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Questa crisi è un'occasione

23/09/2011

Per riaprire la partita bisogna mettere in discussione le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito. Su questa base la politica potrebbe rinascere

Rossana Rossanda ha aperto una discussione che si rivela di giorno in giorno di più stringente necessità a sinistra. Sono venute interlocuzioni assai interessanti sia sul terreno delle cause che hanno aggravato la crisi dell'Europa che dell'esplorazione di interventi programmatici per affrontarla fuori dalla disastrosa moneta corrente. In qualche caso, secondo me utilmente, si è sfidata la nuova ortodossia della parità di bilancio fino a prospettare uscite radicali. Tuttavia a me pare che la discussione dovrebbe prendere anche un'altra piega. Possiamo ancora affrontare il tema come se vivessimo in un'epoca democratica, con in campo una politica dotata di una qualche autonomia e una sinistra capace di influenzare le scelte di fondo? Temo di no. In questo caso si potrebbe forse seguire questo filo di ragionamento.
Ciò che la rivolta ha intuito dovrebbe costituire la base anche della rinascita di una politica e di un agire politico autonomi dal sistema economico-sociale e dal sistema di potere politico che in esso si è venuto costituendo. La rivolta ha intuito che, per riaprire la partita, bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte. La crisi è un'occasione. Ma bisogna capire anche per chi. L'occasione è sfruttata fino in fondo dalle classi dirigenti per fare tabula rasa dell'Europa del compromesso sociale e democratico. Un panorama sociale tutt'affatto diverso ne sta prendendo il posto. È come se tutto ciò che si era venuto accumulando negli anni della restaurazione modernizzatrice, e accelerato negli ultimi mesi, fosse fatto precipitare in quest'agosto devastante. (...)
I governi europei hanno adottato tutti la stessa terapia. Se welfare e potere contrattuale dei lavoratori sono di ostacolo alla competitività non resta che tagliarli. Persino i tempi dei rientri e la quantità dei tagli escono come da una calcolatrice, una calcolatrice con la maiuscola. I tasti in Europa sono comandati dalla Bce, dall'asse tedesco-francese e, se si vuol essere impersonali, dai mercati finanziari. (...)
I decreti di Ferragosto esplicitamente confermano il passaggio dallo stato di eccezione (il rischio del precipitare della crisi finanziaria dello Stato) alla regola di uno Stato senza più sovranità e democrazia, niente di meno che attraverso una modificazione della Costituzione. Lo ha colto bene Rino Formica, che ha scritto: «I Costituenti assegnarono ai partiti politici il ruolo di corpo intermedio tra Stato e cittadini e di parte dello Stato democratico, perché doppio era l'esercizio della sovranità del popolo: nei partiti per rinnovare lo Stato (art. 49) e nello Stato per costruire una società tesa alla realizzazione dell'eguaglianza (art. 3). I Costituenti furono espliciti nell'indicare una scelta in contrasto con la tradizione liberale».
Cosicché non può risultare più evidente il vero e proprio rovesciamento della filosofia della Costituzione repubblicana con l'auspicata introduzione di un vincolo esterno capace di impedire il perseguimento proprio del compito assegnato dal Costituente alla Repubblica in uno dei suoi articoli fondativi, l'articolo tre. (...)
L'aria della rivolta è la risorsa di oggi per non soccombere. L'intuizione che la caratterizza risponde ad una precisa lettura della fase in Europa, risponde ad un giudizio sulle risposte che le classi dirigenti europee nel capitalismo finanziario globalizzato stanno dando alla crisi: il tavolo delle decisioni su cui esse sono state assunte ha demolito la democrazia e negato ogni significativo spazio di compromesso sociale e di negoziato; dunque, è il tavolo che deve essere fatto saltare, affinché si possa aprire un nuovo corso della democrazia, della politica e dell'organizzazione della società.
In Italia due movimenti vanno in direzione opposta. Da un lato, il processo politico istituzionale che accompagna acriticamente la grande ristrutturazione capitalistica; dall'altra, i movimenti di lotta e di mobilitazione che, esclusi da questa costruzione neoautoritaria, la contestano e la rifiutano. A separare i due movimenti c'è la costruzione del recinto cui abbiamo accennato, che riduce la politica ad attività servile.
L'uscita di scena della sinistra è riassunta nella sua incapacità di spezzare il recinto fino al punto di non sapere nemmeno vederlo. Nell'agosto del golpe bianco essa non ha saputo dire «No» alla manovra. Aver accettato di discuterne i contenuti, quand'anche per criticarli, all'interno della sua cornice (che è poi la sua filosofia, cioè la sua ispirazione di fondo) e dei tempi di approvazione dettati dall'oligarchia di comando ha fatto della sinistra un desaparecido, un ente pressoché inutile (altri, per composizione sociale, per interesse e per cultura economica e politica, sono adatti a compiere questa funzione assai più efficacemente, a cominciare dai grandi borghesi). Ogni discorso politico autonomo sarebbe dovuto cominciare dal famoso «Preferirei di No» di Bartleby. Un irriducibile «No» a un impianto di politica economica fondato sull'assunto che il welfare state e il potere contrattuale dei lavoratori sono la causa del debito pubblico e del deficit di competitività delle nostre economie. Accettare la sovranità del vincolo esterno equivale all'accettazione dell'eutanasia della sinistra e dell'accettazione della sua collocazione all'interno del recinto. Se il compito è, come è, la rottura del recinto, allora esso non può che poggiare sull'opposizione al vincolo esterno di un vincolo interno (ricordare la lezione di Claudio Napoleoni), sulla sua assunzione a fonte della rigenerazione dell'autonomia della politica e della sinistra.
È il vincolo interno, del resto, ciò che invocano, più o meno esplicitamente e consapevolmente, tutti i movimenti in campo: una poderosa redistribuzione dei redditi a favore del salario in tutte le sue forme ipotizzabili, diretto, indiretto e differito per coloro che lavorano e sociale per chi non lavora; la costruzione di un sistema di diritti esigibili finalizzati al pieno sviluppo della persona umana in una cittadinanza universale rispettosa delle differenze; la difesa e valorizzazione della natura fino a configurarla come levatrice di un diverso rapporto tra natura, produzione, consumo e ricerca; la messa in discussione dell'attuale rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro. Abbiamo così indicato solo alcuni dei campi in cui può costituirsi il vincolo interno.
Aprire una radicale lotta politica e culturale per la sua possibile assunzione a fondamento di un nuovo corso è diventato improcrastinabile. Si tratterebbe di accompagnare con questa ricerca i movimenti che respirano l'aria della rivolta, la quale è la sola che, a sua volta, può alimentare quella rottura da cui possa rinascere un pensiero critico radicato nell'esperienza sociale, un processo di trasformazione e la resurrezione della sinistra. La rottura del recinto ne è oggi la prima condizione, la democrazia la sua chiave di volta.


