stati uniti. Ma lasciamo da parte per brevità il tema dell’immobiliare Usa e concentriamoci su quello del banche del nostro continente.

L’eurozona è presa in effetti in un circolo vizioso. Il credito sovrano di molti paesi si sta deteriorando e questo riduce il livello di fiducia nel sistema bancario – con il portafoglio pieno di titoli pubblici –, ciò che aumenta a sua volta la probabilità che i governi si debbano assumere, in un orizzonte più o meno vicino, ulteriori debiti del sistema bancario. Questo deteriora ulteriormente il credito sovrano, così che si riduce ancora la fiducia nel sistema bancario (Eichengreen, Allen, Evans, 2011).

Ma a quanto ammontano i crediti inesigibili delle banche europee per effetto della crisi del credito sovrano? Una stima del Fondo monetario internazionale, peraltro contestata dalle autorità dell’eurozona, sostiene che, valutando i titoli pubblici presenti nei bilanci delle banche europee agli attuali prezzi di mercato, le perdite dirette ammonterebbero a 287 miliardi di dollari, cifra che potrebbe anche arrivare a raddoppiare, dal momento che molti istituti hanno in portafoglio assets di altre banche (Beatty, Giles, 2011). Un’altra fonte arriva a parlare anche di 1.000 miliardi di dollari.

Ovviamente le forti divergenze nelle varie stime derivano in larga parte dalle ipotesi che si fanno sul grado di recuperabilità degli stessi crediti.

In ogni caso, quali che siano le cifre più vicine alla realtà, esse sono cospicue; senza rimedi rapidi si materializzeranno presto difficoltà rilevanti nel sistema e, comunque, si manifesterà una riduzione dei crediti concessi all’economia. Già si notano, qua e là, situazioni di carenza di liquidità.

Lagarde afferma correttamente che, per risolvere il problema, le banche devono puntare a un livello molto più alto di capitale rispetto a quello attuale e anche superiore a quanto richiesto dalle norme di Basilea III, il cui livello, peraltro, al momento della sua determinazione, aveva provocato tante proteste nel mondo finanziario perché sembrava troppo elevato. Ma la signora evita di chiedere questi soldi, come sarebbe invece plausibile, agli azionisti o anche ai portatori di obbligazioni, che si sono presi a suo tempo il rischio di prestare dei soldi alle stesse banche. Li chiede in sostanza, invece, ai contribuenti, riproponendo ancora una volta il circolo infernale della privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite.

Per la verità ildirettore dell’Fmi propone l’uso dei fondi dell’Efsf, ma la sostanza non cambia. Tale fondo è stato costituito di recente per sostenere i paesi deboli e non le banche; peraltro, il livello attuale della dotazione del fondo è molto inferiore alla bisogna già per i suoi scopi originari.

Certo il problema di dove prendere i soldi esiste ed è serio, ma esso appare di difficile soluzione. È per questo che chi scrive è convinto da tempo che i problemi delle grandi banche si possano risolvere solo attraverso una loro nazionalizzazione, unica via, tra l’altro, per mettere in equilibrio presa di rischi e risultati conseguenti, ovvero affermando il principio che chi mette i soldi deve anche essere quello che comanda. Certo, quello della nazionalizzazione è un entusiasmo a freddo e non si possono nascondere i possibili inconvenienti di una tale mossa, ma ci sembra che altre soluzioni non siano ormai praticabili. Ma prima di riconoscerlo, i politici e i grandi azionisti e manager del nostro continente, che suggeriscono ai primi il da farsi, preferiranno passare per altre crisi e per altre sofferenze.

C’è, per la verità, una alternativa alla nazionalizzazione: vendere una parte almeno delle grandi banche agli asiatici, che i soldi li avrebbero certamente; forse ci farebbero un buon prezzo.

Testi citati nell’articolo

Beatty A., Giles C., IMF and eurozone clash over estimates, www.ft.com, 31 agosto 2011

Bennett Stewart III G., The quest for value: the EVA management guide, Harper Business, New York, 1991

Dollinger Ph., La Hanse, XII-XVII siècles, Aubier, Parigi, 1988

Eichengreen B., Allen P., Evans G., It is time for outsiders to save the single currency, www.ft.com, 5 settembre 2011

Jappe A., Credit à mort, Nouvelles Editions Lignes, Parigi, 2011

Marshall P., Rajpal A., Brasil risks tumbling from boom to bust, www.ft.com, 4 luglio 2011

Reinhart C. M., Rogoff K. S., This time is different, Eight centuries of financial folly, Princeton University Press, Princeton, N. J., 2009

Truong N., Comment sortir de la crise de la civilisation occidentale?, Le Monde, 28 maggio 2011

Wolf M., We must listen to what bond markets are telling us, www.ft.com, 6 settembre 2011

 

 

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