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Addio a Gian Vaccarino. Economia, utopia e sax

15/09/2014

Lutto al manifesto. Addio Gian Vaccarino. Economista brillante, allievo di Claudio Napoleoni, professore all'università di Torino, sassofonista, fondatore della rivista L'Indice e presidente dell'Istituto Gramsci di Torino

Gian Vac­ca­rino se ne è andato ieri, dopo un improv­viso malore che lo aveva col­pito giorni fa. Un altro dei nostri com­pa­gni della prima ora che non c’è più: il Mani­fe­sto ses­san­tot­tino non è ormai più molto gio­vane, è entrato nell’età in cui que­sti malanni, seb­bene pos­sano attac­care anche i ven­tenni, capi­tano con più faci­lità. E i più vec­chi dei «solo» un po’ anziani si sen­tono ogni volta mor­ti­fi­cati per­ché gli accade di soprav­vi­vere a chi ne avrebbe più diritto, per­ché ha meno anni sulle spalle e un tempo utile più lungo davanti a sé.

Gian era di Torino, stu­diava eco­no­mia e fu uno dei più bril­lanti – e da lui pre­fe­riti – allievi di Clau­dio Napo­leoni, di cui fu in seguito assi­stente. Docente all’università di Torino, Gian pro­prio a Napo­leoni ha dedi­cato molti scritti, rac­co­gliendo e intro­du­cendo le sue opere in «Dalla scienza all’utopia», «La crisi e la strut­tura del capi­ta­li­smo», e altri volumi.

In molti ci ricor­diamo quando pro­prio all’inizio della nostra avven­tura poli­tica Lucio Magri tornò da una riu­nione a Torino e ci disse: final­mente ho tro­vato un gio­vane eco­no­mi­sta dav­vero intel­li­gente. Il legame che lui e noi de Il Mani­fe­sto avemmo con Clau­dio Napo­leoni fu impor­tante, per­ché que­sto grande eco­no­mi­sta forse ormai ignoto a molti degli stessi nostri gio­vani let­tori, ha avuto un ruolo deci­sivo nel for­mare l’orientamento e la cul­tura del nostro movi­mento. Napo­leoni non era infatti solo un eco­no­mi­sta, ma un uomo di grande intel­li­genza e sen­si­bi­lità politica.

Nel 1979, eletto sena­tore con la Sini­stra indi­pen­dente, Napo­leoni fondò con Magri il «Cen­tro di ini­zia­tiva poli­tica», un ten­ta­tivo di aggre­gare — men­tre il Pci stava fati­co­sa­mente uscendo dalla gab­bia del com­pro­messo sto­rico e il PSI non aveva ancora imboc­cato la deriva cra­xiana – le forze dei due par­titi della tra­di­zione e quelle della nuova sini­stra nella scom­messa dell’alternativa. Ne nac­que Pace e guerra, men­sile e poi set­ti­ma­nale, diretto, per l’appunto, da Clau­dio Napo­leoni, Ste­fano Rodotà, Luciana Castel­lina (cui in seguitò si affiancò Miche­lan­gelo Nota­rianni). Gian fu, di quella pub­bli­ca­zione che visse 4 anni cru­ciali, un col­la­bo­ra­tore costante.

Ma Gian Vac­ca­rino è stato anche nella prima metà degli anni 70 un mili­tante a pieno titolo del Mani­fe­sto e poi del Pdup nel nucleo tori­nese che era uno dei più impor­tanti d’Italia e di cui sono stati pro­ta­go­ni­sti straor­di­nari qua­dri ope­rai (Usai, Capri, Mon­te­fal­chesi, Vini­cio D’Agostini e altri) così come intellettuali.

Sono tanti i com­pa­gni che pos­sono ricor­dare come in que­gli anni la casa di Gian sulla col­lina tori­nese fosse diven­tata una vera fore­ste­ria del movi­mento. Ma la grande e dura­tura pas­sione di Gian è stato il jazz: era un bra­vis­simo sas­so­fo­ni­sta e all’inizio suo­nava con Enrico Rava ed altri poi diven­tati famosi. Insieme, alle prime armi, pro­va­vano in un cir­colo dell’Arci.

Abban­do­nato da tempo l’impegno poli­tico diretto, Gian Vac­ca­rino è stato fra i fon­da­tori dell’Indice (la prima rivi­sta ita­liana di sole recen­sioni edi­to­riali) e era attual­mente pre­si­dente dell’Istituto Gram­sci di Torino.

Della sua improv­visa scom­parsa siamo tutti tristi.

I com­pa­gni di ieri e di oggi de il mani­fe­sto, spe­cial­mente i com­pa­gni di Torino

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