La versione completa di questo articolo – che è l'editoriale del numero del 29 settembre di «Alternative per il socialismo» – su ilmanifesto.it

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Commenti

Il Dito e la Luna

Cara p.p.,

… eh? Orbene, dopo avere ripetuto, a guisa di mantra, “Teorie cospirative” (vecchio trucco…), se ne esce con due domande in relazione all’opportunità della rivolta: Ho diritto Di farlo? Cosa vuol dire far saltare il banco? Nella mia visione Alex-centrica del mondo le mie sono:

1. Si !
2. Dire la verità, nel senso di aletheia, Svelare la realtà, sollevare il velo, chiamare le cose con il loro fottutissimo nome!

E le sue?

Per quanto riguarda gli interventi di A.B., che dire puntano direttamente alla sostanza ed a me paiono di notevole valore aggiunto in quanto:

1. Chiari e sintetici, qualità rara per gli accademici, solitamente criptici prolissi ed anche, se mi si permette, un poco pallosi!
2. Logicamente consistenti,
3. Supportati da dati nelle premesse
4. Aderenti ai fatti nelle conclusioni, che poi sono davanti al naso di tutti.

Concretezza e sintesi, altro che “teorie cospirative” della beata fava!

Che poi, di passaggio, A.B. tenda ad utilizzare il suo rimarchevole bagaglio culturale a guisa di mazza ferrata dialettica, menando fendenti a destra e a manca, beh per conto mio: primo c’è da imparare, secondo chissenefrega! This is a minor issue! Meglio contribuire a svelare la realtà correndo il rischio di rasentare la strafottenza, che perpetuarsi nello sfogliare verze in modo politically correct!

In definitiva, ammesso e non concesso che veramente esista la pagliuzza formale nell’occhio di A.B., non mi impedirà certo di veder la trave “fact based” nell’occhio degli svariati ragionieri alla Eichmann, attuali o ex consulenti di Goldman & Sachs, laici o cattolici, in buona o cattiva fede che siano!

