Ultimi articoli nella sezione

08/12/2015
COP21, secondo round
di Lorenzo Ciccarese
03/12/2015
Lavoro, la fotografia impietosa dell'Istat
di Marta Fana
01/12/2015
La crisi dell’università italiana
di Francesco Sinopoli
01/12/2015
Parigi, una guerra a pezzi
di Emilio Molinari
01/12/2015
Non ho l'età
di Loris Campetti
30/11/2015
La sfida del clima
di Gianni Silvestrini
30/11/2015
Il governo Renzi "salva" quattro istituti di credito
di Vincenzo Comito
alter
capitali
italie
globi

Se la finanza entra nei servizi pubblici locali

17/01/2013

Con l'esplosione della finanziarizzazione, cos'è successo alle utilities? Boom dei debiti per tutti, tranne che per l'acqua. Come tornare al servizio pubblico, con nuovi strumenti

Nel nostro Paese neanche le più alte espressioni della democrazia quali un referendum dall’esito inequivocabile e una sentenza della Corte Costituzionale che ne affermi la cogenza, sono in grado di opporsi all’intreccio tra potere politico e potere economico. E’ bastata una semplice delibera dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (durante le vacanze di fine anno) per ricacciare il “bene comune per eccellenza”, l’acqua, nell’alveo della pura ideologia del mercato dalla quale il voto di 27 milioni di cittadini intendevano preservarlo.

Ha pienamente ragione Comito quando scrive della deriva pericolosa nei rapporti tra grandi imprese e territori, tra finanza e sindaci (http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Acciaio-servizi-locali-finanza-il-degrado-del-sistema-Italia-16207). A conferma dell’attualità del tema, l’IFEL ci ha richiesto un contributo di conoscenza sul tema specifico “meccanismi di finanziamento degli investimenti a supporto dei servizi pubblici locali” inserito in appendice al volume “Le partecipazioni dei Comuni nelle public utilities” (http://www.fondazioneifel.it/Studi-Ricerche-IFEL/Volumi/Le-partecipazioni-dei-comuni-nelle-public-utilities-locali.-Il-quadro-delle-regole-ladimensione-del-fenomeno-e-la-percezione-delle-collettivita) nel quale emergono con chiarezza indubitabili segnali di ”avvitamento suicida” del settore dei servizi pubblici locali.

La forte permeabilità del settore al fenomeno della finanziarizzazione, che ha investito l’economia globale negli ultimi decenni, è rappresentato dalla crescente dipendenza dal settore finanziario. Tale compenetrazione, nonostante l’esponenziale incremento delle tariffe e del carico sui cittadini, ha determinato il deterioramento della struttura patrimoniale delle società erogatrici di servizi pubblici che, ormai in molti casi, presentano indicatori patrimoniali da tribunale fallimentare.

Il forte indebitamento nei confronti del sistema finanziario

Nel periodo considerato, il debito finanziario delle società quotate è cresciuto con un incremento del 118%. Acea è passata da 1 miliardo a quasi 4 miliardi di euro di indebitamento nei confronti del sistema finanziario, mentre Hera e Iren da 800 milioni a quasi 3 miliardi di euro. Certamente sono stati effettuati investimenti in questi anni. Ma nessuno è in grado di affermare se essi hanno incrementato l’efficacia e l’efficienza del servizio per i cittadini e se sono stati effettuati secondo criteri di economicità. Infatti, non esistono osservatori, sistemi e modelli di misurazione e comparazione degli investimenti e delle prestazioni nel settore dei servizi pubblici locali. Eppure, da tutte le parti, si grida alla necessità di adeguamento delle varie reti infrastrutturali e di servizio pubblico, senza però avere gli strumenti per comprenderne l’utilità e l’efficacia!

Pertanto, aziende precedentemente compatte e ben patrimonializzate, una volta quotate, incrementata la dimensione e il fatturato con fusioni e incorporazioni, si sono trasformate in colossi dai piedi di argilla con indicatori finanziari “a livelli estremamente critici”. Ad esempio, il Net Debt/Equity ratio (che misura il grado di copertura degli investimenti con il proprio patrimonio netto) di molte società quotate è cresciuto nel periodo considerato anche in tripla cifra, superando nel caso di Acea e avvicinandosi per Hera, Iren, A2A e Acegas, al valore di 2, considerato un indice di rischio di fallimento.

Nel settore idrico, tale indicatore medio è pari a 2,3 per tutte le aziende minori (< 60 mln mc erogati), nelle quali la crescita dell’indebitamento è stata vertiginosa nel periodo compreso tra il 2004 e il 2010 (+366%). In quelle di maggiori dimensioni la situazione non è uniforme, l’indicatore dell’Acquedotto Pugliese è molto critico (2,2) mentre la società Acquacampania (gruppo ENI) ha un Net Debt/Equity addirittura negativo (-0,43) che significa, però, che si tratta di un’azienda in ottima salute che investe poco e cresce poco, ma guadagna molto (ROE “strabiliante” del 68% nel 2010).

