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Gelmini/Tremonti

Il taglio dell'istruzione

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Quarantamila maestre in meno in tre anni. Cominciando dalle elementari, il governo imbocca la via più semplice, tra ragioni di cassa e nostalgie del bel tempo che fu. Analisi delle premesse e dei dati del piano scuola. Per contrastare il quale, non basteranno gli scioperi. Servirebbero proposte sensate, capaci di correggere sul tavolo del negoziato gli errori che stanno mandando al macero la scuola primaria

A tremare è soprattutto il Nord Ovest con il 45,5% delle classi elementari a tempo pieno – 40 ore settimanali, 5 pomeriggi “coperti”, 2 insegnanti per classe. Ed è forse proprio la città di Milano, e il suo sindaco (è già successo che a doverci mettere una pezza siano poi i Comuni), che Gelmini si sbraccia a rassicurare, dichiarando che la reintroduzione del “maestro unico” non c’entra, che anzi il tempo pieno crescerà ancora, e via con argomenti da prestigiatore. Ma la preoccupazione c’è anche da altre parti. A Modena siamo all’86%, nell’Italia centrale al 38,2% - con il 50% circa a Roma; e si sfiora il 30% perfino nel cattolicissimo Nord Est dove tutti quei pomeriggi a scuola non sono mai andati giù a tante parrocchie. Tutt’altra musica, invece, nel Mezzogiorno (6,8%) dove anche Napoli e Palermo, che in certi quartieri ne avrebbero un gran bisogno se non altro per tirar via dalla strada i più piccoli, scendono sotto il 5%.

Si possono leggere alcune delle differenze di questo nostro paese nell’articolata mappa del tempo pieno. Sul lavoro delle donne, su come sono fatte le famiglie, sulla responsabilità e l’efficienza dei Comuni, e anche sulla deontologia professionale dei dirigenti scolastici e degli insegnanti. Perché nel Sud gli organici scolastici sono distribuiti più generosamente che altrove, e però non è detto che se ne faccia sempre un buon uso. E’ comunque improbabile che il tempo pieno possa uscirne indenne. Perché il decreto sul maestro unico – 40.000 insegnanti in meno in tre anni, 24 ore settimanali con possibilità di 27 o 30, abolizione del “modulo” dei 3 insegnanti su 2 classi – entra in rotta di collisione, in tutto il paese, con le esigenze delle famiglie. E non importa che nella Francia di Sarkozy si voglia passare alla settimana di quattro giorni. Se da noi è infatti il 25,6% ad optare per il tempo pieno, sono però pochissimi, solo il 4,7%, a scegliere l’orario oggi più contenuto, quello delle 27 ore. Il 70,3% preferisce una scuola tra le 28 e le 30, due- tre pomeriggi, senza o con sabato libero, modello compatibile con le attività che oggi piacciono più del catechismo, la piscina o il karate, la danza o il teatro. Si profila, dunque, una partita complicata se il parlamento approverà il testo così com’è. Già in questi giorni, anticipando lo sciopero sindacale del 18 ottobre, in parecchie città si preparano mobilitazioni; e perfino la Cei prende le distanze “sul metodo e sul merito”. Perché, dunque, una decisione così drastica? E perché concentrare il fuoco proprio sulla primaria, l’unico segmento della scuola italiana ad uscire con onore dalle classifiche internazionali, e anche quello che può sopportare di meno riduzioni generalizzate del tempo scuola? Ci sono altri settori in cui una stretta sugli orari è non solo praticabile ma augurabile (come nei tecnici e nei professionali inchiodati a orari settimanali impossibili, e di fatto aggirati con relativo spreco di spesa ), ed altri ancora - come tanta parte del “tempo prolungato” nella scuola media del Mezzogiorno, dove l’organico in più non va in attività pomeridiane né in risultati migliori. Un governo davvero rigoroso, inoltre, romperebbe anche il tabù su cui sono inciampati ministri di destra e di sinistra, cioè l’allineamento a dodici anni del percorso di istruzione: perché da noi si arriva al diploma un anno più tardi che in altri paesi europei? Perché un impegno così lungo delle famiglie (e in presenza, come noto, di risultati non proprio brillanti)?

Domande a cui c’è una risposta fin troppo semplice, firmata Tremonti, ed è che la scuola primaria, con un profilo docente mai formalmente diversificato anche se c’è chi insegna matematica e chi italiano, chi inglese e chi musica, è il terreno in cui una riorganizzazione si può fare presto e facilmente, senza le complicate ridefinizioni delle classi di concorso indispensabili per la secondaria. E poi l’effetto dei tagli è assicurato, con il suo ciclo quinquennale e i suoi 280.000 insegnanti, di cui 35.000 precari.