Cordiali saluti

P.S. Compagno Bertinotti! Lei dice cose condivisibili, ma non è forse troppo tardi?

Peccato

Cara p.p.,

se va a vedere i commenti al mio ultimo intervento, vedrà di essere in buona compagnia: c'è un certo gianluigi bendinelli, col quale lei forse è in sintonia, che mi ha accusato di essere un teorico del complotto! Le dico solo una cosa: qui stiamo parlando di gente che si indebita per mandare a scuola i figli, di gente che perde il lavoro. A questi non vorrei mai mancare di rispetto. E credo di non farlo. Per il resto, non si può piacere a tutti. Io ho cercato di capire cosa volesse dirmi, è il mio lavoro. Se non vuole dirmelo, fatti suoi.

due errori

Vede, Alberto Bagnai, lei, dal mio punto di vista, commette almeno due errori entrambi piuttosto gravi:
confonde la spiegazione di un evento con la sua valutazione, come in effetti tipicamente fanno i sostenitori delle teorie cospirative (e purtroppo con essi anche altri), e
manca totalmente di rispetto per il suo interlocutore.
Io mi sottraggo alla discussione con lei.

Animula vagula blandula...

Cara p.p.,

non capisco di cosa stiamo parlando. Mi manca la sua definizione di “teorie cospirative”, non capisco quindi dove Bertinotti è “cospirativo” e non capisco bene cosa lei vada cercando. Siccome però penso che in questo momento qualsiasi ricerca sia meglio del riunirsi in gruppo a cantare “meno male che l’euro c’è”, la sua ricerca mi interessa e le faccio qualche domanda per capire meglio il senso del suo rovello. Come ogni referee, inizio da quello che credo di aver capito. Lei si chiede: (1) se ha diritto di combattere una battaglia per il proprio interesse personale senza preliminarmente giustificarla in nome di un interesse generale (e sostiene che questa sua esigenza è comunemente avvertita); (2) cosa intenda Bertinotti per “far saltare il banco” e in particolare cosa avrebbe implicato dire di no alla manovra. Dalle risposte che si dà (evidentemente) ma che io non leggo o non capisco conclude (1) che le “teorie cospirative” (?) ignorano il fatto “che non è possibile per nessun tipo di individuo compiere qualche azione di rilievo senza prima aver risposto” alle due domande di cui sopra, e che (2) sarebbe “preferibile riconoscere che il neoliberismo è una teoria nella quale <la stessa classe dominante> ha creduto”, perché le permette di soddisfare il vincolo motivazionale di cui sopra.

Questo è quello che ho capito. Spero (per lei) che lei non sia un’economista: è evidente che partiamo da prospettive e insiemi di informazione molto diversi, ma questo è senz’altro un bene.

Intanto, le giro un esempio di individuo che ha compiuto una azione di rilievo mondiale senza rispondere ad alcuna delle sue domande. Me lo ha fornito senza volere un amico storico (ho la fortuna di vivere in un dipartimento interdisciplinare, nonostante le riforme). Nel 1497 Giovanni di Trastamara, principe delle Asturie, portò a termine un’azione dalle conseguenze sconvolgenti sugli equilibri globali dell’epoca: morì (non si capì bene se di vaiolo, o consunto dall’appetito per la giovane moglie, o, più semplicemente, dalle terapie dei medici). La storia se la ricorda: la Spagna passò agli Asburgo, con tutto quello che ne conseguì per lei e per l’Europa. Mi sembra che questo indichi che azioni e omissioni di rilievo possono compiersi senza porsi troppe domande. Quindi se quello che non va nelle teorie cospirative (?) è, come lei dice, il presupporre che azioni compiute da individui che non si pongono domande possano avere conseguenze, direi che non dovremmo preoccuparci troppo. Apprezzo il suo idealismo, piacevolmente ottocentesco (ma si sa che la storia ha i suoi cicli), ma non capisco a cosa serva in questa discussione.