Nel settore del trasporto pubblico locale (TPL) l’incremento medio del Net Debt/Equity ratio è stato inferiore (54%), ma anche in questo settore, le società di minori dimensioni hanno incrementato in modo incredibile il loro debito nei confronti del sistema bancario (+761%) rispetto al 2004. Ma anche qui numerosissime sono le aziende con un forte deterioramento della qualità della struttura patrimoniale con un Net Debt/Equity “altamente critico”.

La crescita esponenziale dei ricavi necessaria per coprire gli alti oneri finanziari

Negli ultimi anni si è assistito ad un notevole incremento complessivo delle tariffe dei servizi pubblici locali che hanno consentito l’esplosione dei ricavi delle società erogatrici. Nelle aziende quotate, la cui crescita dei ricavi è stata notevole (superiore al 300% per Ascopiave e intorno al 100% per Acea e Iren) è più difficile evidenziare i fattori di incremento dei ricavi a causa anche delle attività di acquisizione, fusione e incorporazione degli ultimi anni.

Dal 2004 al 2010 i ricavi complessivi del campione analizzato nel settore idrico mostrano un incremento notevole (+66%), mentre in misura ridotta risulta l’incremento delle aziende del settore TPL (+39%), comunque ben al di sopra del 15,6% registrato dall’ISTAT quale incremento del costo della vita del periodo considerato.

L’effetto della crescita dei ricavi degli ultimi anni, unito all’incremento degli investimenti e dell’indebitamento presso il mercato finanziario, ha prodotto un vero e proprio cambiamento strutturale del conto economico delle società quotate che in sintesi potrebbe essere così definito: “ - costi operativi, - occupazione diretta + servizi esterni + ammortamenti (+147%)+ oneri finanziari (+504%) – marginalità finale per gli azionisti”. Questa è stata la tendenza generale ad eccezione delle aziende del ciclo idrico che invece hanno visto moltiplicarsi i loro profitti.

La scandalosa profittabilità delle imprese del ciclo idrico

Nel 2010 le società campione del settore idrico hanno registrato profitti ante imposte del 11,2% rispetto ai ricavi. Il ROE (return on equity) annuo è stato del 12,2% indipendentemente dalla natura degli azionisti (pubblica, privata o mista). Un esempio per tutti: la società Acquacampania con risultati estremamente positivi per gli azionisti (ENI). Il capitale investito dalla società ha prodotto il 63% di rendimento nell’anno 2010. Ma sono presenti altri ROE impensabili in un anno di crisi nel quale la maggioranza delle aziende del paese, soprattutto quelle dichiaratamente orientate al profitto, hanno chiuso i bilanci in perdita e numerosi sono stati i casi di aziende dichiarate fallite dai tribunali. Dall’AMAP di Palermo, al CA.D.F. di Codigoro (FE), all’AcquaLatina, all’Acea Ato 2 e 5, e in molte altre società il ROE del 2010 è compreso tra il 15% e il 40%.

La conclusione di questo primo articolo annuncia i contenuti del secondo che seguirà a breve.

A nostro avviso, in questa fase comunque di vuoto normativo (nonostante nessuno lo sottolinei), sarà necessario aprire una profonda riflessione nel nostro Paese sulle modalità di gestione, affidamento e finanziamento dei servizi pubblici locali affinché:

a) si determini la consapevolezza che i servizi pubblici essenziali per i cittadini non possono essere trattati come settori industriali genericamente definiti. Occorre superare la dicotomia pubblico vs privato e compiere un salto culturale per arrivare a nuovi concetti che, come afferma J. Stiglitz, ridimensionino l’idea dell’economia che persegue la rendita, di quell’economia, nella quale il profitto viene considerato l’unico parametro di successo;

b) si inneschino alternativi, ribaltanti meccanismi di pianificazione delle azioni, di controllo dell’efficacia e di responsabilizzazione dell’attività di gestione e di investimento, che superino le logiche e gli strumenti esclusivamente economico-finanziari e mettano in correlazione gli aspetti quantitativi di tipo economico-finanziario (costi, ricavi e investimenti) ai fondamentali elementi qualitativi del servizio pubblico (volumi idrici erogati, risparmio degli sprechi idrici, Km TPL effettuati, passeggeri trasportati, assenza di agenti nocivi, velocità di trasporto, frequenza, ecc…) all’interno di un quadro strategico di governo (incentivo all’uso dei mezzi pubblici, riduzione inquinamento città, riduzione consumi energetici e idrici e altro) oggettivamente incompatibile con la logica della massimizzazione dei profitti;

c) si creino nuovi strumenti finanziari ai quali ricorrere per gli investimenti nelle infrastrutture di pubblico servizio, che non abbiano come obiettivo finale il perseguimento della massimizzazione del rendimento finanziario degli investitori e che siano maggiormente aderenti alle realtà dei servizi pubblici essenziali in termini di durata del prestito in linea con l’ammortamento delle opere e di costo del finanziamento (riducendo il rischio e di conseguenza la remunerazione del capitale investito).

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: old.sbilanciamoci.info.
Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca qui

Commenti

eZ Publish™ copyright © 1999-2015 eZ Systems AS