Ma c’è dell’altro. Parecchio altro, perché il terreno scelto è indubbiamente il più interessante anche sul piano ideologico e politico, e questo vale forse più del resto. Abolendo lo schema dei tre insegnanti su due classi si fa infatti ri-ingoiare ai sindacati l’effettiva forzatura con cui negli anni ottanta si volle salvaguardare un’”occupazione magistrale” minacciata dal calo demografico; e con essa gli istituti magistrali, ai tempi in gran parte privati, che formavano i maestri. Ad imporla fu soprattutto la Cisl, il sindacato più forte nel settore, tiepido su un tempo pieno in odore di zolfo ma certo non sugli organici: operazione, del resto, fin troppo facile, perché il patto “perverso” che ha fatto spesso del lavoro pubblico una variabile indipendente rispetto ai bisogni effettivi , c’era davvero, ed era difficile per tutti , e da tutte le parti del tavolo, tirarsi indietro. Vent’anni dopo molto è cambiato nella società e in una scuola in cui si rovesciano nuovi problemi, ma quella forzatura – 90.000 insegnanti in più in un colpo solo - è rimasto indigesta a molti, e ricorrentemente denunciata come esempio di quello che non si dovrebbe fare. Con una differenza non da poco, però: perché quello che un tempo si ammetteva solo a bassa voce o solo in qualche editoriale,oggi, nel dilagante furore populista contro gli “sprechi” di tutto ciò che è pubblico, rischia di diventare senso comune. E forse lo è già diventato. Da questo punto di vista nell’abolizione del modulo ci sono forse più le smanie di Brunetta che di altri componenti dell’esecutivo. E tuttavia neppure con questo si spiega tutto. Abolire il modulo è infatti, con tutta evidenza , anche l’autostrada su cui corre l’intenzione di farla finita con l’egemonia della sinistra nella scuola, la pedagogia progressista, perfino il bistrattato antiautoritarismo del sessantotto di due decenni prima. I tagli vengono giustificati con la suggestione passatista, retriva sul piano culturale ed educativo, del maestro “unico”, anzi della “maestra” che, come la mamma, dev’essere una sola; e con l’idea di una scuola - protesi della famiglia che deve tornare ai minimi, il leggere-scrivere-far di conto degli anni cinquanta, anche se oggi nessuno nega l’importanza dell’informatica e dell’inglese, anche se da ogni parte si richiedono la creatività della musica, l’inventiva della multimedialità, l’operatività dei laboratori, anche se in metà Italia l’italiano è anche seconda lingua. E anche se i bambini di oggi imparano fin dalla materna a misurarsi con più insegnanti e altri ne conoscono nelle loro numerose attività extrascolastiche. Un ritorno all’indietro, che pretende di cancellare non solo 40.000 posti di lavoro ma pratiche professionali innovative, esperienze educative di eccellenza, modernizzazioni didattiche, il meglio insomma della scuola italiana. Sostituite da cosa, se non da grembiuli, inni nazionali, voti di condotta, e tutta la paccottiglia adorata da chi, spaventato dalle difficoltà dei ragazzi di oggi, trova rifugio nella nostalgia del bel tempo andato? Quando a scuola ci andavano in pochi, e quando bastavano tabelline, lavagne e catechismo per fare dei buoni italiani.

Situazione difficile, dunque, sotto l’urto di un così plurimo accanimento. Per tirarsene fuori non basteranno gli scioperi, e dovrebbero esserci anche proposte sensate, capaci di correggere sul tavolo del negoziato gli errori che stanno mandando in bocca al lupo la scuola primaria. Se la forzatura di vent’anni fa ribadiva il maestro “tuttologo” (di numeri e di tempo scuola si parlava, non di specializzazioni professionali), oggi l’articolazione delle competenze che proprio il tempo pieno e il modulo hanno reso possibile e che si è in effetti diffusa deve uscire allo scoperto. Per non morire di un’operazione di tagli esattamente speculare a quella logica. E soprattutto perché è ormai evidente che chi sa gestire un laboratorio informatico o linguistico, chi si è specializzato nell’italiano lingua 2, chi fa bene musica o educazione motoria è una risorsa preziosa non solo per le due classi su cui è incardinato ma per tutta la scuola in cui opera. Basta dunque, almeno nel secondo ciclo, con l’insegnante che per convenienze personali o dell’amministrazione, può essere utilizzato su qualunque specificità didattica. Basta con una scuola che, nei vent’anni dall’introduzione del modulo e nei trenta dall’avvio del tempo pieno ancora non è riuscita a riconoscere come specialisti gli insegnanti di sostegno, ancora pretende di insegnare le lingue straniere tenendo chiusa la porta, per difensivismo corporativo, ai laureati in lingue. E basta anche col pregiudizio, anch’esso ideologico, secondo cui solo l’assoluta identità delle prestazioni sarebbe garanzia di un lavoro collegiale. D’altro canto è anche vero che, in presenza di una pluralità di docenti, è importante che sia la maestra più esperta a tenere le fila, a coordinare e sviluppare il team, a essere l’ interlocutore dei genitori. Si dice scuola, ma si dovrebbe dire sindacati, amministrazione scolastica, politici, perché tra gli insegnanti molte idee sono cambiate da quando al ministro Berlinguer toccò uscire di scena per aver voluto valutare la qualità professionale, e anche da quando fu travolto dalle proteste il “maestro prevalente” del ministro Moratti. Una partita certo complicata da giocare, dopo tanta inerzia. Eppure a concrete vie d’uscita bisogna arrivare, se non ci si vuole arrendere al peggio. O siamo arrivati al punto che famiglie e bambini, prima ancora degli insegnanti, devono pagare tutto insieme, e con gli interessi, lo scotto di antichi patti “perversi”?

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