Rossanda, che lei apprezza, ha lanciato questo dibattito ricordandoci che un uomo politico è venuto a dirci di aver compiuto deliberatamente quello che la teoria economica considerava errato e che si è rivelato errato: imporre una moneta comune a uno spazio che non aveva le caratteristiche economiche (e politiche) per sostenerla. Mi sembra di capire che a lei interessa di sapere se questo uomo, nel compiere questa scelta, era più o meno in buona fede. Io credo che in questo momento questa cosa, che non potremo appurare mai, sia del tutto irrilevante a fronte del fatto che la scelta era tecnicamente sbagliata, e che ha danneggiato alcuni a danno di altri in modo del tutto prevedibile e previsto dalla teoria economica. La domanda più urgente mi sembra essere se vogliamo perseverare o meno nell’errore (continuando quindi a danneggiare i soliti noti - e non mi interessa se li danneggiamo "per il loro bene"!).

Prima di tornare a dedicarci all’aritmetica morale del decisore politico, mi piacerebbe una risposta secca in merito.

Se poi vogliamo parlare di quali avrebbero potuto essere le giustificazioni “alte” di un gesto simile, la accontento subito. Il trattato di Maastricht è stato uno schiaffo in faccia alla professione economica: i suoi esponenti più illustri avevano criticato, se non l’adozione dell’euro, almeno le modalità deliranti della sua implementazione (fra cui i famosi parametri di Maastricht), ma i politici non se ne sono dati per intesi. Alcuni economisti di buona volontà, pur di non darsi per sconfitti, hanno allora provveduto ad elaborare teorie autoassolutorie, le teorie delle “aree valutarie ottimali endogene”. Cosa significa? Significa dimostrare che la decisione politica di creare una moneta unica dove non sussistono le condizioni economiche per farlo può creare “endogenamente” queste condizioni economiche. Insomma: “primum vivere, deinde philosophari”, una cosa molto ottocentesca (spero le piaccia). I meccanismi considerati sono di due tipi: (1) il vincolo esterno imposto dalla moneta unica permetterebbe politiche credibili di rientro dall’inflazione, che quindi dovrebbe convergere verso quella del paese “ancora” del sistema, annullando i differenziali di inflazione che sono all’origine degli sconquassi che stiamo vivendo (questa tesi riprende una “vecchia” idea di Giavazzi e Pagano, 1988, Eur. Ec. Rev.); (2) la moneta unica determinerebbe un’esplosione del commercio fra paesi membri, che si troverebbero così a essere perfettamente “sincronizzati” e non risentirebbero della mancanza di politiche monetarie nazionali (Rose, 2000, Econ. Pol.).

Si trova sempre una favoletta per chi vuole starla a sentire. Devo farle notare che nessuna di queste teorie ha retto alla prova dei fatti? E perché dovrebbe interessarmi se chi ha preso certe decisioni ci credeva o meno (anche senza considerare il fatto che alcune favolette sono state raccontate DOPO che le decisioni erano state prese). Mi interessa che la decisione era sbagliata. E mi interessa che l’errore aveva un segno meno per alcuni e più per altri. E che il segno di questo errore era acquisito dalla letteratura scientifica da almeno sessanta anni. Nessuno sta dicendo che chi ha preso queste decisioni era “cattivo”. Ma lei sta dicendo che chi le ha prese lo ha fatto ritenendo di perseguire il bene comune, e che questa consapevolezza è stata determinante per la sua vittoria. Il fatto di poter disporre di mezzi ingenti per manipolare l’opinione pubblica oscurando le opinioni contrarie? Un accessorio, a fronte dell’“in hoc signo vinces” fornito dall’usbergo del sentirsi puro.

A me sembra invece che le sfugga il fatto che l’ideologia liberista (che è stata un’ideologia “di sinistra” quando “a destra” c’era il feudalesimo) di fatto serve proprio a dispensare il singolo dalla necessità di preoccuparsi del bene generale. E le sfuggono ovviamente i due secoli e mezzo di elaborazione critica (a partire da Smith) che segnalano le numerose contraddizioni interne di questa ideologia. Ma capisco che per lei non sono abbastanza. Cerca “argomenti più forti” per i suoi occhi esigenti. E allora mi tiro indietro: dove non sono evidentemente riusciti Keynes, Kaldor, Robinson, Stiglitz, ecc. non posso certo pensare di surrogarli io. E quindi teniamoci il Sole 24 Ore, che oggi, in modo tecnicamente ineccepibile, ci spiega che “o si svaluta la moneta o si svaluta il salario”, e svalutiamo il salario, pensando che chi ci ha imposto di non svalutare la moneta agiva in buona fede nel nostro interesse. Contenta? O sto capendo male?

teorie cospirative 2

Gentili Bagnai e Alex, grazie delle vostre risposte. Su un punto avete senz'altro ragione: mi sono espressa in modi troppo liquidatori e banalizzanti nel mio precedente commento, meritandomi così probabilmente il tono delle vostre risposte. Cerco allora di esplicitare meglio i miei pensieri e i miei dubbi.
Innanzitutto due chiarimenti: 1) il mio commento era al testo breve di Bertinotti, non a Rossanda, le cui domande tendo per altro a interpretare come sincere e non retoriche. In questo senso, sono anch'io molto interessata a “risalire alle cause” (Bagnai) di quanto è successo. 2) Non capisco sulla base di quali mie parole abbiate potuto ritenere che, non trovando io le teorie cospirative molto convincenti, debba essere, per questo solo fatto, persuasa dell'autonomia delle banche centrali o dei benefici dell'euro, cieca al fatto vi siano vincitori e vinti, e contenta dunque di vivere in questo mondo. Non sono le opinioni su questo che ci vedono su fronti diversi. Sintetizzando molto quanto cercherò ora di spiegare meglio, direi che a dividerci è la concezione di cosa muove e può muovere gli individui. Tutti i tentativi di spiegare cosa sia accaduto in passato e di immaginare come possa prodursi un cambiamento in futuro presuppongo una concezione del genere, come traspare del resto dai vostri stessi commenti. La mia idea è appunto che alla base delle teorie cospirative vi sia una concezione di cosa muove gli individui del tutto inadeguata.
Poiché a suscitare in questa occasione la mia insofferenza per le teorie cospirative è stato il contributo di Bertinotti, inizierò da qui, e in particolare dai suoi inviti alla rivolta. Al legame tra idea del cambiamento (della rivolta e di cosa possa indurre a prendervi parte) e spiegazione di quanto è accaduto nel passato cerco di tornare più avanti. Ora, come in qualche modo ho detto qui sopra, io sono una di quelle persone cui piacerebbe unirsi a una rivolta contro il tipo di mondo in cui viviamo. Di certo, a sostegno di questo avrei innanzitutto il mio interesse personale. Il punto è che proprio non riesco a farlo a meno di non riuscire a darmi una risposta ad almeno due domande. 1) Posso sintetizzare la prima domanda in questo modo: ho diritto di farlo? Ossia, posso giustificare a me stessa e agli altri la mia battaglia per il mio interesse personale anche citando ragioni che non hanno a che fare con questo interesse, ma che mostrino, per esempio, che con la rivolta che sto intraprendendo riuscirò insieme agli altri a costruire una società migliore per tutti? Ossia, posso giustificarla fornendo ragioni che siano comprensibili e persuasive anche per gli altri, e potenzialmente per tutti gli altri? È mia convinzione che tutti abbiamo una esigenza del genere. Certo, non ho difficoltà a immaginare che questo non valga per chi si trova in condizioni di miseria o pericolo estremo, e non ho difficoltà ad ammettere che vi sono effettivamente persone le cui condizioni sono queste. E tuttavia, nei casi meno estremi si ha, secondo me, bisogno di altro. Per riuscire a compiere azioni non particolarmente impegnative (votare a sinistra per esempio), può bastare molto poco – per esempio ascoltare un intervento di Marcegaglia, o leggere una qualche statistica. Ma per fare una rivolta che “faccia saltare il banco”? Ora, vedo dai vostri commenti che voi avete una risposta a questa domanda, che forse posso sintetizzare con l'idea che la classe operaia sia la classe universale. Non mi interessa qui stabilire se questa vostra risposta sia effettivamente soddisfacente – forse lo è. L'importante per me (il tema in discussione è infatti la validità delle teorie cospirative) è che si riconosca che la gente ha bisogno di avere argomenti di questo tipo.
La seconda domanda cui dovrei riuscire a rispondere è, diciamo così, come si arrivi da qui a lì. Cosa vuol dire di preciso far saltare il banco? Cosa avrebbe implicato dire no alla manovra, come secondo Bertinotti avremmo dovuto fare, ossia quali sarebbero state le conseguenze di questo no? Su chi sarebbero ricadute, e come si sarebbe dovuto far fronte ai loro effetti? Penso di nuovo che tutti abbiano bisogno di una risposta a domande di questo tipo. In effetti, se non lo si vede è perché in molti casi la si conosce già, almeno implicitamente. Sono i casi più semplici. Per esempio, quante persone hanno ritenuto di doversi porre domande del genere prima di decidere se o no partecipare alla manifestazione della Ggil del 6 settembre? Credo nessuna: era chiaro a tutti, penso, che la manovra non ne avrebbe risentito in alcun modo. Ma quante persone avrebbero avuto invece l'assoluta necessità di farlo se chiamate a una iniziativa in grado davvero di mettere a rischio la manovra? La scarsa partecipazione è imputabile sia alla pressoché assoluta inutilità di certe iniziative, sia alla totale e terrificante incertezza che avvolgerebbe quelle cruciali.
Ecco, a non andare nelle teorie cospirative è che, nel dare le loro spiegazioni del passato, ignorano del tutto questo fatto: che non è possibile per nessun tipo di individuo compiere qualche azione di rilievo (che abbia conseguenze per sé e per altri) senza prima avere risposto ai tipi di domande che ho distinto qui sopra. É possibile che il mondo in cui viviamo sia il risultato almeno in parte (magari una parte cospicua) di azioni di routine (i burocrati di Alex). Ma ritengo impossibile imputare le decisioni cruciali a individui mossi esclusivamente dall'interesse personale, pronti a manipolare il resto dell'umanità. Penso che per fare qualche passo avanti nella spiegazione di quanto è accaduto sia preferibile riconoscere innanzitutto che il neoliberismo non è un'ideologia che la classe dominante ci ha somministrato in tutte le salse per ottenebrarci il cervello (sebbene abbia fatto anche questo), ma una teoria in cui essa stessa ha creduto e forse crede ancora. Bisognerebbe tenere presente, per esempio, che il neoliberismo consente a imprenditori, ricchi e così via di perseguire in modo implacabile il proprio interesse e di pensare al tempo stesso di fare con ciò il bene di tutti: Esso garantisce cioè a questi gruppi sociali la possibilità di agire a proprio vantaggio e insieme di soddisfare il vincolo motivazionale di cui ho parlato più sopra. O ancora: è certamente possibile che il singolo imprenditore cerchi di strappare quanto può ai propri operai senza preoccuparsi in alcun modo della domanda futura dei suoi beni, ma può fare altrettanto una confindustria o un governo? Se non credono nelle relazioni mezzi-fini proposte dal neoliberismo in quale altra teoria crederebbero segretamente? Ma per concludere potrei metterla anche così: non è possibile ricostruire processi complicati come quelli intervenuti nel mondo a partire almeno dagli '80 riducendo gli attori a due soli tipi (vincitori e vinti, classe dominante e dominata, ecc. ecc.) e ignorando che vi sono azioni più o meno rilevanti e cruciali. Per spiegare le une e le altre è necessario ipotizzare ogni volta le intenzioni e credenze appropriate.
Perciò, se davvero vogliamo vincere, dobbiamo avere una teoria che appaia persuasiva innanzitutto a noi – ai nostri occhi esigenti -, e cercare di convincere gli altri con gli argomenti più forti.

Non serve un Drago!

Egregio Signor p.p.

Basta con quelli che “Basta con queste teorie cospirative!”. La risposta giusta io penso sia quella che le ha fornito l’ottimo professor Bagnai! E Buttarla in complotto serve solo a sviare dall’analisi critica del problema! Ed inoltre, mi permetto di aggiungere, è oltremodo sospetto; chiunque a capo di un Complotto, nelle Guideline da distribuire ai complici, al paragrafo Troubleshooting, punto uno, scriverebbe:

Problema: “Le Analisi Critiche si stanno avvicinando troppo alla verità”.
Soluzione: “A chiunque le sostenga, Dategli del complottista! E se insiste, urlategli che è un complottista” .

Quindi sappia che la teniamo d’occhio, caro Sig. p.p.! Inoltre , ancorché molto probabilmente l’approccio giusto è proprio quello del “materialismo storico” di cui parla il professore, personalmente non sono insensibile all’argomento Stupidità (con la S maiuscola) se non altro perché poi in definitiva la società è fatta di individui: in questo senso quando lei dice

(..)Presuppongono una cattiveria che è difficile persino immaginare e una intelligenza astuzia e lungimiranza che nessun individuo possiede.

Oh no! Oh no no no! Per conto mio si sbaglia della grossa; non serve scomodare nessun genio del male, la cui romantica seppur perversa grandezza iimplicitamente richiamerebbe una certa qual forma di rispetto per le sue vittime. Qui non serve concepire un Imperatore del lato oscuro della forza, basta “ un semplice ragioniere, un ometto banale, un piccolo-borghese, una persona addirittura gentile e molto educata; una persona assolutamente inconsapevole dei suoi atti” (descrizione di Adolf Eichmann fatta da Hanna Arendt ).

Ma perché dico questo? Ah già, l’Euro! Ecco vede: non c’è nessun terribile Drago che sputa fiamme.
Basta un Draghi!
Cordiali Saluti.

Te lo meriti Alberto Sordi... e l'euro!

Nonostante non abbia interamente apprezzato l’intervento di Rossanda (ma solo per una certa insofferenza verso il pur lecito espediente retorico di dare risposte fingendo di fare domande), mi sento di dover intervenire in suo favore, certo che saprebbe benissimo difendersi da sè.

Sono stanco di vivere in un paese dove ogni tentativo di risalire alle cause dei processi storici viene letto come “teoria del complotto”. Qual è la lettura alternativa? Vogliamo pensare che a certi assetti istituzionali, che visibilmente hanno vincitori e vinti, si giunga in modo del tutto casuale? Oppure vogliamo invocare, come l’amico (spero) Sinibaldi in un nostro privato dibattito, forze metafisiche quali la Stupidità (con la maiuscola)? Io preferisco ragionare in termini di materialismo storico: fermo restando che il Caso, la Stupidità, la Provvidenza e via maiuscolando possono utilmente contribuire a spiegare quel residuo irrazionale che ogni processo (fisico, storico, culinario) necessariamente porta con sé, sono affezionato all’idea che un tempo era di sinistra secondo cui gli interessi di quella che Keynes chiamava “the dominant social force behind the authority” forniscono una chiave di lettura determinante. Ma per p.p. forse j.m.k. era un complottista.

Non si tratta di “buoni e cattivi”. Capisco che sia dialetticamente utile banalizzare le tesi dell’avversario: p.p. si risparmia così la fatica di confutarle. Fare i propri interessi, anche contro un supposto “interesse comune”, è perfettamente lecito (se non si va contro la legge). Ma è però stupido (senza maiuscola) da parte di chi osserva la realtà non riconoscere che non ci sono free lunch, cioè che chi tira la coperta dalla sua parte scopre gli altri. Non vogliamo chiamarla “lotta di classe”? Va bene, chiamiamola Ugo. Ma quello è. Non c’è nessun Belzebù imprenditore “cattivo”: ma non c’è nemmeno una classe politica benevolmente interessata al bene comune e indipendente dai condizionamenti e dai finanziamenti del potere economico (ah, scusi, p.p., dimenticavo: ci sono le banche centrali indipendenti. Indipendenti da chi? Dalla Merkel? O da lei?). E dall’altra parte non c’è nessun operaio oleograficamente e aprioristicamente “buono”: ma ci sono delle classi medie e medio-basse alle quali si chiede di sostenere la ripresa consumando, dopo che i loro redditi sono stati oggettivamente decurtati. Da chi, caro p.p.? Lei che non è un complottista non verrà a dirmi, come tanti "pensatori" di sinistra, che la colpa è di Berlusconi! E allora forse una riflessione sul fatto che nei 10 anni di euro il debito delle famiglie è raddoppiato vogliamo farla insieme? O vogliamo dire, parafrasando Churchill, che l’impoverimento delle famiglie non ha più relazioni con l’euro di quante ne abbia la corrente del Golfo (ma già, perché rileggere quel complottista di Keynes)? Faccia lei. “Siamo maturi per una globale ora del dilettante”, disse e.f., un grande figlio della città dove sono felice di insegnare.

p.p., che non crede ai complotti (e quindi potrebbe tranquillamente e più eufonicamente firmarsi in extenso) dovrebbe dirci se ritiene di essere stato informato correttamente su costi e benefici dell’euro. Io, che sono per lavoro attento a questi temi, non mi ricordo di esserlo stato, e lo notai a suo tempo (http://w3.uniroma1.it/econometria/research/Eur.pdf), insieme a molti altri. E la frase di Prodi citata da Rossanda (“se avessimo cominciato dalla politica” invece che dalla moneta non saremmo arrivati all’unificazione) è una fotografia molto eloquente. Leggiamone il negativo: il negativo è che si sa e si sapeva benissimo che cominciare dalla moneta avrebbe avuto dei costi economici. Nonostante questi costi, si è voluto prendere la decisione politica, scissa da qualsiasi razionalità economica, di cominciare dalla parte sbagliata, salvo poi dare la colpa agli economisti, e presentare il conto alla classe media. Qui non ci sono teorie del complotto. Il “complottista”, se vogliamo considerarlo tale, è assolutamente, pacificamente, impudicamente reo confesso. E infatti lo stesso statista in altra occasione (ma ovviamente non prima dell’entrata dell’euro) tranquillamente ammette che la moneta unica è un fatto “soprattutto politico” (intervista di Piero Badaloni in “Europa al bivio”). Prima però veniva presentata come una panacea economica.

Ecco cosa non va nell’impresa “realizzata dal nemico”. Non va l’insulto al buon senso economico, che affermava, per voce dei suoi massimi esponenti, che la futura area euro non poteva sostenere, senza enormi costi e tensioni, una moneta unica. E non va l’insulto alla democrazia e all’intelligenza degli elettori, ai quali è stata fatta sentire una campana sola, banalizzando le sporadiche apparizioni di voci “fuori dal coro” come esternazioni di economisti yankee rozzi e invidiosi. Impedendo così agli elettori di valutare se il gioco valesse la candela.

Proprio così: quella di Prodi, secondo cui le cose sono andate male per l’invidia degli americani, è una teoria del complotto (se la legga qui: http://proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=325). Quella secondo cui politiche del cambio forte sono tendenzialmente avverse agli interessi dei lavoratori è teoria economica, espressa da Keynes in “Le conseguenze economiche di Winston Churchill”, ripresa in tutti i manuali seri di politica economica (legga utilmente “La politica economica nell’era della globalizzazione”, di Acocella, edito da Carocci). E, se posso permettermi, dia anche un’occhiata qui: http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/L-uscita-dall-euro-prossima-ventura-9819. Magari le servirà a capire perché mentire sulla sostanza del problema (cominciare dalla moneta è stato un errore) chiude spazi politici di cooperazione nazionale e internazionale.

Ecco cosa c’è che non va.

Ma se lei preferisce credere nella Provvidenza, faccia pure. E il Signore l’accompagni.

basta con queste teorie cospirative

Per piacere, basta con queste teorie cospirative. Presuppongono una cattiveria che è difficile persino immaginare e una intelligenza astuzia e lungimiranza che nessun individuo possiede. E in più risparmiano a chi le propone di spiegare bene cosa non vada nell'impresa realizzata dal nemico, e sotto quali aspetti dovremmo preferire e considerare realizzabile il progetto di chi gli si oppone. Eppure dal dibattito iniziato da Rossanda è emerso bene, mi pare, quanto sia complicato spiegare come siano andate le cose, quali siano state le cause delle scelte compiute. Cosa ne pensa Rossanda a questo punto? Cosa vuole fare delle tre (mi pare) risposte ricevute, non compatibili l'una con l'altra? Cosa ne pensa? O preferisce abbracciare questa storia di cattivi?
Quanto al da farsi, come si fa a invocare la rivolta e a suggerire di mandare a monte il tavolo (in sostanza di dare inizio a un gioco a somma zero) per poi concludere che è urgente allora iniziare subito una battaglia politica e culturale? Il punto è che non si è capaci di iniziare questa battaglia. O avete una teoria sociale adeguata, un'idea chiara del tipo di società da realizzare (quali principi di giustizia e eguaglianza) e del modo in cui farlo (un problema tra i tanti: come si può fare a indurre a collaborare chi ora dice che siamo noi a dover collaborare con lui? o non avremo bisogno di lui? o anche, nel frattempo, prima di arrivare a questa nuova società, avremo o no bisogno di crediti? e a chi li chiediamo?)? Ma se mi sbaglio e l'avete questa teoria, allora, per piacere, ditecela.

Europa/USA

Spero che fare soltanto un europa economica non sia stato un calcolo delle destre battute dai Governi socialmente democratici stabilitisi nei paesi europei. Spostando l'asse del comando economico a Brussel restava più agevole per le destre risalire la china verso il potere. Possibile? Dai risultati si direbbe di sì. Si vedrà ora se l'ipotesi sia giustificata.

Una timida ammissione

Una frase che trovo interessante nella versione completa dell'articolo: "Ma se anche disarmare la finanza è parte di questo nuovo corso, ciò chiederebbe di riprendere persino il problema della sovranità monetaria, fino a riscoprire l’uso di monete locali complementari che esaltino l’autonomia reale dell’ente locale."

Ecco, ora ci siamo. C'è, o meglio c'era, una sinistra in Italia.

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